DOMENICO RAVALICO

 

LA CREAZIONE NON E’ UNA FAVOLA

 

 

 

 

NOTA INTRODUTTIVA

Domenico Ravalico morì a Bologna, la città dove insegnava, nel 1974, l'anno in cui apparve la prima edizione di questo testo. Nel ripubblicarlo oggi nel Sito Internet www.lavocecattolica.it forse egli avrebbe aggiornato alcuni dati. Ma poiché si tratta per lo più di punti di secondaria impor­tanza nell'economia del testo, si ha motivo di ritenere che anche nella sua stesura originale l'opera conservi tutta la sua validità e attualità. Torniamo perciò a proporre il testo, oggi non più reperibile in commercio, quale uscì dalla penna dell'illustre Autore.

           

Elaborazione grafica: Prof. GIORGIO NICOLINI

VITTORE SALADINO

 

Da appena qualche decennio, quasi all'improvviso, la Scienza si è accorta che esiste un progetto, una programmazione, alla base di ciascun vivente: nessuno può vivere senza quel progetto predisposto in anticipo, registrato su nastri DNA, in codice. Si è accorta che persino un microbo, visto sullo schermo fluorescente del super microscopio elettronico, è favolosamente complesso e organizzato, tanto da declassare al livello di giocattoli infantili i prodigi della nostra tecnica. La Scienza si è anche accorta, in questi ultimi lustri, che il corpo umano è costituito da 60 mila miliardi di cellule viventi, ciascuna delle quali è «un mondo al di là di ogni più ardita fantasia». Ha anche riconosciuto che ogni uo­mo è progettato, e che la sua programmazione complessiva è registrata su nastri dna di lunghezza tale da poter circoscrivere tutto il Sistema Solare.

Tre secoli or sono gli uomini rimasero sorpre­si e sgomenti per l'immensamente grande e per l'immensamente piccolo; oggi sono ester­refatti per l'immensamente organizzato. Da dove è venuta quell'organizzazione? Mai come oggi l'uomo si trova a poter riconoscere, nello stupendo mistero delle origini, le orme del Creatore.

Con chiarezza e trasparenza, in questo libro sono delineate le nuove «incredibili» realtà naturali, messe in luce dalla Scienza dopo gli anni '50.

 

 

PREFAZIONE

E’ possibile riconoscere scientificamente, ai giorni nostri, che la Creazione non è una favola? Si può affermare con tutta certezza, in base a evidenti fe­nomeni naturali, che il materialismo marxista, negatore della Creazione, è falso?

Lo dimostrano in modo sfolgorante nuove im­mense e inattese realtà naturali, scoperte dalla Scienza in questo ultimo ventennio. Quelle scoperte stanno dischiudendo innanzi ai nostri occhi un pa­norama assolutamente nuovo, del tutto inimmagina­bile, tale da coinvolgere l'Universo dall'atomo alla Galassia, e il Regno della vita dalla molecola all'organismo umano. E un panorama imprevisto e imprevedibile, sorprendente ed insieme inquietante.

Avviene oggi quanto è già accaduto in passato; l'Umanità si trova di fronte ad una svolta lungo il suo cammino; è una svolta che sgomenta poiché non consente di intravedere quale sia la meta.

Tre secoli or sono, l'invenzione del telescopio eb­be l'effetto di spalancar l'Universo innanzi agli occhi degli uomini, sorpresi e intimoriti. Dagli abissi dello spazio emersero miriadi di stelle e maestose Galassie. La Scienza si trovò innanzi all'immensamente grande. Ma appena qualche decennio più tar­di, venne inventato il microscopio. Questa volta a dischiudersi innanzi agli occhi degli uomini fu il vasto mondo dei microbi, dei butteri, delle cellule viventi. La Scienza si trovò innanzi all'immensamente piccolo.

Ed ora siamo noi, uomini d'oggi, a dover rimane­re sorpresi e costernati; siamo noi a dover accogliere "incredibili” nuove realtà naturali, dall'apparenza addirittura assurda. L'invenzione del super-microscopio elettronico ha spalancato innanzi ai nostri occhi una terza immensità. Sul suo schermo fluorescente possiamo costatare che cosa siano effettiva­mente le cellule viventi e in genere i microrgani­smi. Quel formidabile strumento ha dimostrato che i nostri più prestigiosi apparecchi e le nostre mac­chine più sorprendenti non sono altro che trastulli infantili, paragonati con una microscopica cellula o con un batterio. Un sommergibile atomico o un'astronave sono ben poca cosa di fronte ad un vermiciattolo o ad un moscerino.

Vogliamo strillare? Non servirebbe a nulla, tanto indietro non si ritorna, come non si è mai ritornati; dobbiamo per forza andare avanti. È un trauma do­loroso, ricorrente nella storia del sapere umano. Dobbiamo fare del nostro meglio per abituarci a vi­vere in un mondo che è immensamente più complesso di quanto non appaia ai nostri occhi, e non possa venir compreso dalla nostra mente.

Vista al super-microscopio elettronico, una foglia non è più una foglia; è qualche cosa che con la foglia non ha proprio nulla in comune; è una straordinaria, immensa metropoli produttiva, in cui regnano sovrane l'organizzazione e la cibernetica. Non sembra vero, non sembra neppure immaginabile, non sembra una acquisizione scientifica. Non è stato facile accogliere l'idea della Terra sferica, non è facile oggi pensare ad una foglia piena di automatismi, di computer e di reti cibernetiche.

La Scienza ci dice che il corpo umano di un adul­to è costituito da un ordinato insieme di 60 mila miliardi di cellule viventi. Sono specializzate in mo­do da formare i suoi diversi organi. Ma è bene ripe­terlo: sono 60 mila miliardi. Ebbene, che cos'è una di quelle cellule, una sola?

Lo si vede chiaramente, senza alcuna ombra di dubbio, sullo schermo fluorescente del super-microscopio elettronico. È del tutto simile ad una pro­digiosa fabbrica ultra-moderna, immaginabile ma non progettabile, del tutto automatizzata, quindi in grado di funzionare senza alcun intervento dall'e­sterno, e per di più capace di controllare tutta la propria attività, ossia di pilotarsi. Il suo diametro è di appena un centesimo di millimetro, in media, ep­pure possiede molti congegni, molte apparecchiatu­re, molti reparti di produzione, molte catene di montaggio e molte centrali energetiche.

Non è tutto. Quella fabbrica così favolosamente complessa non potrebbe funzionare, non potrebbe esistere, non sarebbe neppure pensabile senza un centro direttivo, in grado di coordinarne tutta l'attività e di fornirle tutte le indicazioni necessarie. La cellula possiede perciò il proprio centro direttivo nel suo nucleo. Quel centro è pieno di computer pro­grammati adeguatamente. La programmazione è registrata su appositi nastri. E quanto avviene anche nelle nostre fabbriche, nelle nostre banche, nei no­stri laboratori scientifici. I computer sono oggi adul­ti, possono guidare una sonda spaziale o dirigere un'acciaieria.

Ma noi uomini riusciamo finalmente a compren­dere che cosa sia la cellula vivente soltanto perché negli anni '20 abbiamo scoperto che gli elettroni po­tevano venir utilizzati anche senza fili conduttori. Siamo così passati dalle applicazioni dell'elettricità alle applicazioni elettroniche. Oggi possiamo com­prendere che la cellula è esattamente automatizzata e cibernetica soltanto perché con i transistor siamo riusciti a progettare e costruire gli elaboratori elet­tronici, i computer. Con essi ci è stato possibile dar inizio all'automazione e alla cibernetica.

Senza l'elettronica, senza i transistor, senza i cir­cuiti logici e i circuiti integrati, senza il super-microscopio elettronico ci si troverebbe ancora oggi nella umiliante situazione di aver per la testa le fia­be inventate nel secolo scorso, quando la cellula sembrava un grumetto di mucillagine.

Di fronte a queste nuove grandiose scoperte, la Scienza di oggi afferma che ogni vivente realizza il proprio progetto. Prima c'è il progetto, poi c'è la programmazione registrata su nastro DNA, ed infine c'è il vivente. Nessuno può inserirsi nel Regno della vita di propria iniziativa, in quanto nessuno può generarsi da solo, o venir generato da una qual­che virtù magica della materia, come si credeva un tempo. Tutti i viventi devono derivare dal loro pro­getto, venir "costruiti" in base alla registrazione presente sui loro nastri DNA, programmati in anticipo.

