ETHICAL FLASH 

 

 


 

BOLLETTINO U.C.F.I. (UNIONE CATTOLICA FARMACISTI ITALIANI) – SEZIONE DI VERONA

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N° 10/04

 

Un chiarimento etico per i farmacisti

 

SPUNTI DI RIFLESSIONE

 

Pubblichiamo un recente carteggio tra S.E.R. Mons. Carlo Caffarra, Arcivescovo di Bologna, e un farmacista, che chiede un parere autorevole riguardo ad un problema morale che si pone nell’esercizio della sua professione.

 

 

Buttapietra (VR), 31 ottobre 2003

 

Carissima Eccellenza,

 

                                   Lei gode fama di essere in campo morale competente, chiaro e in perfetta sintonia con il Magistero della Chiesa Cattolica.

Pertanto mi permetto di scriverLe questa lettera per sottoporLe un problema morale e di coscienza. Il problema è questo: il farmacista può o non può vendere i preservativi? Quali sono le motivazioni per il no e per il sì? Quali le responsabilità morali?

Io sono titolare di una farmacia e non vendo i preservativi come altri pochissimi miei colleghi, perché, a mio modo di vedere, non voglio essere corresponsabile di un atto disonesto e contro natura.

I mezzi di comunicazione sociale e la maggior parte dei miei colleghi criticano questo comportamento fino alla derisione.

Ecco la necessità di avere autorevoli e motivati chiarimenti per giustificare pubblicamente questa scelta, di cui sono convinto.

Faccio presente che il preservativo non è fra i prodotti obbligatori per la farmacia: è un prodotto facoltativo.

Se Lei me lo consentirà, potrò divulgare tra i miei colleghi e tra le varie associazioni professionali di categoria la Sua risposta a quanto Le ho chiesto.

In attesa di una Sua autorevole risposta, anticipatamente ringrazio e porgo i miei migliori auguri.

 

Dr. Manfrini Tiziano

 

P.S. Il mio indirizzo, telefono e posta elettronica sono:

 

Piazza Roma, 41 C.A.P. 37060 Buttapietra (VR)

tel. 045-6660006

e-mail: manfrini@brembenet.it

 

 

Ferrara, 26 novembre 2003

 

Egr. Sig.

Dott. Tiziano Manfrini

P.zza Roma, 41

37060 BUTTAPIETRA (VR)

 

Egregio Dottore,

 

                                   perdoni il ritardo con cui rispondo alla sua lettera del 31 ottobre u.s., dovuto ai miei molti impegni pastorali.

La fattispecie da lei sottopostami si configura come cooperazione formale ad un atto gravemente disonesto. Orbene cooperare formalmente al male non è mai lecito, e pertanto il farmacista non può vendere i preservativi.

La cooperazione formale è quella che concorre alla volontà disonesta di chi compie il male, sì da includere il consenso del cooperante allo stesso peccato. E ciò può avvenire in due modi:

a)      quando il cooperante concorre con l’esplicita intenzione che l’agente principale possa compiere l’azione disonesta;

b)      quando il cooperante concorre con un’azione che per se stessa non ha nessun’altra finalità se non quella di aiutare l’agente principale a compiere l’azione disonesta.

La vendita-acquisto di un preservativo non ha nessun’altra ragione d’essere se non quella di compiere un atto sessuale illecito [appunto col preservativo], e quindi siamo nella fattispecie della cooperazione formale b).

[Mi spiego con due esempi. Chi gestisce un’armeria vende armi che possono essere usate onestamente (per esempio per legittima difesa) oppure disonestamente. La vendita quindi come tale non ha necessariamente il senso di aiutare a compiere un delitto. E’ in sé neutra.

Chi pubblica riviste o libri pornografici, mette a disposizione dei lettori uno strumento per azioni illecite: quelle pubblicazioni non hanno che un senso].

La cooperazione formale è sempre illecita. Essa infatti include necessariamente il consenso al peccato altrui, la sua approvazione.

La mia risposta trova conferma in un limpido testo di San Tommaso, che recita: «se un mestiere produce oggetti di cui gli uomini non possono servirsi senza commettere peccato, questi artigiani peccherebbero producendo tali oggetti, offrendo direttamente ad altri occasione di peccato… Se si tratta invece di un mestiere i cui prodotti possono essere usati sia onestamente sia disonestamente, per esempio spade, frecce o altro simile, l’esercizio di questo tipo di mestiere non è peccato» [2°, 2ae, q. 164, a. 2, ad 4um].

Mi rendo perfettamente conto che questa condotta pone contro corrente, ma questo – oggi più che mai – è normale per il cristiano.

