I bambini di strada

Almeno sette milioni di bambini e adolescenti vivono abbandonati per le strade delle principali città brasiliane, e in media quattro di essi sono assassinati
ogni giorno da gruppi di sterminio o dalla polizia. Lo ha detto Mario Volpi, presidente del Movimento brasiliano dei "meninos de rua".
Fino a pochi anni fa gli abitanti delle metropoli erano il 30% della popolazione totale del Brasile, oggi si è raggiunto il 70%. La situazione sociale e politica del Paese e l' esistenza di una riforma agraria varata ma mai decollata spiegano l'inurbamento che, in pochi anni, ha creato nelle grandi città quartieri ghetto dove si vive appena al di sopra del limite di sopravvivenza, con il 50% di disoccupati e il 90% di analfabeti. Qui il crimine dilaga tra l'indifferenza generale, ma il crimine più grande è però quello a danno dei bambini. In Brasile sono tantissimi i piccoli che tentano di sopravvivere: sono circa sette milioni i "figli della strada", mentre due milioni sono i minori che si prostituiscono. Ma perché un bambino va nella strada? Va nella strada perché per sopravvivere deve lavorare; si accontenta di fare qualsiasi lavoro e se no... ricorre al furto, alla prostituzione, alle rapine, alla droga. Il suo comportamento diviene antisociale, risentito, diffidente. E la società si difende spesso uccidendolo: il piccolo delinquente di oggi sarà il grande delinquente di domani. I "ragazzi della strada" diventano così un problema che va risolto. Solo negli ultimi 5 anni, secondo i dati della Commissione parlamentare di indagine sulla violenza contro i minori, sono stati 16.414 i "ragazzi di strada" assassinati dagli squadroni della morte. In questa realtà la famiglia non ce la fa, è distrutta dalla vita. Infatti, dietro un bambino abbandonato c'è una famiglia abbandonata e una società che l'abbandona.

Una ragazzina di 15 anni violentata da un poliziotto nella navata laterale della cattedrale di San Paolo, cani lupo della polizia militare lanciati verso l'altare dietro ad una bambina di strada che ha rubato un orologio, una ragazza sugli scalini del duomo che grida di dolore mostrando i seni scarnificati dall'Aids. Queste alcune immagini dell'inferno che le "meninas" della Praca da Se' di San Paolo vivono ogni giorno e ogni notte nel crescente terrore di essere ammazzate tutte insieme in un massacro peggiore di quello di Rio de Janeiro.
"Dopo ogni strage di bambini nella piazza della Candelaria di Rio tutta la piazza della cattedrale vive nella paura", dice Cecilia Garcez Leme, 30 anni, 'angelo custode' dei 300 sciuscià fra gli 8 e i 16 anni che vivono tra le aiuole di una delle più sciagurate piazze del mondo. E parla di una telefonata anonima secondo la quale la ROTA, temutissima squadra speciale della polizia di San Paolo, autrice un anno fa della strage di 111 detenuti nel carcere del Carandirù, sarebbe decisa ad "eliminare" i piccoli abitanti della piazza.
"Abbiamo trovato un rifugio - continua Cecilia - dove ogni notte un centinaio di meninos mangiano qualcosa e dormono più tranquilli, con me e altri educatori volontari che facciamo loro da scudo nel caso di un blitz della polizia".
Le finestre al sesto piano dell'ufficio che ospita la Pastoral do Menor, l'organizzazione ecumenica che si occupa dei bambini di strada brasiliani, equivalgono ad una torre di controllo che spazia su tutta la piazza. Sui gradini della cattedrale una bambina sui dieci anni, in preda all'euforia dopo aver sniffato colla o smalto, si rotola fra la gente. Tra le palme si scorge al centro la "cabina" della polizia militare: "là dentro molte bambine sono state violentate e continuano ad esserlo. Una ragazzina che ora ha 16 anni ha avuto un bambino da un poliziotto: non si è neppure accorta di essere stata violentata perché il poliziotto prima l'ha addormentata col gas". Nella "casa nova", come i
meninos chiamano il loro rifugio aperto a fine luglio, vi sono almeno sei quindicenni incinte. "Nessuna di loro vuole abortire - spiega Cecilia - nessuna ragazzina della Praca da Sé ha mai abortito. E' escluso dal rigido codice di comportamento che regola la vita dei meninos. E poi un figlio e' una maniera per rompere con la cronica solitudine e la carenza di affetto".
Poco discosto dalla cattedrale è il "ventinho", il venticello. I bambini chiamano così una bocca di scarico della metropolitana dalla quale esce sempre aria calda. Lì dormono di preferenza le bambine ed è lì che i volontari della Pastoral parlano alla notte con "as meninas" chiededo come stanno e raccogliendo le loro allucinanti confidenze.
Dai discorsi sottovoce al tepore del "ventinho" di San Paolo, sono scaturite le più terribili denunce di stupri, abusi sessuali e atti di libidine arrivate sul tavolo della commissione parlamentare che a Brasilia si occupa della violenza contro i minorenni, piaga numero uno nell'immagine internazionale del Brasile. Bambine di poco più di dieci anni costrette a masturbare poliziotti quarantenni, quindicenni incinte al settimo mese che perdono il figlio dopo essere state prese a stivalate nella pancia mentre dormono sul marciapiede sotto un cartone, colpi di frusta distribuiti alla cieca sui corpi addormentati. Neppure l'interno neo-gotico della cattedrale è immune da quest'inferno. E' difficile sedersi sui banchi occupati da bambini e barboni che dormono avvolti in plaids e carta di giornale, può essere pericoloso avvicinarsi all'altare lungo le scure navate laterali. Il trauma costante di tanta violenza, soprattutto maschile, e il bisogno di tenerezza, stanno diffondendo l'omossesualita' fra le "meninas" della Sé. La maggior parte di loro ha una compagna come "namorada".
"Nonostante tutto - conclude Cecilia - le bambine della Praca da Sé sono sempre bambine. Dovreste vedere i loro occhi quando ascoltano per l'ennesima volta la loro fiaba preferita: il brutto anatroccolo. In fondo è così che si sentono: ma sperano ancora di poter diventare uno splendido cigno".