Dopo l'affermazione che la proprietà fondamenta­le di tutti i viventi, nessuno escluso, è quella di essere dotati di un progetto, la Scienza è giunta alla seguente conclusione: gli atomi sono progettati, le molecole sono progettate, le proteine sono progetta­te, le cellule sono progettate, i viventi sono proget­tati, però tutti questi progetti minori fanno parte di un progetto complessivo, totale, comprendente an­che il Sistema Solare e l'Universo intero.

L'atomo di idrogeno è progettato in modo da far splendere il nostro Sole, e nello stesso tempo di for­nire potenza ad ogni vivente affinché possa fun­zionare, esser davvero vivente. È progettato in modo da far splendere tutto l'Universo e di far "funzionare" ogni vivente su tutta la Terra. E forse anche oltre.

È un "miracolo", una visione nella quale l'occhio si perde smarrito e l'anima ha un tremore di commozione. E la Creazione che sorge maestosa sull'o­rizzonte della conoscenza umana. Per la prima volta.

 

 

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UNA INASPETTATA SFIDA ALL'INTELLIGENZA UMANA

 

«Ogni vivente ha il proprio programma regi­strato su nastri DNA. Con esso si auto-costruisce e poi funziona. È così svelato il segreto della vita. Non esiste meraviglia più grande».

prof. marshall nirenberg, Premio Nobel

 

«Il progresso della Scienza liquiderà definitiva­mente la fede religiosa».

C'è a Mosca un Istituto per l'ateismo che fa parte dell'Accademia delle Scienze. Elabora tutta l'intensa propaganda contro la religione, imposta dal governo, ed appronta i programmi scolastici per dare ai giovani una visione esclusivamente ma­terialistica del mondo. Quella propaganda investe i fanciulli sin dalle prime classi elementari.

«Le scoperte scientifiche entrano dalla porta, mentre la fede religiosa vola via dalla finestra». È quanto affermano gli infaticabili propagandisti dell’ateismo nella loro rivista popolare a grande tiratura Nauka i religija (Scienza e religione).

 

«Il mondo d'oggi è quello di Galileo, di Newton, di Darwin, di Pavlov e di Einstein. È un mondo di progresso, di ipotesi e di proposizioni ardite, de­stinate ad essere tradotte in termini sperimentali. La Scienza è in continuo sviluppo. Ha aiutato l'uomo ad estendere il suo dominio al di là di ogni confine della natura. La religione è invece solo oscurantismo; è la droga dell'oppressione so­ciale.

Con l'aiuto della Scienza, l'uomo è arrivato ad inventare il microscopio, il telemetro, la radio, la televisione, il radar e i cervelli elettronici. È anche arrivato ad utilizzare l'energia del nucleo atomico, ed a viaggiare nel Cosmo con le astronavi.

Possiamo essere certi che tutto questo non è che una tappa del progresso. Altre scoperte atten­dono la Scienza futura: esse dischiuderanno vasti e affascinanti orizzonti. Pianificando quelle nuove scoperte, l'uomo riuscirà ad orientare le sue azioni in termini puramente logici di vantaggio materiale; egli giungerà in possesso non solo delle chiavi del presente ma anche, per la prima volta, di quelle del futuro.

La vittoria della Scienza materialistica sul misti­cismo delimiterà il mondo esteriore delle impressioni soggettive, dimostrerà che l'uomo è una delle manifestazioni della natura, il risultato di una lun­ga evoluzione degli esseri viventi sulla Terra.

La Scienza è prodotta dall'intelletto dell'uomo, mentre la religione è opera della fantasia, dell'ignoranza e della paura. Le dottrine religiose sono ingenue e fantastiche; esse contraddicono alla Scienza e alla ragione. La Scienza materialistica è Dio, non il vecchio Dio della Bibbia, bensì un Dio nuovo, sorto per la potenza dell'ingegno umano, un Dio fatto a somiglianza dell'uomo, creato dall'uomo.

Non abbiamo alcun timore di affermare che ri­mangono ancora molti enigmi da risolvere, e che molti sono anche gli interrogativi in attesa di una risposta sicura; ma siamo assolutamente convinti che il progresso della Scienza metterà tutto in chiaro, spiegherà tutto con cause materiali, darà un'interpretazione fisicalista a tutti quei fenomeni naturali che oggi sono ancora avvolti nel mistero, rendendo definitiva e incrollabile la vittoria del materialismo ateo».

 

Ed invece tutte le recenti conquiste della Scien­za hanno dimostrato il contrario.

Non una sola di esse ha dato ragione ai mate­rialisti atei; tutte hanno dimostrato che la Creazio­ne non è una favola.

Le passeremo in rassegna, sia pur brevemente, ad una ad una.

Incominciamo con quella che riguarda diretta­mente il nostro corpo e la nostra vita sulla Terra.

La Scienza ha scoperto che il corpo umano è programmato e quindi registrato in codice su un nastro. Ha scoperto che ciascuno di noi si è auto­costruito nel grembo materno in base a quella programmazione registrata su quel nastro.

Per di più, la Scienza ha scoperto che il nostro corpo oggi vive in base a quella stessa programmazione registrata su quello stesso nastro.

 

Che cosa significa?

Significa che senza un progetto iniziale, conce­pito prima della comparsa dell'uomo sulla Terra, e senza la sua programmazione e la registrazione su un apposito nastro, ci sarebbe impossibile esistere.

Se ascoltiamo la voce di un cantante ed i suoni di un'orchestra, questo avviene per l'incisione sul disco. Il cantante non è presente, ma quella che ascoltiamo è la sua voce; l'orchestra non è neppu­re presente, ma la ascoltiamo egualmente.

La Scienza ha scoperto, tra gli anni cinquanta e sessanta, il "disco" e la "incisione" della vita. Quattordici Premi Nobel sono già stati assegnati ai principali artefici di questa nuova sorprendente acquisizione della conoscenza umana.

È una scoperta immensa, del tutto inaspettata, di enorme importanza. È probabilmente la più grande che sia stata fatta in tutti i tempi. Gli scienziati sono unanimi nell'asserire che non può esistere nell'Universo qualche cosa di più meravi­glioso. Non riescono ad immaginare qualche cosa che possa superare quel prodigio della Natura.

 

Ai giorni nostri il disco fonografico è al tramon­to; lo sostituisce il nastro magnetico. Al posto del­la fonovaligia o del mangiadischi c'è il registratore magnetico o il suona nastri. Voci e suoni, anziché venir incisi su dischi, vengono trasmessi alla verni­ce magnetica di un apposito nastro, alto alcuni millimetri e molto sottile. È avvolto su bobina, per funzionare con il registratore; oppure sul mozzo della musicassetta, per funzionare con il suona na­stri.

Anche i programmi radio vengono prima regi­strati su nastro magnetico, e poi "messi in onda", ossia diffusi dalle antenne trasmittenti.

La stessa cosa avviene per la TV. Tutte le im­magini, che possiamo scorgere sul video del televi­sore, vengono prima registrate su nastro magneti­co, e poi "messe in onda", all'ora prestabilita. Può sembrare persino impossibile che le immagini lu­minose e in movimento possano venir registrate su nastro magnetico. È un prodigio dell'elettronica, la regina del nostro secolo.

E questo non solo per la televisione in bianco e nero, ma anche per quella a colori. Immagini in movimento, luminose e a colori, modulano la ver­nice del video-nastro, per poi riapparire sullo schermo dei televisori.

Sono state proprio queste conquiste della tecni­ca a rendere possibile la scoperta della registrazio­ne su nastro della programmazione di ogni forma di vita, dal microrganismo sino all'uomo.

Senza di essa sarebbe ancor oggi impossibile in­tendere che alla base della vita vi è una programmazione predisposta in anticipo, e registrata su un apposito nastro, come verrà descritto nel cap. III.

La scoperta di quella programmazione, presente in tutti i viventi, ha sbalordito e sgomentato gli scienziati. Con quella scoperta, la conoscenza umana è giunta ad uno dei suoi vertici, è pervenu­ta a svelare il segreto della vita.

 

 

Il prodigioso nastro DNA

 

Quel nastro, capace di convenire la materia inerte in una immensa gamma di esseri viventi, viene indicato con la sigla internazionale DNA.

C'è un solo nastro DNA per tutti i viventi, e la registrazione è effettuata nello stesso modo per tutti, si tratti di un lichene o di una quercia, di un vermiciattolo o di una balena azzurra.

