Vaticano II:
la vera storia che nessuno ha ancora raccontato
Il cardinale Ruini boccia senza appello le interpretazioni dell’ultimo Concilio
come cesura e “nuovo inizio” della Chiesa. E invoca che se ne scriva finalmente
una storia non di parte, ma “di verità”
di Sandro Magister
ROMA, 22
giugno 2005 – A quarant’anni dalla sua chiusura, il Concilio Vaticano II è
ancora in attesa di una sua storia “non di parte ma di verità”. L’ha detto il
cardinale Camillo Ruini presentando un volume fresco di stampa, pubblicato dalla
Libreria Editrice Vaticana, scritto dal vescovo Agostino Marchetto – studioso di
storia della Chiesa, poi in servizio diplomatico per la Santa Sede e oggi
segretario del pontificio consiglio per i migranti e gli itineranti – e
intitolato: “Il Concilio Ecumenico Vaticano II. Contrappunto per la sua storia”.
La presentazione del volume è avvenuta a Roma il 17 giugno, nella sala “Pietro
da Cortona” dei Musei Capitolini.
Perché “contrappunto”? Il cardinale Ruini l’ha subito spiegato. Il libro di
Marchetto fa da contrappunto, ossia si contrappone nettamente,
all’interpretazione del Vaticano II che ha fino ad oggi monopolizzato la
storiografia cattolica mondiale: quella dei cinque volumi della “Storia del
concilio Vaticano II” diretta da Giuseppe Alberigo e pubblicata in sei lingue
tra il 1995 e il 2001: in Italia per i tipi del Mulino e a cura di Alberto
Melloni.
Ruini ha esordito paragonando “in modo un po’ scherzoso” la storia del Vaticano
II di Alberigo a quella scritta dal servita Paolo Sarpi sul Concilio di Trento,
pubblicata a Londra nel 1619 e subito messa all’indice dei libri proibiti: cioè
una ricostruzione brillante, fortunata, ma molto polemica e molto di parte. A
Sarpi rispose diciassette anni dopo il gesuita Pietro Sforza Pallavicino con una
“Istoria” molto più documentata ma non meno appassionata e parziale. Ci vollero
tre secoli prima che il Tridentino avesse la sua prima storia equa e compiuta,
pubblicata da Hubert Jedin tra il 1949 e il 1975. E proprio questo Ruini ha
invocato: una “grande storia in positivo” anche per il Concilio Vaticano II,
sperabilmente presto, senza aspettare altri tre secoli. Il volume di Marchetto –
ha detto – dà nelle sue pagine finali alcune indicazioni per produrre questa
storia “nuova e diversa”.
La tesi di fondo di Alberigo e della sua “scuola di Bologna” fondata negli anni
sessanta da Giuseppe Dossetti è che gli elementi prioritari del Concilio
Vaticano II non sono i testi che esso ha prodotto. La priorità è l´evento in sé.
Il vero Concilio è lo "spirito" del Concilio. Non riducibile, anzi,
incommensurabilmente superiore alla "lettera" dei suoi documenti.
E lo "spirito" del Concilio è identificato nel sogno di Giovanni XXIII di una
"nuova Pentecoste" per la Chiesa e per il mondo. Mentre la "lettera" sarebbe
l´imbrigliamento dell´assise attuato da Paolo VI, il papa che ha in effetti
promulgato tutti i documenti conciliari. Tra Giovanni XXIII e Paolo VI lo scarto
è dato come incolmabile. Quasi la "lettera" di papa Giovanni Battista Montini
avesse soffocato e tradito lo "spirito" di papa Angelo Giuseppe Roncalli.
Un altra tesi di fondo è che il Vaticano II ha segnato una cesura sistemica tra
la stagione ecclesiastica anteriore, preconciliare, e quella successiva,
postconciliare.
Ebbene, il cardinale Ruini ha contestato in radice questa visione. Non solo il
Concilio Vaticano II non segna una cesura, intesa come un “nuovo inizio” nella
storia della Chiesa, ma tale cesura “è anche teologicamente non ammissibile”.
A sostegno della continuità del Vaticano II rispetto alla grande tradizione
della Chiesa, Ruini ha citato anzitutto Giovanni XXIII, e proprio quel passaggio
del suo discorso inaugurale del Concilio dell’11 ottobre 1962 che Alberigo e la
scuola di Bologna più invocano a sostegno delle loro tesi.
Poi ha citato Paolo VI. Che il 18 novembre 1965 chiarì ai vescovi riuniti in
Concilio che con la parola programmatica “aggiornamento” Giovanni XXIII “non
voleva attribuire il significato che qualcuno tenta di darle, quasi essa
consenta di relativizzare secondo lo spirito del mondo ogni cosa nella Chiesa
(dogmi, leggi, strutture, tradizioni), mentre fu così vivo e fermo in lui il
senso della stabilità dottrinale e strutturale della Chiesa da farne cardine del
suo pensiero e della sua opera”.