In Brasile i "bambini di strada" sono circa 7 milioni ma esistono altri 30 milioni di potenziali "meninos de rua" tanti quanti sono i bambini che vivono in famiglie con un reddito mensile inferiore ai 70 dollari. La violenza su di loro è coperta poi dall'impunità. In Brasile, ogni giorno, sono in media 4 i "bambini di strada" uccisi ma solo per il 10% dei delitti e delle violenze su di loro si apre un'inchiesta. Lo sostiene Mario Volpi, il responsabile del "Movimento nacional de meninos e meninas de rua" che da anni si batte per la difesa dei diritti dei ragazzi e l'autorganizzazione dei minori in Brasile, e dal 1985 ha dato vita al "Movimento nacional", laico, apartitico e non governativo,
che ha sviluppato una forte capacità di intervento e mobilitazione nel sociale e nuove metodologie di formazione degli educatori di strada.
"L'elemento di forza del movimento, che non gestisce strutture assistenziali e il cui slogan è 'lo spazio dei bambini non e' la strada, ma la famiglia, la scuola e la comunità'- ha detto Volpi - è il coinvolgimento dei ragazzi e la loro autorganizzazione nei nuclei di base presenti nel paese in 24 stati su 27". "La realtà in cui il movimento si trova ad operare - ha detto ancora Volpi- è drammatica per l'assoluta mancanza di regole".
Secondo Mario Volpi la violenza su bambini in Brasile non è solo quella commessa dai poliziotti, dai "gruppi di sterminio" finanziati da commercianti e
industriali o dai "gruppi di giustizieri" che controllano il traffico di droga ma anche lo sfruttamento del lavoro minorile. "I bambini resi schiavi, segregati nei postriboli o costretti a lavorare nell'acqua nelle miniere per estrarre l'oro - sostiene Volpi- in Brasile sono molto più numerosi dei bambini di strada ma quelli non si vedono, non danno fastidio e la società civile tollera". "Le bambine, a nord del paese, a 9-10 anni - afferma Mario Volpi - vengono prelevate dalle famiglie con la promessa di un posto di lavoro come cameriera in qualche ristorante per poi ritrovarsi proprietà di uomini senza scrupoli che le fanno prostituire".
Ad esempio, nello stesso anno del massacro della Candelaria (1993), in pieno centro di Rio, furono 350 gli omicidi di minorenni in sei mesi. Con questo numero di uccisioni Rio de Janeiro guida la macabra classifica delle città più violente del Brasile, seguita da San Paolo con 202 ragazzini assassinati nello stesso periodo. Questi non sono dati inventati, bensì forniti dalla prima ricerca statistica sulla violenza minorile in Brasile realizzata dal Centro Brasiliano per l'Infanzia e l'Adolescenza (CBIA) di Brasilia.
Nei primi sei mesi, sempre del '93, furono 350 i giovani da 0 a 18 anni che persero la vita accoltellati o a colpi di pistola per le strade di Rio. Secondo lo studio, il record di Rio é emblematico di un paese in cui, in media, dieci bambini muoiono ogni giorno di morte violenta.
Nella ricerca non venne incluso il mese di luglio '93 che vide l'uccisione a sangue freddo di otto bambini di strada che stavano dormendo davanti alla chiesa della Candelaria, in pieno centro di Rio. E non si considera anche un 10% di morti indeterminate: in genere cadaveri di ragazzini scoperti ormai in fase di avanzata putrefazione.
La maggior parte degli omicidi riguarda la fascia di età fra i 15 e i 18 anni. Lo studio statistico non fa alcun riferimento agli "squadroni della morte", composti sovente da poliziotti in servizio o in congedo, che uccidono su commissione i "meninos de rua" che vivono per le strade di Rio e San Paolo.

