“Non basta che i poveri ti conoscano

e ti chiamino per nome,

è importante che tu li conosca,

e ne sappia la storia e ne sappia il nome”

(Dom  Helder Camara – Vescovo Brasiliano)

 

 

 

I poveri, Corpo di Cristo

 

Cari Fratelli e care Sorelle in Gesù Cristo, non è tanto di moda parlare dei poveri oggi. Eppure “l’altra strada” che i magi ci invitano a percorrere è proprio quelle che li incontra. Sappiamo tutti ormai quanto sia grande il dramma della povertà nel mondo e a marsala. Per noi cristiani dovrebbe essere uno scandalo insopportabile. E’ una bestemmia contro la paternità di Dio e contro la dignità dei suoi figli. E se la povertà è uno scandalo, oggi lo è in maniera direi imperdonabile. Nella storia umana infatti non ci sono mai stati tanti poveri come oggi, eppure mai il mondo è stato così ricco come oggi e i popoli così vicini come ora! E’ una situazione insostenibile.

 

Per i cristiani un mondo così è inaccettabile. E noi siamo chiamati a percorrere presto un’altra strada convincendo tanti a percorrerla. Il vangelo ce la indica perentoriamente. E la indica a noi discepoli di Gesù come anche a chi discepolo non è. Se leggiamo il brano evangelico di Matteo al capitolo 25 vediamo che il giudizio di Cristo, anche su chi non crede, si poggia su questa semplice affermazione. “Avevo fame e mi hai dato da mangiare”. Per tutti, per i credenti come per i non credenti, la salvezza si gioca sull’amore per i poveri. E’ la stessa Eucaristia, ossia il “sacramento dell’altare” che ci spinge verso il “sacramento del fratello”, ossia i poveri. Si, dopo esserci inginocchiati davanti all’Eucaristia dobbiamo chinarci davanti ai poveri. Ce lo ricorda con parole chiare san Giovanni Crisostomo: “Vuoi onorare il corpo di Cristo? Non trascurarlo quando si trova nudo. Non onorare il Cristo eucaristico con paramenti di seta, mentre fuori del tempio trascuri quest’altro Cristo che è afflitto dal freddo e dalla nudità. Colui che ha detto: “Questo è il mio corpo”, è il medesimo che ha detto: “Voi mi avete visto affamato e non mi avete nutrito” e “Quello che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli “l’avete fatto a me”… A che serve che la tavola eucaristica sia sovraccarica di calici d’oro, quando lui muore di fame? Comincia a saziare l’affamato e poi, con quello che resterà, potrai onorare anche l’altare”. Benedetto XVI, in un piccolo libretto che scrisse nel lontano 1958, notava che non è a caso che Gesù usi il termine “fratello” solamente per indicare due “categorie” di persone: i discepoli e i poveri.

 

Purtroppo, oggi non è più tanto di moda parlare dei poveri. Non lo è certamente sul piano politico. Ovunque si nota una spinta ad una sorta di divorzio dai poveri. Vi è come una spinta politica ed esistenziale a dimenticarli e spesso ad allontanarli dalla vista. Ma, e questo dovrebbe preoccuparci ancor più, anche nella Chiesa si corre il rischio di non comprendere il senso e il valore dei poveri. Che posto hanno i poveri nella cosiddetta programmazione pastorale delle nostre parrocchie, delle nostre diocesi? Spesso sono assenti. Spesso ci affanniamo a trovare strategie pastorali, a elaborare piani pastorali, e magari tralasciamo quei segni che Gesù stesso ha indicato essere il suo sacramento.

 

Ognuno di noi deve assumere i poveri come metro di giudizio della civiltà che abbiamo fondato e della storia che ci proponiamo di costruire. Ogni altro metro di misura, per noi cristiani, non dovrebbe prevalere su questo, poiché ogni giudizio che dimentica le sofferenze dei fratelli reca il segno di Caino, e persino la trascendenza, la preghiera, la meditazione, le virtù personali ne sono inquinate, se non portano in sé la spina della necessità di dedicarsi, qui e ora, alla liberazione degli oppressi, di diventare storia di liberazione.

