Bollettino Salesiano - Settembre 2004                                   


COME DON BOSCO - L’educatore

di Bruno Ferrero

NON INGANNIAMO I BAMBINI SU DIO

I bambini hanno il diritto all’educazione religiosa. In famiglia. I bambini imparano solo quello che vivono. E’ importante non trasmettere loro un’immagine deforme di Dio.

Un bambino stava disegnando con grande impegno e l'insegnante gli chiese: “E’ un disegno interessante. Che cosa rappresenta ?” “E’ un ritratto di Dio.Ma nessuno sa com’è fatto Dio.” “Quando avrò finito il disegno lo sapranno tutti!” I bambini sanno com’è fatto Dio. Quanto tempo impieghiamo a farglielo dimenticare? Il più delle volte è solo questione di settimane. Ma i bambini hanno il diritto all’educazione religiosa e la famiglia è la matrice spirituale (una specie di stampo indelebile) di tutti i significati spirituali dell’esistenza. In famiglia i bambini apprendono il “sapore” di concetti e atteggiamenti profondamente spirituali come accoglienza, ascolto, perdono, consolazione, comunione, benedizione, gratitudine, dono, sacrificio… che saranno indispensabili per formare una grammatica della religione.

La frase «Mio figlio deve poter decidere più tardi da solo quale religione scegliere» è completamente sbagliata dal punto di vista psicologico/evolutivo. I bambini partecipano in primo luogo alla lingua dei genitori e anche ai loro riti e a ciò che per loro è importante. Essi prendono parte innanzitutto alla comunicazione e alla vita quotidiana normale e vi si inseriscono. Quando anche leggere la sera con il bambino una storia biblica oppure dire una breve preghiera con il bambino fa parte della vita quotidiana, i bambini imparano in maniera molto semplice, senza grossi problemi o sforzi a diventare persone capaci di parlare in modo religioso. Perciò il comportamento «Mio figlio deve decidere da solo più tardi…» priva un bambino dell’opportunità di formarsi una competenza linguistica religiosa, gli toglie la possibilità di sviluppare una base religiosa a partire dalla quale più tardi potrà realmente capire che cosa significa una scelta religiosa. Un bambino a cui viene impedito di sviluppare la sensibilità per la presenza di Dio, non sarà affatto in grado di scegliere. E più che mai, ancora una volta, altri avranno deciso per lui.

Anche per la religiosità vale il principio generale: i bambini imparano solo quello che vivono. L’apprendimento religioso si sviluppa in tre stadi. Il primo è quello che passa attraverso l’osservazione e l’imitazione.Dal punto di vista teologico e psicologico possiamo ricordare che l’immagine di Dio rimane, nella sua pienezza e come totalità, incomprensibile e inafferrabile per gli uomini. Per la nascita e lo sviluppo dell’immagine di Dio infantile tuttavia l’influenza dei genitori è decisiva. Il rapporto genitori-figlio viene innanzitutto trasferito al rapporto con Dio. Anche l’autostima del bambino e dell’adolescente ha le proprie radici nella famiglia e si ripercuote essenzialmente sul rapporto con Dio. Un bambino che non vede mai pregare la mamma e il papà, molto difficilmente pregherà in seguito. La cosa più importante per i genitori è chiarire la propria immagine di Dio. Hanno la responsabilità di non ingannare i figli a proposito di Dio,rivelando loro un’immagine di Dio nemica della vita e dell’amore, danneggiandoli in questo modo dal punto di vista psichico. I bambini hanno bisogno di un rapporto con Dio, non di una ideologia su Dio. Il più delle volte i bambini ricevono immagini diabolicamente deformi e fortemente nevrotizzanti di Dio: il Dio giudice che punisce; il perfido Dio di morte; il Dio contabile e della legge; il Dio che esige un alto rendimento; il Dio che vende a caro prezzo i suoi favori, ecc.

Le icone di Dio positive sono differenti: Dio che ha creato ogni uomo a sua immagine e che gli dona pienamente la vita; Dio che accompagna e protegge la vita dell’uomo come un “buon pastore”; Dio che si occupa degli uomini come un padre “materno”; Dio che soffre con l’uomo e che lo libera alla vita attraverso la sofferenza e la morte. Dio stesso si è mostrato agli uomini nel suo figlio Gesù Cristo: la fede comincia sempre da un incontro personale con Gesù. La religiosità però viene acquisita non solo in base a un modello, ma anche attraverso l’insegnamento e l’accompagnamento. I bambini hanno il diritto di sapere e capire, di conoscere la storia di Gesù, le sue parole, la riflessione e la tradizione della comunità dei credenti. E poi di essere “iniziati” ad una vita “con Dio dentro”.

La terza via importante per imparare la religiosità passa attraverso il rafforzamento che vienedall’approvazione degli altri e la conferma sociale. La sicurezza interiore necessaria e l’autentica conoscenza e comprensione del comportamento religioso crescono non solo attraverso i genitori, ma anche attraverso la relazione dei bambini con la comunità dei credenti e con le sue attività. In questo contesto sociale la Chiesa ha la sua elevata importanza in qualità di comunità credente: senza le tante altre persone che percorrono la strada verso Dio insieme a Gesù, la fede cristiana non è sperimentabile né può crescere. La conferma sociale derivante dalla preghiera e dalla celebrazione in comune nella chiesa o anche in gruppi, all’oratorio, fa apparire plausibile e degno di essere vissuto tutto ciò che viene trasmesso al bambino dai genitori e dai catechisti. Ma anche le comunità possono ingannare i bambini. Molte funzioni religiose sono celebrate in modo che i genitori e i bambini non riescano a capire quasi niente e si sentano a disagio. Il pensiero che c’è dietro a questo modo di fare è che i bambini devono adattarsi alla funzione religiosa degli adulti. Ancor oggi esistono molti “discepoli” che ritengono che i bambini disturberebbero Gesù, che continua a ripetere: «Lasciate che i bambini vengano a me».