 

  Bambini
per le strade del mondo

Perché la strada?

Conversazione con Padre Renato Chiera, da anni impegnato in prima persona nella salvaguardia dei diritti dei meninos de rua a Nova Iguacù, sterminata e violenta periferia di Rio de Janeiro.

Perché la strada? Che cosa rappresenta per i bambini? Forse la libertà, la possibilità di scegliere...

E' la libertà dai bisogni: vivi in una baracca, in una fogna ed invece qui vivi dove vuoi, sulla spiaggia, tra i negozi... E' una scelta forzata da una situazione terribile: i bambini non scelgono di vivere in strada, sono costretti dalla loro disastrosa situazione familiare e sociale. In questa situazione disastrosa, la strada rappresenta una buona scelta perché li aiuta, o almeno lo credono, ad uscire dalla miseria. Vanno in strada perché è più bello della realtà disumana a livello affettivo, morale ed economico in cui vivono: è spesso l'alternativa ad una vita di stenti.

Quando parlo di "ventre materno della strada" voglio dire che in una situazione dove la scuola non li accoglie, la famiglia li accoglie male, spesso con violenza! Fanno la fame, non sono amati, la strada li accoglie come un ventre di una mamma che non li giudica. Come mi raccontava Saul: Io vado in strada, la strada mi prende sempre così come sono. Nella strada faccio Ciò che voglio e non mi dice che sono brutto, cattivo, che rubo, che fumo. La strada mi accetta e mi ama per come sono".

Inoltre nella strada incontrano altri bambini nella loro stessa condizione e lì si crea una relazione di fiducia, di sicurezza, di protezione. Si organizzano spontaneamente per difendersi dal mondo esterno e per sopravvivere.

Allora è meglio in strada piuttosto che in famiglia...

No, assolutamente. Quando noi diamo loro una famiglia, loro dicono "Qui è molto più bello che in strada, dove ci sono molti pericoli, non sapevo se avevo da mangiare, avevo freddo!". E quando arrivano, mangiano molto e se gli si dice "Non c è bisogno di mangiare tanto così perché domani ce n é ancora`", loro ti rispondono "Ce n'è ancora domani?". Quando capiscono che la casa dove sono dà sicurezza, quando trovano una casa normale capiscono che la casa è meglio della strada che la casa offre un futuro anche per loro.

La grave situazione economica del Brasile ha sicuramente aggravato il problema dei meninos de rua.

In Brasile la situazione sociale ed economica è disastrosa e colpisce soprattutto le famiglie meno abbienti. Alla miseria materiale si unisce così la miseria morale accompagnata dall'alcolismo, dalla violenza e dalla solitudine. I bambini vogliono vivere e non trovano in famiglia la vita; non si sentono accettati, non si sentono amati. Non possono vivere nella scuola perché molti non hanno la possibilità di frequentare la scuola; come non hanno possibilità di lavorare perché di lavoro ce n è poco e il salario è bassissimo.
Allora la strada è un'alternativa, direi l'alternativa alla disperazione. La scelta della strada è perché il bambino vuole vivere. Saul mi raccontava: "Da bambino io facevo la fame, mangiavo le radici degli alberi. Mi parlavano di Copacabana, di andare là che era bello, la spiaggia, il mare, i turisti, bei vestiti, bei negozi, e che avrei potuto rubare per vivere.

In casa mio papà era sempre ubriaco, mia mamma ha altri figli e piangeva vedendo che mio padre metteva i soldi che aveva nel bere e noi con la fame. Allora io sono andato a Copacabana. Io là rubo, mangio, vivo. Se mi ammazzano non me ne importa niente, perché io non sono nessuno, io non valgo niente".
P. Renato Chiera

Comunque l'andare in strada è sempre una loro scelta...

Non sempre: a volte è il bambino che sceglie la strada, altre volte no. Ad esempio incomincia ad andarci perché la mamma non è presente durante tutto il giorno per motivi di lavoro e allora lo lascia in strada a fare qualche lavoretto, vendere caramelle o sigarette, chiedere l'elemosina, lavare i vetri, pulire le scarpe. Così incomincia a fare amicizie, a fare gruppo. Per un primo periodo tornano la sera a casa per aiutare la mamma.
In genere, la mamma è sola perché il marito l'ha abbandonata o i bambini hanno un patrigno che però non li accetta.