 

E’ nei poveri, infatti, nelle loro concrete storie e identità che il Cristo si è identificato. E io credo – persino la compiutezza della nostra ortodossia ha a che fare con i poveri, poiché è a loro – dice Gesù di Nazaret – che il Padre ha rivelato cose che ha taciuto ai sapienti e ai potenti della Terra.

 

Nutrire vera attenzione ai poveri, non come si fa con i mendicanti cui si getta un’elemosina per tenerli lontani, significa contemplarli non come astrazioni ma come vite che intersecano fatalmente la nostra vita, e significa sentire che non c’è altra scelta etica degna di questo nome se non quella di “diventare ostaggio del volto dell’altro” “Quando mi riferisco al volto non intendo soltanto il colore degli occhi, la forma del naso, il rossore delle labbra. Fermandomi qui, io contemplo ancora soltanto dei dati ma anche una sedia è fatta di dati. La vera natura del volto, il suo segreto sta altrove, nella domanda che mi rivolge, domanda che è al contempo una richiesta di aiuto e una minaccia. E’ nel volto dell’altro che c’è Dio, è qui che per me sta tutta la teologia.

 

I poveri sono soli e abbandonati? Ebbene, la comunità di Gesù deve diventare la loro famiglia adottiva. I poveri vanno trattati come familiari, come parenti. Dio stesso ce ne da un esempio, direbbe Gregorio Magno. Infatti Dio conosce i poveri per nome, come si vede dalla parabola del ricco epulone. “Perché dunque - si chiede Gregorio – il Signore narrando di un povero e di un ricco, dice il nome del primo e tace quello dell’altro, se non per dimostrare che Dio conosce gli umili ed è vicino a loro, mentre non riconosce i superbi?” E ribadisce: “i poveri hanno bisogno della parola e non solo di aiuto: date col pane la vostra parola…. Il povero dunque, quando sbaglia, va ammonito, non disprezzato, e se in lui non riscontriamo difetto alcuno, deve essere venerato”. Si, c’è bisogno di parole e di amicizia. E così il povero lo sentiremo nostro familiare. E la parentela porta sempre ad assumersi aspetti concreti di solidarietà e di aiuto, come si farebbe appunto con un amico caro o con un familiare che si trova in necessità. E dare una mano ad un amico o ad un parente vuol dire non renderlo un cliente. E’ invece normale, anche nelle Caritas, parlare dei poveri come di “utenti”. No, cari amici, i poveri sono fratelli, non utenti. Ecco perché è bello pensare al cristiano come a colui che ha un povero per amico. Si, essere cristiano vuol dire avere anche un povero per amico.

 

Diventando amici di Dio, ci si ritrova amici dei poveri. E viceversa. E mentre quelli che aiutano i poveri credono di essere angeli per chi soffre, si trovano a vivere una vita riempita dai bisognosi, veri angeli di senso e di affetto. 

 

Certo i poveri non sono attraenti, anzi normalmente imbarazzano. E spesso accade che, come il levita o il sacerdote, anche noi allunghiamo il passo quando vediamo un povero per aiutarlo.. I poveri si presentano a noi, anche importunandoci, chiedono, ma potranno intercedere per noi nell’ultimo giorno… Non sciupate dunque il tempo della misericordia e non disprezzate i rimedi che vi offrono. La carità verso i poveri è un tempo di misericordia, è un tempo di salvezza.

 

 

Ciò che dovremmo fare in pratica

 

 

 

Parabola del buon Samaritano [Lc 10,29-37]

Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è il mio prossimo?». [30]Gesù riprese:

«Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. [31]Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall'altra parte. [32]Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. [33]Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n'ebbe compassione. [34]Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. [35]Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all'albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. [36]Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?». [37]Quegli rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Và e anche tu fà lo stesso».