Noi incidiamo su disco, o registriamo su nastro, qualsiasi voce e qualsiasi suono; tanto una tiritera infantile quanto una imponente sinfonia musicale. Avviene la stessa cosa per la registrazione della vi­ta, di ogni forma di vita, passata o presente. I di­nosauri si sono auto costruiti ed hanno "fun­zionato", vissuto, in base alla stessa registrazione sullo stesso nastro DNA, che ha dato origine agli uomini di oggi. È variata soltanto la programma­zione.

Attualmente, la classificazione dei viventi com­prende circa un milione di specie di animali e 350.000 specie di vegetali. Vi è un progetto e una programmazione per ciascuna di esse.

Varia la programmazione, ma la registrazione è la stessa per tutti, protisti, piante, animali e uomini.

È con la programmazione registrata su quel na­stro biologico che ebbe inizio la vita sulla Terra, ed è con quella programmazione che essa si è dif­fusa nel tempo, sino ai giorni nostri.

Il nastro DNA è immensamente sottile. Non lo si vede con il microscopio. Lo si è potuto scorgere indirettamente mediante una tecnica nuova, estremamente raffinata, quella che consente di vedere le ombre degli atomi mediante la diffrazione dei raggi X. Il suo spessore è di appena due milionesi­mi di millimetro, pari a dieci atomi. Non lo possiamo immaginare.

È anche immensamente lungo, diversamente non potrebbe contenere l'enorme registrazione ne­cessaria per fornire tutte le indicazioni tecniche e le informazioni occorrenti per costruire un essere vivente, complesso come è. Quello di un microbo è, in media, mille volte più lungo del microbo stesso. Può stare, spiralizzato e ravvolto, nel mi­crobo, solo perché è immensamente sottile.

La Scienza ha scoperto che sul nastro DNA è registrata tutta la programmazione al completo di ogni vivente. Essa contiene tutte le indicazioni tec­niche, affinché il vivente possa prima auto-costruirsi e poi "funzionare", ossia vivere.

Da chi possiamo far derivare quel progetto, quella programmazione, quella registrazione e quel nastro biogenetico?

Evidentemente, solo da Qualcuno che è al di là della materia e dell'energia, al di là della vita e della Natura, al di là del tempo e dello spazio.

Soltanto da Dio Creatore.

 

 

Una Galassia per ogni uomo

 

Quali itinerari scientifici sono stati percorsi per giungere a scoprire nella Natura una realtà così immensa, così maestosa?

Le pagine seguenti vorrebbero essere un rac­conto episodico di quella straordinaria avventura della conoscenza umana. La prima grande scoper­ta fu la seguente: gli esseri viventi sono formati da cellule, come la materia è formata da atomi. Senza atomi non esiste materia, senza cellule non esiste alcun vivente. I viventi più piccoli, i batteri e i mi­crobi, sono formati da una cellula sola. Il corpo umano è formato da una sterminata miriade di cellule (v. fig. 1).

Questa scoperta può venir fatta risalire all'anno 1675, quando Marcelle Malpighi, il fondatore del­la scienza della vita, scrutando con uno dei primi microscopi, riuscì a scorgere l'intima struttura del­le piante. Si avvide che esse sono formate da un enorme numero di particelle fondamentali. Le chiamò utricoli. La sua scoperta era troppo in anticipo sui tempi, e venne presto dimenticata.

Nel 1838, un naturalista tedesco, Matthias Schleiden, scrutando nelle piante con microscopi migliori, vide bene la loro struttura cellulare; ri­scoprì gli "atomi della vita". Un suo amico zoolo­go, Theodor Schwann, volle scrutare anche negli organismi animali. Scoprì che anche essi sono for­mati da un fittissimo insieme di cellule.

Tutte le cellule derivano da altre cellule; non avviene mai che una cellula si formi spontanea­mente; la vita deriva sempre dalla vita. Il nostro corpo ebbe inizio da una sola cellula-uovo, più piccola del puntino di una i. L'auto-costruzione del nostro organismo è avvenuta mediante una conti­nua suddivisione di cellule. La prima si divise in due cellule; le due si divisero in quattro e così via. Quando siamo venuti alla luce, il nostro corpo neonato era formato da circa 2300 miliardi di cel­lule viventi, tutte derivate da quella primigenia.

Ciascuna di quella miriade possedeva il proprio centro direttivo, con la programmazione di tutto il nostro corpo registrata su 46 nastri DNA, sistema­ti in altrettanti contenitori, i cromosomi, appaiati a coppie, metà di origine materna e metà di prove­nienza paterna (v. fig. 16).

Nell'uomo adulto quelle cellule sono, in base a valutazioni ufficiali, ben 60 mila miliardi.

È qualche cosa di immenso. Ma è più immenso ancora che tutta la programmazione dell'auto-costruzione e del funzionamento dell'essere umano sia presente sui nastri DNA contenuti in ciascuna di quella miriade sterminata di cellule, una per una. Ciascuna possiede il proprio centro direttivo, che tutto dirige, coordina e controlla. I nastri DNA sono contenuti in quel centro (v. fig. 5).

Quarantasei nastri DNA moltiplicati per 60 mi­la miliardi, per ogni uomo.

Una popolazione di cellule.

Purtroppo, le nostre possibilità immaginative so­no molto esigue. L'uomo, nella sua avventura attraverso i secoli, ha sempre scoperto qualche prodigio della Natura che lo ha costernato. Oggi tocca a noi rimanere perplessi e sgomenti di fronte a nuove impensate realtà, al di là di ogni più ardita fantasia.

Sessanta mila miliardi di cellule viventi per ogni uomo... E ciascuna di esse vuole la sua parte di ossigeno per poter funzionare, vuole l'adeguato ri­fornimento di sostanze energetiche da consumare, e vuole sostanze nutritive per le sue necessità metaboliche, per poter continuare ad essere vivente, per non morire.

Noi dobbiamo respirare continuamente, giorno e notte, per far giungere l'indispensabile ossigeno a quella immensa popolazione di cellule viventi, pari a quella degli abitanti di 20.000 Terre... Con il fiato dobbiamo continuamente eliminare dal corpo il gas anidride carbonica, quello che costi­tuisce il residuo della loro attività organica.

Il nostro cuore deve pulsare continuamente per sospingere il sangue, carico di ossigeno, glucosio e sostanze nutritizie, affinché possa giungere agli "abitanti di quelle 20.000 Terre", senza dimenti­carne neppure una sola. L'organizzazione della di­stribuzione "a domicilio" delle cellule è perfetta. E basata su una immensa rete di microscopici vasi sanguigni, i capillari; quella rete collega le varie arterie con le corrispondenti vene; chiude il siste­ma circolatorio. Se i capillari di quella rete venissero collegati uno di seguito all'altro, risulterebbe­ro lunghi 95.000 chilometri. Per ogni uomo sono necessari tanti capillari, da poter girare due volte intorno alla Terra. Ne resterebbe ancora un tratto di 15.000 chilometri.

Cellule viventi formano anche i capillari, come formano qualsiasi altra parte del corpo. Ne occorrono in media dieci per millimetro. Quante siano quelle necessarie per costruire l'intera rete dei ca­pillari risulta da un calcolo molto semplice. La lunghezza complessiva, di 95.000 chilometri, è pa­ri a 95 milioni di metri, ossia 95 miliardi di millimetri. Le cellule necessarie sono dunque 950 mi­liardi, sui 60 mila miliardi disponibili.

Per il solo sistema circolatorio, cuore, arterie, vene e capillari si pensa siano necessari 20 mila miliardi di cellule viventi. Altri 10 mila miliardi sono necessari per il sistema scheletrico, poiché anche le nostre ossa sono formate da cellule viven­ti, le osteociti.

Siamo già a 30 mila miliardi di cellule. Poi ven­gono gli altri sette sistemi del nostro corpo. La valutazione di 60 mila miliardi di cellule viventi è dunque certamente molto vicina alla realtà.

 

 

Attività automatizzata

 

Benché le cellule del nostro corpo siano in nu­mero così enorme, tutte funzionano, tutte compio­no qualche lavoro utile; nessuna di esse vive di rendita.