Col passare del tempo ritornano sempre di meno a casa, la strada fa loro certe promesse sino a decidere di vivere nella strada. Si passa così da ragazzi in strada a ragazzi di strada. In questo caso è la stessa famiglia che ha spinto il ragazzo in strada. Alcune famiglie vanno a cercare i loro figli, altre non se ne interessano e dopo poco tempo i ragazzi non hanno più alcun legame con le famiglie.

Quando parlavi di miseria morale intendevi allora anche il gravissimo problema della disgregazione familiare.

Certamente c'è un notevole aumento della violenza familiare, soprattutto sessuale, il patrigno che stupra la bambina, e la mamma deve accettare questa situazione per non rimanere da sola in un mondo crudele con i più deboli.
La famiglia, spesso, non è più in grado di trasmettere valori e Ciò porta più velocemente alla disgregazione familiare e, più in generale, alla disgregazione sociale che genera il bambino di strada.

Non mi sembra, però, che la strada rappresenti la soluzione ideale per i ragazzi che scappano da situazioni familiari insostenibili. Non è come cadere dalla padella alla brace?

I bambini in strada si organizzano e trovano quella sicurezza che la loro casa non gli offriva. Si sentono forti, fanno gruppo, diventano spesso violenti. Ci sono delle regole da seguire, dei capi a cui ubbidire, invidie e vendette. Poi incontrano la violenza della strada perché la polizia li bracca, li prende, li picchia, stupra le bambine. Una ragazza quattordicenne mi raccontava: "Gli uomini vengono al mattino e ci prendono e ci stuprano oppure ci portano alla polizia e là fanno tutto quello che vogliono di noi; dicono che se noi diciamo qualcosa, loro ci ammazzano".

Poi anche la gente comincia ad essere violenta con i bambini di strada, "sono come dei topi o dei cani rabbiosi" dicono. L'altro giorno un giornale brasiliano recitava: "Volete mantenere pulita la città? Collaborate uccidendo un bambino di strada".

I meninos de rua diventano pericolosi per la società perché rubano, assaltano i turisti, ostacolano il commercio, si organizzano in gruppi. La società è in genere contro i bambini di strada, li vede come un pericolo ed allora ecco la nascita degli squadroni della morte...

A questo punto, per i ragazzi, la strada si trasforma da ventre materno e luogo di accoglienza, in disperazione, fuga, luogo di morte. Che cosa resta loro da fare?

Quando sentono che la strada è diventata cattiva è pericolosa, può portarti alla morte, allora è il momento in cui cercano un'alternativa, ma che risponda a quella sete di vita che loro hanno ed avevano già all inizio del loro viaggio nella strada. Dice Valeria, 15 anni con una bambina di appena venti giorni: "lo non voglio più andare in strada, sono sette anni che sto in strada ed i miei amici sono stati uccisi quasi tutti. Non voglio che mia figlia viva come me. Voglio che studi. Io non ho mai studiato, io non sono nessuno. Voglio che sia registrata all'anagrafe, non come me che non ho documenti e che non sono nessuno".

Io vedo questo processo che li porta in strada per la vita e poi, quando si rendono conto che la strada non dà vita la cercano altrove! in un nuovo posto. Loro vogliono essere amati, accolti, perché non sono amati e per questo non si stimano, perché chi non è amato non si stima, non sente che ha un valore. Per questo sono aggressivi, per gridare al mondo che loro non sono amati; e per questo vogliono vendicarsi con tutto il mondo per far sapere che anche loro esistono, che anche loro hanno diritto ad avere qualcuno, una famiglia.

Nella strada tentano di riprodurre la famiglia e l'organizzazione non è solo per assaltare: allora c'è il papà di strada e la mamma di strada e ci sono i fratellini. Una ragazza di Copacabana chiamata Paulina mi raccontava: "Devo andare via, mio figlio mi aspetta". "E quanti anni ha tuo figlio?", chiesi io, "sette lui, mentre io ne ho già sedici!'l, rispose lei. "Non è possibile", esclamai. Lei mi rispose "Tu non capisci, lui è mio figlio di strada, lui è piccolo, io lo custodisco, lo difendo, lo curo, mi interesso a lui. Io ho il mio uomo, non siamo sposati, ma è lo stesso il mio uomo.

Lui va a rubare per me, mi dà da mangiare, mi dà la roba, mi protegge". Questi bambini, pur essendo sfuggiti a causa della loro triste realtà familiare, hanno talmente sete di famiglia che anche nella strada cercano di ricostruirla. E' questo il punto fondamentale da cui partire per lavorare con i meninos de rua.

a cura di Rosanna Turri

Tratto da: "Bambini per le strade tra Nord e Sud del mondo" - collana Mondialità 17 Volontari Per lo Sviluppo
Rivista trimestrale promossa da tre organismi di volontariato internazionale:
ASPEm, CCM e CISV.