Poi ancora ha citato Giovanni Paolo II, che nel 2000, a un convegno
sull’attuazione del Vaticano II, ribadì che “leggere il Concilio supponendo che
esso comporti una rottura col passato, mentre in realtà esso si pone nella linea
della fede di sempre, è decisamente fuorviante”.
Ma pur nella continuità con la tradizione e le fonti bibliche e patristiche – ha
proseguito Ruini – il Vaticano II ha segnato delle novità e aperture.
Alla base dell’apertura del Concilio alla modernità – ha detto – c’è
l’assunzione positiva della centralità del soggetto umano, ossia quella “svolta
antropologica che ha caratterizzato lo sviluppo storico dell’Occidente almeno a
partire dall’Umanesimo e dal Rinascimento”.
Con ciò il Vaticano II “ha posto fine a una lettura catastrofale dell’epoca
moderna”. Ma ha soprattutto ricondotto la centralità dell’uomo “a una
prospettiva ultimamente cristologica”: prospettiva che “mi è stata cara fin da
quando, in età più giovane, potevo dedicarmi di più allo studio della teologia”.
Ruini ha citato a sostegno di questa visione sia la costituzione conciliare
“Gaudium et Spes” al n. 22: “Solamente nel Verbo incarnato trova vera luce il
mistero dell’uomo”; sia l’enciclica di Giovanni Paolo II “Dives in Misericordia”
al n. 1: “Quanto più la missione della Chiesa si incentra sull’uomo, tanto più
deve confermarsi e realizzarsi teocentricamente, cioè orientarsi in Gesù Cristo
verso il Padre”.
Ruini ha anche respinto l’idea che il Concilio Vaticano II abbia avuto al suo
centro la Chiesa:
“Giustamente [il grande teologo e poi cardinale] Henri De Lubac osservò che,
nonostante lo spazio preponderante occupato dalla Chiesa nei documenti del
Vaticano II, non è fondato il sospetto che il Concilio rappresenti un’ulteriore
tappa del processo per cui la Chiesa si starebbe adeguando al carattere
immanentistico della cultura moderna: infatti il Vaticano II parla sì della
Chiesa, ma anzitutto per mettere di nuovo in evidenza il suo radicale
orientamento a Cristo, alla salvezza eterna, a Dio che salva l’uomo”.
Altro punto critico è il ruolo della gerarchia. Ruini ha sottolineato che “essa
è per il Popolo di Dio”. Quando il Concilio si svolse, “la contestazione
antiautoritaria della seconda metà degli anni Sessanta doveva ancora esplodere.
I padri conciliari non si sentirono quindi obbligati a difendere l’autorità
della gerarchia da un attacco che non c’era stato”. Si dedicarono piuttosto “a
completare e ad equilibrare l’opera del Concilio Vaticano I, affiancando
all’affermazione del primato del papa quella della collegialità dei vescovi”. E
con ciò “posero le premesse per uno sviluppo ecclesiologico che è ormai iniziato
e dovrà caratterizzare il tempo che sta davanti a noi, realizzando una forma di
sintesi tra la prospettiva incentrata sul collegio dei vescovi, prevalente nel
primo millennio, e quella che fa capo al primato papale, che ha contrassegnato
il secondo millennio”.
Di Joseph Ratzinger teologo, Ruini ha ripreso alcuni passaggi della sua
autobiografia, negli anni in cui egli era perito al Concilio:
“Nella discussione preparatoria alla costituzione ‘Dei Verbum’ Ratzinger si
chiedeva se venisse prima, per la fede, l’esegesi storico-critica del testo
biblico, oppure la tradizione della comunità credente. E rispondeva che prima
veniva la tradizione. Il Concilio gli ha dato ragione. L’alternativa sarebbe
stata trasformare la Chiesa in una democrazia parlamentare dominata dai teologi
e dagli esegeti”.
Concludendo, Ruini ha di nuovo contestato la contrapposizione tra Giovanni XXIII
e Paolo VI quale appare nella storia del Vaticano II prodotta da Alberigo e
dalla scuola di Bologna.
E di questa storia, che pur continua a dominare la scena, ha praticamente
decretato il tramonto:
“L’interpretazione del Concilio come rottura e nuovo inizio sta venendo a
finire. È un’interpretazione oggi debolissima e senza appiglio reale nel corpo
della Chiesa. È tempo che la storiografia produca una nuova ricostruzione del
Vaticano II che sia anche, finalmente, una storia di verità”.