Quelle del fegato sono, ad esempio, degli indaffaratissimi laboratori chimici. Alcune di esse sono adibite a fabbricare quel litro di bile al giorno che ci è necessario per la digestione. Altre hanno un compito del tutto diverso, ma non meno impor­tante: devono riconoscere a vista e distruggere tut­ti i veleni e tutti i microbi che, ad ogni pasto, noi mandiamo giù sveltamente.

A digestione ultimata, una gran massa di particelle alimentari viene trasferita dall'intestino al fegato, tramite la vena porta. Quelle particelle sono a miliardi. Eppure le cellule del fegato le control­lano con attenta cura, una per una. Se c'è un mi­crobo tra di esse, o un elemento tossico, viene im­mediatamente aggredito e demolito. I suoi resti vengono inviati ai reni, affinché provvedano a farli uscire lungo le vie urinarie.

Altre cellule sono invece adibite a "tessere" proteine. Nei nostri alimenti ve ne sono molte, ma il nostro corpo vuole le proprie proteine, per cui demolisce tutte quelle che ingeriamo, ed utilizza i componenti per approntarne delle altre, quelle che gli sono necessarie. È un lavoro enorme.

Infine, molte cellule del fegato devono imma­gazzinare lo zucchero glucosio, ossia il carburante del nostro organismo. Ma per far questo, devono prima convertirlo in glicogeno. Ad ogni richiesta di "carburante", devono riconvertire il glicogeno in glucosio ed inviarlo al cuore, affinché possa giungere a tutto il corpo.

Ma ciascuna cellula vivente è un automatismo. Come fa a sapere ciò che deve fare? Agisce nell'ambito di un'organizzazione più vasta, alla base della quale vi è la registrazione sui nastri DNA.

Tutto il lavoro da compiere è predisposto in an­ticipo, quindi è programmato e registrato su quei nastri.

 

 

Cibernetica

 

Per dare un punto di appoggio alla nostra im­maginazione, possiamo paragonare la cellula vi­vente ad una fabbrica completamente automatizza­ta, e quindi in grado di funzionare da sola, senza alcun intervento dall'esterno (v. fig. 5).

I progressi dell'elettronica e dell'automazione consentono di progettare, almeno in linea teorica, una fabbrica di questo tipo. Per metterla in attivi­tà, per farla funzionare e per controllarla, sarebbe­ro sufficienti dei segnali elettrici registrati sulle pi­ste di un nastro magnetico.

Quei segnali dovrebbero giungere, anzitutto, ad un complesso di elaboratori elettronici adeguatamente programmati, in grado di interpretare i se­gnali provenienti dal nastro, e convenirli in co­mandi operativi. Tali comandi, anch'essi costituiti da segnali elettrici, dovrebbero giungere ai relé e ai servomeccanismi preposti all'avviamento o alla messa in riposo delle macchine, dei congegni e dei sistemi di trasporto.

In tale modo, i segnali provenienti dalle testine di lettura del registratore dovrebbero poter attiva­re tutto il ciclo produttivo della fabbrica, in ogni suo minimo dettaglio.

Un elaboratore elettronico dovrebbe sorvegliare tutta l'attività della fabbrica, nonché i semilavorati ed i prodotti finiti. Interverrebbe immediatamente all'insorgere di un'anomalia. Diversamente, il suo funzionamento diverrebbe ben presto caotico, e tutto il sistema si auto-distruggerebbe.

Quella fabbrica automatizzata dovrebbe essere cibernetica.

Il principio della cibernetica è semplice. Funzio­nando, la macchina o il congegno produce un segnale elettrico. Sino a tanto che tutto va bene, quel segnale è sempre lo stesso. Non appena il la­voro è ultimato, o è necessario altro materiale, op­pure si è verificato un guasto, il segnale subisce un'alterazione.

L'elaboratore elettronico, incaricato alla sorve­glianza di quella macchina o congegno, controlla continuamente il segnale che gli perviene. Non ap­pena si accorge di una variazione qualsiasi, la interpreta e quindi provvede a dare gli ordini neces­sari, in base alla programmazione.

Una fabbrica progettata in questo modo, trascu­rando i dettagli, risulterebbe del tutto automatiz­zata e dovrebbe funzionare normalmente. Non ci sarebbe possibile progettarla in nessun altro mo­do. Programmazione, registrazione su nastro ma­gnetico, segnali elettrici, comandi operativi e con­trolli elettronici sarebbero alla base della nostra ipotetica fabbrica in grado di funzionare comple­tamente da sola, progettata da esseri umani, ma in assenza di essi.

 

 

La corsa di Pioneer-10

 

Un altro esempio di progetto programmato e registrato su nastro, è quello delle sonde interplanetarie e delle astronavi. Da sole, senza quella registrazione inserita nell'elaboratore elettronico di assetto e di guida, non potrebbero mettersi in corsa intorno alla Terra lungo un'orbita prestabilita, e tanto meno raggiungere la Luna o un pianeta.

È quella registrazione che sostituisce il gruppo di scienziati che ha predisposto il loro lancio nello spazio. E come se fossero presenti.

L'impresa di Pioneer-10 è spettacolosa. È in corsa verso i confini del Sistema Solare; uscirà da esso e si lancerà nel Cosmo aperto. Porta un mes­saggio per il popolo extraterrestre al quale, eventualmente, dovesse giungere. Corre lungo una rot­ta cosmica, come se si trovasse su un binario, con estrema precisione.

Ma come fa ad auto-guidarsi? Come fa a correre nel Cosmo, come se fosse sistemato su un binario? Per mesi e mesi, uno stuolo di scienziati del Centro Studi Ames della NASA, a Mountain Wiew, in California, ha allineato cifre e istituito calcoli, allo scopo di programmare esattamente la rotta cosmica di Pio­neer-10. È predisposta per la durata di 12 anni, con una velocità media di 120 mila chilometri all'ora. Prevede il passaggio attraverso il Grande Ghoul Ga­lattico, una zona di meteoriti e pulviscolo cosmico. Comprende un percorso arcuato per scavalcare Mar­te a 219 milioni di chilometri.

Gli scienziati della NASA avevano previsto che Pioneer-10 avrebbe raggiunto Giove il 3 dicembre 1974, passando a 140 mila chilometri dalla sua su­perficie. In quel giorno, segnali radio trasmessi dalla Terra, misero in funzione le sue due teleca­mere.

Le immagini ravvicinate del gigante congelato apparvero sugli schermi dei televisori in America e in Europa.

La corsa nello spazio di Pioneer-10 è continua­mente sorvegliata dai controllori della NASA. Prosegue sulla rotta prestabilita, grazie a quella pro­grammazione predisposta in anticipo. Venne regi­strata in codice su nastri magnetici. I nastri sono stati inseriti in un cervello elettronico ultra-miniaturizzato, installato a bordo. È quel cervello elettronico che controlla continuamente il percorso della sonda, confrontandolo con quello pro­grammato. Utilizza alcune stelle come punti di ri­ferimento. Qualsiasi deviazione dalla rotta viene immediatamente compensata.

Tutti gli undici strumenti scientifici a bordo del Pioneer-10 sono in funzione e continuano regolar­mente a raccogliere dati. Apparecchiature radio trasmettono senza sosta quei dati agli studi Ames. Anche la cellula-uovo, che diede inizio al nostro corpo, si è autoguidata in modo simile. Anch'essa si è valsa di una programmazione predisposta in anticipo, registrata in codice su nastri e affidata all'intelligenza "artificiale" del suo centro direzio­nale.

Il nostro corpo neonato, appena giunto alla lu­ce, fu la prima tappa di un lungo viaggio, su un itinerario rigorosamente prestabilito e controllato.

Sembra una favola, ed è la realtà; una realtà im­mensa, sfolgorante.

 

 

2

NUOVI PRODIGI DELLA NATURA

 

«Le meraviglie della nostra tecnica sono al li­vello di giocattoli infantili, se vengono con­frontate con quelle della Natura».

prof. george wald, Premio Nobel

 

«II più piccolo e più semplice di tutti i viventi, un microrganismo costituito da una sola cellula, è immensamente più complesso e meglio organiz­zato di qualsiasi nostro "cervello elettronico", o di una qualsiasi altra apparecchiatura, sia pure un'a­stronave.

Sarebbe paragonabile soltanto ad una prodigio­sa fabbrica ultra-automatizzata e cibernetica, capa­ce di dirigere e controllare tutta la propria attività, e quindi in grado di funzionare completamente da sola, e per di più di provvedere a riparare gli eventuali guasti, se ci fosse possibile progettarla e

costruirla.

