Preghiera o Carità?

La scrittura domanda una preghiera incessante, continua. Ma ci è stato anche detto che il grande comandamento è la carità. Perché allora tanto tempo a pregare quando c’è tanto da fare? Forse che il lavoro non è già preghiera?

Dobbiamo partire da un’umile constatazione: è nella nostra esperienza di ogni giorno che l’amore non è facile. Esso esige da noi un superamento non quantitativo ma qualitativo. Difatti vi è un’originalità cristiana nella carità di cui si tiene poco conto.

Se prendiamo in considerazione la parabola del buon samaritano (Lc), ci viene detto che carità è rendersi prossimo. Per il N.T. se qualcuno non ti è prossimo, tocca a te farti prossimo a lui, cercando motivazioni profonde.

Non si tratta affatto di solo “non mancare nella carità”: “Non ho fatto del male a nessuno!”. Al cristiano viene richiesto uno spostamento non indifferente: mettere l’altro al primo posto, davanti a me, con le sue sofferenze prima delle mie.

Seconda legge della carità è: “Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati” (Gv 13,34).

Il nostro amore sarà cristiano nella misura in cui si conforma a quello di Cristo, sarà quello di Cristo. Questo suo amore è fatto di puro dono, offerta di sé, senza attesa di contraccambio; esso non condanna, non giudica.

“E’ lui che ci ha amati per primo” (1 GV 4,19) “Avendo amato i suoi sino alla fine” (Gv 13,1).

L’amore di Gesù è capace di far suscitare in chiunque quella parte di bontà, di speranza che erano nascoste. Il suo amore così ci rivela l’amore del Padre che dona e suscita la vita. Chi ama con l’amore di Gesù condivide la vita di Dio.

 Cristo si dona e lo annichilendosi, facendosi più piccolo di noi (povero, mendicante). Accetta di aver bisogno, non per strategia, ma per risvegliare in noi ciò che di più vero, buono e bello è nel profondo di noi stessi.

“Da questo abbiamo conosciuto l’amore: egli ha donato la sua vita per noi, quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli” (1 Gv 3,16)

“Non c’è amore più grande di questo” (Gv 15,13).

Tutto questo ci appare impossibile! Ci viene forse chiesto troppo. Richieste divine non umane? Tra l’amore umano e quello che ci propone Gesù ci appare un salto qualitativo troppo esigente:

“Vi do un comandamento nuovo” (Gv).

Scriveva s. Teresa del B.G.:

“E’ solo l’amore che conta, ma per amare come tu mi ami mi occorre ricevere in prestito il tuo stesso amore, solo allora potrò riposarmi”

La carità è dono che ci viene dall’alto. Essa, nella novità del comandamento, ci chiede di amare dello stesso amore della Trinità. La novità del N.T. non è nel fatto che Dio comandi d’amare (questo c’è già nel V.T.), ma che egli domandi d’amare con lo stesso amore con cui si ama e ama tutto ciò che egli ha creato.

Tale è la ragione della misteriosa equivalenza, stabilita da Gesù tra ciò che è fatto agli “altri”, ai “piccoli” e ciò che è fatto a Lui stesso. Come per una misteriosa reciprocità di rapporti Dio attenda che diveniamo testimoni e delegati della sua stessa paternità.

E’ qui che si coniugano inscindibilmente preghiera e carità, ben lontani dall’opporsi esse si compenetrano, interagiscono, si sostengono.

La carità è impossibile senza preghiera e la preghiera è impossibile senza carità:

“Preghiera e vita cristiana sono inseparabili, perché si tratta del medesimo amore e della medesima abnegazione, che scaturisce dall’amore. La medesima conformità filiale e piena d’amore al Disegno d’amore del Padre. La medesima unione trasformante nello Spirito Santo, che sempre più ci configura a Cristo Gesù. Il medesimo amore per tutti gli uomini, quell’amore con cui Gesù ci ha amati.

“Tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome ve lo concederà. Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri” (Gv 15,16s).

“Prega incessantemente colui che unisce la preghiera alle opere e le opere alla preghiera. Soltanto così noi possiamo ritenere realizzabile il principio di pregare incessantemente” (Origine)” (CCC 2745).

Come amare il fratello “come Dio lo ama” se non conosco questo amore? Ciò che implica? Per amare realmente devo scoprire come io stesso sono amato, ora e in questo momento e luogo. Questo amore mi è rivelato contemplando l’amore di Cristo per me, un amore crocifisso.

La preghiera mi mantiene nella costante memoria di ciò che Dio ha fatto e del prezzo che ha pagato amandomi. Siamo chiamati a far continua memoria del suo amore.

“Portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete la legge di Cristo” (Gal 6,2). Non bisogna illudersi: avere pazienza, dolcezza, desiderio d’accoglienza e di ascolto, condizioni tutte per una autentica carità, è impossibile se, giorno dopo giorno, noi non facciamo la scoperta nella preghiera della pazienza, longanimità, tenerezza di Dio nei nostri riguardi.

La carità, la comunione, non solo nella Chiesa, ma nell’intera umanità, è un mistero: è oggetto di fede. Non è infatti sull’immagine di qualsiasi sistema o comunità che l’umanità deve unirsi: ma ad immagine del legame che unisce il Padre e il Figlio, nello Spirito. E’ dal mistero di Dio che procede la carità. E’ lo Spirito che ci introduce a questo mistero d’amore.

Io amo il mio prossimo nella sua relazione costitutiva che l’unisce al suo e mio Dio, con tutte le conseguenze che ne scaturiscono. La preghiera  fa sì che io possa porre sempre la mia carità sotto il sigillo dello Spirito.

La preghiera ha la sua verifica nella carità, senza questa essa potrebbe inquinarsi troppo sino a divenire menzogna:

“La preghiera è inseparabile dall’amore, a tal punto che le nostre preghiere saranno in certo modo la misura del nostro amore” (C. De Foucauld).

Pregare è essere in relazione con la volontà di Dio, e questa è: “Amatevi gli uni gli altri, da questo conosceranno che siete miei discepoli” (Gv 13,35).

Preghiera o carità? La questione è falsa. La preghiera è dire col cuore: Sia fatta la tua volontà. Compiere nel quotidiano questa volontà di amore, perdono, misericordia.

di p. Attilio F. Fabris