Le carceri italiane sono malate
e il sovraffollamento è una delle cause dell’anomalo
virus:
quasi 60mila detenuti in penitenziari con 43mila posti.
La malattia del carcere si chiama carcere. Non è un gioco di parole né
rassegnazione, ma la presa d'atto che la prigione genera di per sé disagio e
quindi malattia e sofferenza. Non è una diagnosi rassegnata, perché la
sensibilità degli uomini e poi i richiami delle leggi impongono di fare sempre
meglio. Come si manifesta la malattia chiamata carcere? Si manifesta con il
numero dei detenuti. Sono 59.523 quando i penitenziari italiani ne potrebbero
ospitare 43 mila. Tutto il resto è a cascata. Sono onesti Sebastiano Ardita,
direttore generale dei detenuti e del trattamento, e Giovanni Tinebra, capo del
Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, quando non si trincerano dietro
alle parole. E sono credibili quando dicono che si sta facendo il possibile e
che bisogna fare sempre meglio. Senza giri di parole: «Siamo consapevoli -
ammette Ardita - di versare in una situazione di grave, perdurante, quanto
involontaria ed inevitabile divergenza dalle regole, per il fatto di non essere
nella materiale possibilità di garantire, a causa del sovraffollamento, quanto
previsto dalle norme vigenti e dal recente regolamento penitenziario».
La foto delle carceri la daranno i numeri che si riferiscono ai suicidi, agli
ammalati di aids, ai tossicodipendenti. Sono il risultato, per seguire Ardita,
della scarsità delle risorse destinate a questo pianeta di sofferenza: i
finanziamenti non tengono conto che negli ultimi 20 anni il numero dei detenuti
italiani è raddoppiato. E stanno male, perché un conto è curarsi fuori e un
conto è farlo dietro le sbarre. Un solo dato: chi sta in cella sta peggio di chi
sta fuori. Il 13 per cento dei detenuti (vale a dire 7.800 persone) ha uno stato
di salute compromesso, contro il 7 per cento della popolazione libera.
Il ministro della Giustizia, Roberto Castelli, che non era presente al convegno
promosso dal Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria sulla salute nel
carcere, ha però spiegato in un messaggio l'impegno del governo . «Non è mancato
neppure - ha aggiunto - l'impegno del dicastero verso il mondo politico al fine
di sensibilizzare le Regioni, nonché il sevizio sanitario nazionale, sulle
problematiche legate alla medicina penitenziaria al fine di favorire rapporti di
collaborazione tra i diversi enti».
Sul tappeto c'è la questione sovraffollamento. Il ministro per i Rapporti con il
Parlamento, Carlo Giovanardi, e il sottosegretario gli Interni, Alfredo
Mantovano, difendono il recente decreto sulle tossicodipendenze, e dicono che è
anche uno strumento che limita la carcerazione. Opinione contestata da chi
ritiene che la norma avrà esattamente l'effetto contrario.
L'appello per migliorare il carcere è rivolto a tutti: politici, ma anche
operatori sociali. Monsignor Giorgio Caniato, ispettore generale dei cappellani
penitenziari, si chiede ad esempio se è pensabile una giustizia in termini
positivi che consideri la pena soltanto una estrema ratio. E don Vittorio Nozza,
direttore della Caritas Italiana, suggerisce di andare a monte, intervenendo sul
territorio che spesso è la causa del primo disagio e quindi della tentazione a
delinquere.
Anche il convegno ha denunciato una brutalità, ed è una denuncia non nuova: la
presenza dei bambini dietro le sbarre di età sotto i tre anni che seguono il
destino delle mamme detenute. Dalla sala parto alla cella di un penitenziario.
Sono almeno 50 i bambini che ogni anno vivono in questa situazione. È uno
scandalo dimenticato, e basterebbe poco per rimediare. La denuncia ultima è di
Angela Finocchiaro, responsabile Giustizia dei Ds: «Per questi bambini non si
riescono a trovare, a causa delle ristrettezze economiche, delle misure
alternative al carcere».