Un sommergibile atomico o l'impianto di telese­lezione di un'intera nazione sono ben poca cosa di fronte ad un'ameba, e sono quasi niente al cospet­to di un organismo pluricellulare, ad esempio un vermiciattolo o un filo d'erba».

È quanto oggi affermano tutti gli scienziati, tutti indistintamente, a qualsiasi paese appartengano.

«Il corpo umano, essendo formato da 60 mila miliardi di cellule viventi, ciascuna delle quali è fa­volosamente complessa, è una Galassia vivente. Riesce a costruirsi da sé, partendo da una cellula sola, in base alla programmazione di tutto quanto deve venir eseguito, registrata sui nastri DNA, riu­niti nel suo centro direzionale. Quel centro prov­vede a fornire tutti i "piani costruttivi", a pianifi­care la costruzione dei vari organi, a coordinare la loro attività ed a rendere efficiente tutto quell’immenso sistema biologico».

Gli scienziati sono giunti a queste sorprendenti e sconcertanti conclusioni, dopo l'avvento del supermicroscopio elettronico (v. fig. 2).

Con quel nuovo formidabile strumento di osser­vazione, una microscopica cellula vivente diventa grande quanto un bue, una foglia assume le di­mensioni di una città.

Visto invece al microscopio ottico, ingrandito 1000 o al massimo 2000 volte, un microbo è sem­pre un microbo, un filo d'erba è sempre un filo d'erba. Ma visti al super-microscopio elettronico, ingranditi 200.000 volte, sino a 800.000 volte, il microbo e il filo d'erba sono qualche cosa di completamente diverso, qualcosa che ha assolutamente nulla a che fare con essi.

 

 

Un mondo nuovo

 

Ciò che si vede, poggiando gli occhi sul binocolo del super-microscopio, è qualche cosa di mai visto, è un mondo nuovo che sbalordisce e mozza il respiro.

Il super-microscopio elettronico è il nuovo oc­chio della Scienza. La sua potenza è pari a quella di un grande telescopio.

Per tutto quanto esiste sotto un certo ordine di grandezze, la luce non è più luce. Non illumina ciò che è piccolo oltre un certo limite. Non illumi­na un virus e non illumina una proteina.

I raggi elettronici, quelli usati per la televisione e per il radar, hanno lunghezze d'onda più corte di quelle della luce, e riescono perciò ad "illu­minare" anche un vasto mondo sub-microscopico, impenetrabile per la luce (v. fig. 3).

Con i raggi elettronici è necessario lo schermo fluorescente, ed è perciò che il super-microscopio si basa sullo stesso principio del televisore, pur es­sendo del tutto diverso, e di dimensioni molto maggiori.

Alcuni secoli or sono, prima dell'invenzione del microscopio ottico, era impossibile immaginare che tutti i viventi fossero formati da microscopiche cellule funzionanti per proprio conto. Una si­mile idea sarebbe apparsa del tutto assurda.

Dopo l'invenzione del microscopio ottico, risul­tò evidente che la vita si basa sulle cellule. Ma che le cellule viventi fossero delle prodigiose fabbriche ultra-automatizzate, programmate con la registrazione su nastri e provviste di inverosimili reti ci­bernetiche di controllo, non poteva passare nella mente di nessuno.

I grandi telescopi ci mostrano le immense Galassie sparse nell'Universo. Con essi abbiamo acquisito la conoscenza dell'infinitamente grande.

I super-microscopi elettronici hanno spalancato innanzi ai nostri occhi un universo nuovo, insospettato, quello dell'infinitamente organizzato, l'u­niverso della cellula vivente.

Di fronte a quanto esiste in quel nuovo univer­so, tutto ciò che ci può dare la nostra tecnica è sul livello di giocattoli infantili. Questa costatazio­ne ha messo in crisi la Scienza stessa.

 

 

Realtà favolosa

 

Come è possibile che la cellula vivente sia una prodigiosa fabbrica ultra-automatizzata e cibernetica? Come è possibile che sia favolosamente com­plessa, tanto complessa da declassare al livello di giocattolo infantile un'astronave o un impianto na­zionale di teleselezione?

Lo è per molte ragioni. Una di esse è che si comporta come una fabbrica automatizzata capace di approntare tutti gli ingegneri, tutti i tecnici, tut­ti gli operai che le occorrono...

Chi ascolterebbe, diversamente, gli ordini che i suoi nastri DNA impartiscono continuamente? Chi si incaricherebbe di leggere le informazioni tecniche trascritte su di essi? Chi eseguirebbe il lavoro in base alla pianificazione predisposta in an­ticipo? Chi si occuperebbe dei «piani costruttivi» trascritti sui meravigliosi nastri DNA?

Per prodigiosi che siano, da soli quei nastri DNA con la trascrizione in codice di come deve venir costruito e di come deve funzionare un or­ganismo vivente, non servirebbero a nulla di nulla. Sarebbero simili a pacchi di disegni tecnici rela­tivi alla costruzione di un aviogetto, lanciati in pieno deserto; la sabbia li sommergerebbe.

Poteva, la Creazione, predisporre ogni progetto in anticipo, programmarlo e registrarlo su appositi nastri, per poi trascurare tutto il resto?

Ecco la ragione per cui la cellula vivente — la base di ogni forma di vita — è una fabbrica automatizzata funzionante con ingegneri, tecnici e ope­rai anch'essi automatizzati. Funziona con dei robot... Quei robot sono designati con la sigla interna­zionale RNA. Sono i robot-RNA della cellula.

Sono gli stessi in tutti i viventi. I robot-RNA di un microbo sono del tutto eguali a quelli di un elefante. Quelli di un topo sono esattamente gli stessi di quelli di un uomo.

Come c'è un solo nastro DNA per tutti i viventi sulla Terra così c'è una moltitudine degli stessi robot-RNA per tutti, microbi, piante, animali e uo­mini.

Essendo uno solo il nastro DNA, una sola la re­gistrazione e uno solo il codice usato per la trascrizione, anche gli esecutori non possono essere se non gli stessi per tutti.

E di più, è lo stesso nastro DNA che genera i robot-RNA. Mentre il nastro magnetico dei nostri registratori produce segnali elettrici, il nastro DNA produce robot. Nei nostri registratori quei segnali elettrici fluiscono lungo fili conduttori, cir­cuiti e transistor; infine giungono alla bobina mobile dell'altoparlante. Nella cellula vivente sono in­vece in corsa, in attività, i robot-RNA. Sono essi ad approntare tutto quanto occorre a far funzio­nare le apparecchiature biologiche, a costruire attrezzi di lavoro e macchine-utensili.

Sembra un'assurda fantasticheria. È una realtà che stentiamo ad accogliere.

Ma come potrebbe funzionare quella prodigiosa fabbrica che è la cellula vivente senza i suoi robot-RNA?

 

 

Robot-RNA

 

Quell’altra fabbrica del tutto automatizzata, in grado di funzionare completamente da sola che abbiamo immaginato nel capitolo precedente, fa­ceva a meno dei robot. In realtà i robot erano costituiti dai servomeccanismi, dai relé, dai conge­gni di comando azionati dai segnali elettrici provenienti dagli elaboratori elettronici. Ma i se­gnali elettrici richiedono fili conduttori, un'immen­sa rete di collegamenti. La cellula vivente ne fa a meno. Genera robot invece di segnali elettrici. I robot si comportano come se fossero intelligen­ti, inseriti come sono nella sua organizzazione.

Quando non sono più necessari, vengono demoliti.

È il sistema produttivo più razionale che si pos­sa immaginare.

C'è da eseguire un dato lavoro, ad esempio ap­prontare una delle migliaia di proteine di cui la cellula ha necessità? Può essere costituita a sua volta da un migliaio di parti componenti minori.

Come fa la cellula vivente a far eseguire il mon­taggio di tutti quei componenti?

Parte da un "piano costruttivo" registrato su uno dei nastri DNA. Esso indica l'esatta sequenza lineare del collegamento dei componenti.

Viene generato un RNA tecnico capace di por­tare in cantiere quel "piano costruttivo". E una specie di capo-reparto, in grado di far lavorare RNA-operai.

Il nastro DNA e il cromosoma che lo contiene sono organizzati in modo da generare quel RNA-tecnico con tutta facilità. Dispongono del materia­le necessario ed anche degli adatti mezzi operativi.