Resto comunque a sua disposizione per ogni ulteriore spiegazione. La saluto rispettosamente.

 

                                                                                                        + Carlo Caffarra

                                                                                         Arcivescovo di Ferrara-Comacchio

 

 

P.S. L’autorizzo a fare uso di questa lettera in ogni modo che lei riterrà opportuno

 

 

 

 

Corso Martiri della Libertà, 77 – 44100 Ferrara – Tel. 0532.209.773 – Fax 0532.249.978

E-Mail: segrvesc@tin.it

Internet: http://www.arcidiocesi-ferrara-comacchio.it

 

 

Buttapietra (VR), 23 marzo 2004

 

 

 

 

 

 

S.E.R. Arcivescovo di Bologna

Mons. Carlo Caffarra

Via Altabella, 6

40126 BOLOGNA

 

 

Carissima Eccellenza,

 

                                   mi congratulo per la Sua nomina ad Arcivescovo di Bologna e le formulo i migliori auguri per il Suo nuovo apostolato.

La ringrazio per la Sua lettera, che Le invio in allegato alla presente, del 26/11/2003 di risposta al mio quesito, che riguardava la vendita del preservativo da parte del farmacista: la Sua risposta è stata chiara e precisa da un punto di vista dottrinale per quanto riguarda la cooperazione formale.

Approfittando della Sua dichiarata disponibilità a chiarimenti in merito, gradirei avere ulteriori argomentazioni altrettanto valide dal punto di vista morale per quanto riguarda la cooperazione materiale dei dipendenti di farmacia e dell’industria.

Inoltre mi sento in difficoltà a trovare argomentazioni appropriate quando devo rispondere a domande come queste: «Meglio il preservativo che la malattia?»; «Meglio il preservativo che l’aborto dovuto alla negata consegna del preservativo?»; «Perché negare la vendita del preservativo a persone atee o di religione diversa da quella cristiana cattolica?».

Tali domande e le circostanze che le fanno scaturire sono spesso oggetto di conversazione in tutti gli ambienti sociali da parte di persone di varia estrazione culturale.

Avere principi chiari ed argomentazioni valide è estremamente necessario per non essere messi in difficoltà nel difendere la morale cristiana.

Quanto Le chiedo non è una pura curiosità personale, ma è un quadro completo morale da presentare a tutti i miei colleghi che accusano quanti si comportano come me di essere fondamentalisti, estremisti, fuori dalla realtà e altre cose simili.

Quando avrò una Sua autorevole risposta globale sul tema, Le chiedo fin da ora se mi consentirà di divulgarla tra i miei colleghi e tra le varie associazioni professionali di categoria.

Troverò certamente forti resistenze, ma mi sento sicuro di dire la verità su quanto un cristiano è tenuto a vivere nella propria professione sanitaria a tutti e in modo particolare a quanti si dicono cristiani cattolici solo a parole.

Con la consapevolezza di fare un servizio di chiarezza ai miei colleghi aperti alla verità, resto in attesa di una Sua risposta.

Anticipatamente La ringrazio e Le porgo i miei migliori auguri pasquali.

 

 

Dott. Tiziano Manfrini

 

 

 

 

 

Bologna, 6 aprile 2004

 

 

Egr. Sig.

Dott. Tiziano Manfrini

P.zza Roma, 41

37060 BUTTAPIETRA (VR)

 

 

 

 

Egregio Dottore,

 

                                   la trattazione sulla cooperazione materiale esigerebbe un notevole spazio di tempo, che dati i miei impegni pastorali non ho a disposizione. Del resto può trovarla in un qualsiasi testo di morale cattolica.

Vengo alle sue tre domande precise.

Le prime due sono simili e pertanto possono ricevere una sola risposta che è la seguente.

Ciascuno di noi è responsabile delle proprie azioni e non delle conseguenze che potrebbero derivarne a causa di azioni liberamente compiute da altri. In altre parole, esiste un solo modo da parte di ciascuno per evitare che non accada al mondo l’ingiustizia: agire con giustizia.

Alla terza domanda rispondo dicendo che la moralità dell’azione che compio non è decisa dalle convinzioni di fede della persona con la quale la mia azione mi fa entrare in rapporto. Inoltre ogni professionista deve agire secondo la propria coscienza (e scienza) e non secondo la coscienza di un altro.

L’autorizzo a divulgare questa mia tra i suoi colleghi e le varie associazioni di categoria.

Le faccio i migliori auguri di Buona Pasqua.

 

 

 

 

                                                                                                         + Carlo Caffarra

                                                                                                    Arcivescovo di Bologna