L'RNA-tecnico porta l'impronta esatta del "piano costruttivo" presente sul nastro DNA. Un accorgi­mento consente di evitare che venga confuso con il DNA stesso. Tutto è meticolosamente previsto.

L'RNA-tecnico esce dal centro direzionale e va in cantiere, per far approntare quella proteina.

È indicato con il termine internazionale di messenger-RNA. La sigla usata è m-RNA. È il robot messaggero.

I robot-operai vengono anch'essi approntati dal centro direttivo, generati in numero adeguato dai nastri DNA, a seconda dell'entità della produzione complessiva, dell'intera cellula. Solo gli m-RNA vengono prodotti uno per uno.

Per il montaggio di una proteina è sufficiente un RNA-tecnico e una o più squadre di RNA-operai. Gli RNA-ingegneri vengono messi in azio­ne solo quando si tratta di costruzioni più com­plesse, come si vedrà in seguito.

 

 

Un prodigioso cantiere

 

Ma che cosa potrebbero fare i robot-RNA da soli? Niente di niente. Come potrebbero eseguire il lavoro ad essi affidato?

Sono meravigliosi, ma la cellula in cui lavorano non lo è meno.

Tutte le strutture di quella prodigiosa "fab­brica" sono funzionanti, tutte sono automatizzate, tutte sono sotto gli ordini e sotto il controllo del centro direzionale. Quelle strutture sono in realtà delle apparecchiature, di forma tale da sostituire tutte le macchine e tutte le opere murarie di una nostra fabbrica.

La cellula vivente tipica è di forma sferoidale. È simile ad un complesso industriale costruito nell'interno di una sfera con il nucleo direzionale al centro. Intorno al nucleo, c'è il cantiere. Lunghe e vaste pareti, poste una di seguito all'altra, costitui­scono i siti di lavoro dei robot-RNA (v. fig. 6).

Ritorniamo alla proteina da approntare. L'm-RNA con il "piano costruttivo" è pronto. Esce dal centro. Il cantiere è in piena attività. Una specie di "cervello elettronico" tiene tutto sottocchio, sa dove c'è un posto libero. Invia l'm-RNA su quella tale parete, in quel tal punto, dove c'è quel posto.

L'm-RNA giunge al posto designato. Immedia­tamente la parete lo afferra e lo svolge su tutta la sua lunghezza.

La parete deve necessariamente svolgerlo e trat­tenerlo solidamente. Tutta la costruzione della proteina avviene sopra di esso. È la base su cui effettua il lavoro.

Accorrono immediatamente i robot-operai. Per prima cosa è necessario andare in magazzino per prelevare le prime parti componenti, con le quali iniziare il montaggio della proteina.

I robot che provvedono al trasporto sono desi­gnati con il termine transfert-RNA. La loro sigla è t-RNA.

Altri robot devono provvedere a riunire insieme le varie parti componenti, ed a saldarle, in modo da formare un unico complesso.

Sono i ribosomial-RNA, gli r-RNA.

L'm-RNA disteso è simile alla catena di mon­taggio di una nostra fabbrica di automobili. E molto lungo, può essere lunghissimo.

Un aspetto sorprendente dell'immensa organiz­zazione in atto in qualsiasi cellula vivente, è che l'm-RNA si comporta anche come una monorotaia rettilinea.

La parete sulla quale è fissato provvede ad in­nestare su quella monorotaia un veicolo a tre po­sti.

Non è una fiaba.

II centro direzionale non appronta soltanto tutti gli operai che gli necessitano, appronta anche del­le vetturette, adatte per trasportare gli operai, mentre lavorano lungo la catena di montaggio.

Le pareti del cantiere hanno a loro disposizione i robot-operai e le vetturette triposto, adatte per viaggiare su monorotaia.

Quelle vetturette sono anche dei reparti di montaggio. La loro importanza è fondamentale nell'organizzazione produttiva della cellula vivente.

Sono designate con il termine ribosomi. Consi­stono in due parti, una motrice, in contatto con la monorotaia, ed una in funzione di abitacolo per tre t-RNA.

I ribosomi vengono approntati in una particola­re sezione del centro direttivo. È denominata nucleolo.

Al super-microscopio elettronico si vede il can­tiere della cellula formato da un gran numero di pareti, e si vedono distintamente i ribosomi, ade­renti ad essi. In media, i ribosomi sono una deci­na di migliaia.

Non per nulla gli scienziati, che per primi han­no visto l'interno della cellula vivente ed hanno costatato che è una fabbrica organizzata a quel modo, sono rimasti esterrefatti e sgomenti.

Noi non possiamo neppure immaginare mecca­nismi automatizzati capaci di ordinare la costru­zione di robot-tecnici, di robot-operai, di vetturet­te-reparti di montaggio in corsa su monorotaia. Siamo immensamente lontani da quella frontiera assoluta della tecnica della Natura, parte integran­te della Creazione.

 

 

Robot-RNA al lavoro

 

II montaggio della proteina ha inizio. Il ribosoma è stato sistemato sulla monorotaia dell'm-RNA. Si tratta di collocare a posto il primo dei mille componenti. Accorre subito un t-RNA, quel­lo adibito al trasporto in quel primo componente. C'è un t-RNA per ciascuno di essi.

Quel t-RNA entra nel ribosoma. Vi si sistema. Lo può fare poiché è quello richiesto dal "piano costruttivo".

Tiene il componente all'esterno del ribosoma. Entra immediatamente un seconda t-RNA, quello che porta il secondo componente richiesto dal "piano costruttivo". Anch'esso tiene il proprio componente al di fuori del ribosoma.

Interviene subito un r-RNA; provvede a saldare i due componenti. Per far ciò utilizza un adatto utensile da saldatura. Quell'utensile è uno dei molti enzimi adoperati in cantiere. È designato con il termine peptiditransferasi.

Non basta un utensile per fare una saldatura, è necessaria dell'energia, della forza. L'r-RNA, oltre a quell'utensile, adopera anche l'energia organica contenuta in un apposito contenitore.

Quel contenitore di energia è indicato con la si­gla internazionale ATP. È il contenitore universale di energia organica.

Come in tutti i viventi sulla Terra, tanto in quelli della nostra epoca, quanto in quelli delle lontane epoche preistoriche, vi sono gli stessi DNA, gli stessi RNA, gli stessi ribosomi, così vi sono gli stessi ATP.

Mentre viene effettuata la saldatura dei due com­ponenti, nel ribosoma entra il terzo t-RNA, con il terzo componente richiesto. Non appena la saldatura è ultimata, il primo t-RNA è libero; esce dal ribosoma e va in magazzino a prelevare un altro carico.

In quello stesso istante, il ribosoma scatta. Fa un passo innanzi sulla monorotaia della catena di montaggio.

Mentre l'r-RNA effettua la seconda saldatura, entra un altro t-RNA con il quarto componente. Il ribosoma ha un altro scatto, fa un altro passo.

Si forma così un primo tratto della proteina. È sostenuto dall'ultimo t-RNA di turno, con l'aiuto della parete. Quel tratto di proteina è denominato catena peptidica.

 

 

Tutto ultra-automatizzato

 

Nelle nostre fabbriche il tempo viene scandito in minuti; nella cellula vivente viene scandito in modo estremamente più rapido, in microsecondi. Osservata da noi, l'attività della cellula risulterebbe fulminea. Eppure, il montaggio di una lunga proteina, con un migliaio di componenti, viene ef­fettuato da più squadre di RNA. La parete prov­vede a sistemare sulla monorotaia dell'm-RNA, quattro, cinque o più ribosomi, ad intervalli rego­lari, in modo da ottenere più catene peptidiche si­multaneamente.

È la stessa parete che poi provvede al collega­mento di esse, con r-RNA adatti, in modo da otte­nere una unica catena. La proteina non è ancora pronta. Deve passare in un altro reparto per assu­mere la forma necessaria. Anche a tale trasferi­mento provvede la parete.

Non si può non rimanere sbalorditi quando, al super-microscopio elettronico, si osserva tutto l'enorme sviluppo di quelle pareti del cantiere. Con termine antiquato, sono dette membrane.

Consistono di una parte esterna, sopra la quale avvengono le lavorazioni, e di una interna, in funzione di deposito dei materiali e degli attrezzi di lavoro. Tra una membrana e l'altra vi è una specie di vescichetta schiacciata, riempita di liquido cito­plasmatico. L'insieme delle vescichette forma la rete di comunicazione del cantiere. Essa raggiunge il nucleo direzionale da un lato, e l'esterno della cellula dall'altro.

In più, lungo tale rete, sono disposti i magazzini di materie prime e quelli del "carburante", ossia glucosio. Sono denominati vacuoli (v. fig. 7).

Il liquido fluisce in un solo senso, per cui è sta­ta avanzata l'ipotesi che esso agisca da sistema circolatorio, partecipando all'assunzione dall'ambien­te esterno di svariate sostanze, al trasporto interno dei semilavorati e dei prodotti finiti, nonché all'e­spulsione dei rifiuti dalla cellula.

L'insieme è denominato sistema vacuolare. Tutto il cantiere, pulsante e dinamico, è detto reticolo endoplasmatico. L'abbreviazione internazionale è ER.

Quell'enorme rete di membrane, di canalicoli e di vacuoli apparve, con i primi microscopi, simile ad un reticolo. Il termine rimase.

Le attivissime membrane vanno soggette ad usura, e devono venir sostituite. Sono collegate con un'apposita zona del cantiere, nella quale ven­gono continuamente approntate nuove membrane. Al super-microscopio si vedono quelle in attività cosparse di ribosomi, mentre le nuove, in attesa, ne sono prive. Il gruppo delle membrane nuove forma il complesso di Golgi.

Apposite squadre di RNA provvedono alla de­molizione immediata di tutto ciò che va fuori uso nel cantiere.

Anche quell'm-RNA che ha portato nell'ER il "piano di montaggio" della nostra proteina, è sta­to subito demolito, distrutto, non appena ultimata, affinché la sua presenza non causasse confusione.

Apposite reti cibernetiche controllano tutto quanto avviene nella cellula. Migliaia di proteine, di svariati tipi, vengono allestite contemporanea­mente lungo le membrane dell'ER, sui piani di costruzione, forniti da altrettanti robot-tenici, gli m-RNA. Altrettante migliaia di squadre di t-RNA e di r-RNA provvedono ad eseguire il lavoro, entro i ribosomi scattanti sulle monorotaie delle catene di montaggio. Intanto, in altre zone, .vengono riu­niti atomi per ottenere le parti componenti da in­viare ai magazzini. Tutto procede rapidamente ed esattamente, sotto la direzione del centro e la sor­veglianza dei congegni cibernetici di controllo.

Che cosa dire di tutto ciò, se si tiene conto che l'ultra-automatizzata e favolosamente complessa cellula vivente misura, in media, 10 centesimi di millimetro?

 

 

Organizers

 

Quando si tratta di una qualsiasi "costruzione" complessa, i robot-RNA non sono più sufficienti. Essi "lavorano" nell'interno della cellula vivente, nella sua "zona industriale", il reticolo endoplasmatico, ed ovunque sia necessario, ma non oltre i confini della cellula. Possono approntare comples­se molecole proteiche, ma non possono venir adi­biti alla "costruzione" di imponenti sistemi biolo­gici, come può essere un filo d'erba o, su un livel­lo molto più alto, un pulcino.

È allora che entrano in attività gli ingegneri del DNA, gli organizers. Sono essi a provvedere al "montaggio" delle cellule specializzate, in modo da ottenere degli organi funzionanti.

È curioso che gli organizers siano stati scoperti circa quarantenni prima degli RNA, quando an­cora non si sapeva nulla neppure dei nastri DNA. Sono più voluminosi e si muovono all'esterno del­le cellule, per cui risultano meglio visibili.

A scoprirli fu il biologo tedesco Hans Spemann, nel 1918. Spemann ebbe il premio Nobel.

Non ci è ancora dato di sapere che, cosa siano gli organizers e come agiscono. Indubbiamente vengono diretti dai nastri DNA, visto che su di essi è registrata tutta la programmazione al completo. E probabile che vengano anche prodotti dai DNA.

 

 

Costruzione di un vivente (figura 8)

 

Nastri DNA, robot-RNA e organizers, con il rit­mo preciso di un cronometro, stanno costruendo quello che sarà un pulcino, nell'interno di un uo­vo. Riescono a compiere un prodigio impensabile: convertono le sostanze organiche presenti nel tuorlo e nell'albume, nelle innumerevoli piccole parti componenti il pulcino, e le collocano esatta­mente al loro posto.

Con quelle sostanze costruiscono ossicine, fibre nervose e fibre muscolari, alveoli polmonari, cellu­le epiteliali e così via. Poi le utilizzano automatica­mente, in base agli ordini dati dai nastri DNA, riportati dagli organizers. Con le fibre muscolari co­struiscono un cuore, con il suo complesso e ingegnoso meccanismo di ventricoli e con il suo mira­bile gioco di valvole, affinché possa dilatarsi e contrarsi armoniosamente.

Quanto avviene per opera di quegli invisibili ar­tefici, nell'interno dell'uovo, è simile ad un'esplosione vista al rallentatore. Milioni di passaggi si susseguono in base a sequenze rigorosamente prestabilite. Vi sono sempre le sostanze giuste, nel posto giusto, al momento giusto.

Al dodicesimo giorno di lavoro senza sosta, tut­te le parti principali del pulcino sono già pronte. Le sue ossicine sono state costruite e collocate in un'unica struttura bene ordinata.

Dopo altri due giorni spunta la peluria gialla sulla sua pelle. Al diciottesimo giorno, con la testolina piegata sul petto, il pulcino riesce a pigola­re flebilmente.

Ciascuno dei suoi occhietti è a posto. È formato esattamente come necessario per poter captare i raggi di luce, consentire alle immagini di formarsi sulla sua retina e di venir trasmesse.

Come avranno fatto i robot-RNA e gli organi­zers ad approntare tutto il necessario e ad effet­tuare la costruzione? «Un pulcino — affermano gli scienziati — è più complesso di un aviogetto».

Tutto ciò è al di là del limite entro il quale i paragoni hanno significato, ed oltre i gradi che corrispondono alle nostre idee di progressione.

 

 

Funzioniamo con l'energia della luce

 

Tutto vien fatto funzionare con un'apposita energia, predisposta esattamente alle necessità del­la cellula vivente. Ma la cellula, in quanto vivente, non dovrebbe fare a meno di energie. È forse un motore?

È un altro immenso prodigio della Natura, mes­so in evidenza dalla Scienza dei giorni nostri. A nulla servirebbero gli efficientissimi nastri DNA e i robot RNA; immobili rimarrebbero i ribosomi; paralizzato risulterebbe tutto il "cantiere" della cellula vivente, il suo reticolo endoplasmatico, sen­za un'energia adeguata, predisposta per farli fun­zionare. Senza quell'energia, la cellula vivente non potrebbe essere quella prodigiosa fabbrica ultra­ automatizzata che è. Non potrebbe esistere.

Ma chi la rifornisce di energia? Lo sappiamo benissimo: è il Sole stesso a dar energia a tutta la vita sulla Terra. Le piante captano l'energia conte­nuta nei raggi solari, e la inseriscono in un apposi­to contenitore: la molecola di zucchero glucosio. È quella la "benzina" dei viventi. Non si può vive­re sulla Terra, se non si viene riforniti di quella "benzina" e se non si è in grado di utilizzarla.

L'energia della luce solare è alla base di ogni forma di vita. Dal microbo sino all'uomo, tutti utilizziamo quell'energia per vivere, tutti «andiamo con la forza della luce solare»; tutti siamo alquan­to più fantascientifici di quanto non immaginiamo.

Ma come si fa a mettere l'energia della luce in un contenitore?

I plastidi clorofilliani delle foglie sono delle ap­parecchiature capaci di compiere quel prodigio. Sono contenuti in apposite cellule viventi, "organiz­zate a quello scopo, e sistemate nella parte supe­riore, esposte alla luce. Scindono le molecole d'ac­qua nei loro componenti: due atomi di idrogeno e uno di ossigeno. I raggi di luce energizzano l'elet­trone degli atomi di idrogeno. Così energizzati, quegli atomi vanno a formare lo zucchero gluco­sio, in unione con l'anidride carbonica prelevata dall'aria.

È il processo della fotosintesi. I plastidi clorifilliani sono delle complicatissime apparecchiature chimico-elettroniche. Per essere riusciti ad intrave­derne il funzionamento, parzialmente, Hans Krebs e Melvin Calvin ebbero il premio Nobel.

L'energia della luce viene convertita, dunque, in energia elettronica. Quell'elettronica di cui noi an­diamo tanto orgogliosi, viene utilizzata dai viventi da quando ebbero inizio sulla Terra, da 2,2 miliar­di di anni or sono.

Con quell'energia, le piante funzionano; con es­sa funzionano anche tutti gli animali e tutti gli uomini. A noi giunge insieme con i farinacei, e più o meno con tutti gli altri elementi.

 

 

L'energia della vita

 

Ma sono forse elettronici i viventi? Non lo sono. L'energia elettronica non sarebbe adatta per farli funzionare. È necessaria un'energia molto più "fine", esattamente predisposta per le microscopiche apparecchiature biologiche. E l'energia organi­ca, vitale, metabolica. È contenuta in appositi serbatoi, quelli ai quali è stato accennato, le molecole di ATP.

Le stesse cellule viventi, che captano i raggi di luce e ne prelevano l'energia, per funzionare devo­no convertire quell'energia nell'altra, quella orga­nica.

Anch'esse la prelevano dalle molecole di ATP, quelle che esse stesse hanno caricato.

Ma per convertire l'energia elettronica nell'ener­gia vitale dell'ATP, sono necessarie delle "centrali energetiche" (fig. 5). Sono dette mitocondri (fig. 6).

Ve ne sono in tutte le cellule viventi. Non si è trovato nessuna di esse con meno di 50 mitocon­dri, e nessuna con più di 2000. Il loro numero è adeguato alle necessità energetiche di ciascuna cel­lula.

Ora, quelle "centrali energetiche", viste sullo schermo del super-microscopio, appaiono incredibilmente complesse. Ciascuna di esse ha l'aspetto di un "sommergibile". Ma sullo scafo vi sono migliaia di sferette, ciascuna delle quali è un labora­torio. Apre la molecola di glucosio, utilizzando l'ossigeno che noi preleviamo dall'aria con la re­spirazione (v. fig. 9A).

Nell'interno delle "centrali" entrano soltanto gli elettroni energizzati, prelevati dal glucosio. Non entrano da soli, vengono trasportati da un apposi­to contenitore, denominato coenzima DPN. Simultaneamente e continuamente migliaia di elet­troni energizzati entrano in ciascun mitocondrio. Come avvenga la traduzione dell'energia è ancora un mistero. Evidente è soltanto che gli elettroni escono scarichi dai mitocondri, mentre carichi escono gli ATP. Si è calcolato che con una mole­cola di glucosio vengono caricate 36 molecole di ATP.

Nella cellula vivente, in assenza di conduttori elettrici il trasporto dell'energia è affidato al viavai degli ATP. Portano energia ovunque sia necessa­rio, energizzano tutta la microscopica fabbrica ultra-automatizzata, e poi ritornano alla "centrale", per venire ricaricati.

Se ci chiediamo che cosa sia in realtà l'energia organica, quella ottenuta dall'energia elettronica del glucosio, ci troviamo subito di fronte ad uno dei tanti enigmi di quell'immensità organizzata che è la vita.

Evidente è soltanto che è la luce a energizzare tutti i viventi, a far funzionare tutti quanti siamo sulla Terra, con la potenza del Sole.

 

 

Una visione nuova

 

Ora, se supponiamo che ciascuna delle nostre cellule funzioni con 100 "centrali energetiche" soltanto, risulta che il nostro corpo vive con l'energia che gli viene approntata da 100 volte 60 mila mi­liardi, ossia sei milioni di miliardi di quelle "centrali".

Unite insieme formerebbero uno degli organi più importanti e voluminosi, quello adibito a dar forza vitale e calore a tutto il nostro organismo, nonché a far funzionare tutto il sistema nervoso centrale e i sensi ad esso collegati.

Essendo suddiviso in quei 6 milioni di miliardi di "centrali", sparse in tutto il corpo, sembra inesistente. Nessuno, in passato, si è sorpreso per l'e­vidente mancanza di un organo tanto importante. Non lo si vedeva, per cui sembrava chiaro, indi­scutibile, che il corpo umano non ne avesse neces­sità. E questo per tutti i viventi, microbi compresi.

Fu soltanto negli anni cinquanta, quando il su­per-microscopio elettronico consentì di vedere quelle "centrali" in ogni cellula vivente, che si comprese quale enorme importanza abbia l'ener­gia organica per il "funzionamento" di qualsiasi vivente. Prima di quella scoperta, si credeva che i viventi ricavassero energia dalla combustione degli alimenti glucidici, si pensava ad essi come a delle macchine a vapore, provviste di focolaio. I mate­rialisti esultavano costatando che la Scienza del se­colo scorso consentiva loro di degradare qualsiasi organismo vivente al livello di un meccanismo. Oggi, la situazione è capovolta. Non si riesce a comprendere come la cellula vivente possa essere così favolosamente complessa, pur essendo tanto piccola da riuscire invisibilmente ad occhio nudo.

Sembra del tutto inverosimile che possa essere provvista di un proprio centro direzionale automatizzato, con la programmazione registrata su nastri DNA, e che possa contenere moltissime apparec­chiature attivate da robot-RNA. Sembra impossi­bile che quel centro direzionale possa tutto con­trollare e coordinare, utilizzando una fittissima re­te cibernetica. Sembra assurdo che riesca a capta­re l'energia della luce solare, accumularla sotto forma di energia elettronica, per poi utilizzarla, dopo averla convertita in energia organica. E sem­bra fiabesco che quell'energia venga distribuita nell'interno della cellula vivente mediante i conte­nitori ATP, continuamente ricaricati da apposite "centrali energetiche ".

Ieri l'uomo rimaneva costernato di fronte all'im­mensità del cosmo; gli sembravano eccessive le Galassie maestosamente roteanti a milioni di anni-luce di distanza. Oggi rimane costernato di fronte a quei 60 mila miliardi di prodigiose "fabbriche" ultra automatizzate, perfettamente programmate ed esattamente cibernetiche, funzionanti con DNA e RNA, che formano il suo corpo.

Le scoperte della Scienza ci pongono di fronte ad una nuova visione del mondo, ad un livello forse troppo alto per coloro che vivono in questo secolo. Si dilegua invece quella visione materialista del mondo che è stata impostata per ragioni di co­modo, e che ancora viene imposta alle grandi mas­se ignare.

 

3

TUTTI I VIVENTI SONO PROGRAMMATI IN CODICE

 

«Se i nastri DNA di un uomo — di uno solo — venissero collegati uno di seguito all'altro, potrebbero circoscrivere tutto il Sistema Sola­re».

prof. francis compton crick, Premio Nobel

 

 

A che serve il codice?

 

Perché siamo tutti programmati in codice? In che cosa consiste quel codice?

Non si può dare ordini ad una macchina, come se si trattasse di un essere umano. Non la si può istruire, affinché sappia quello che deve fare, co­me se fosse una scolaretta delle elementari.

Non si può dire ad una porta chiusa "apriti"; occorre adoperare la chiave. La chiave ha una dentellatura in codice. Apre quella sola porta.

Con il codice Morse trasmettiamo messaggi "via filo" o "via radio". Consiste in due soli segni, due impulsi elettrici, uno breve (il punto), ed uno lun­go (la linea). La vocale E è indicata da un punto, la consonante T da una linea.

Le altre lettere dell'alfabeto sono ottenute con un insieme di punti e di linee. La A è un punto e una linea, la B è una linea e tre punti, e così via.

Il codice della vita, il codice DNA, consiste in­vece di quattro segni.

Con quei quattro soli segni è trascritta e regi­strata l'intera programmazione di un essere uma­no, su quel metro e settanta centimetri di nastro DNA che è presente in ogni sua cellula. È questo un altro sorprendente aspetto dell'immensità della Creazione.

Per di più, con quei quattro segni è registrata la programmazione di ogni altro essere vivente sulla Terra. Con essi è dettato come deve venir appron­tato lo zoccolo in un dromedario, oppure l'ala di una farfalla, la gialla peluria di un pulcino, o la bianca cornea dell'occhio umano.

Che siano sufficienti quattro soli segni per regi­strare una così sterminata quantità di informazio­ni, non ci deve sorprendere.

Quei quattro segni del codice DNA sono altret­tante specialissime sostanze chimiche. Hanno un nome, ma esso non ha nulla a che fare con la loro funzione. Questo perché sono state scoperte molto tempo prima del nastro DNA. Già nel 1869, il chimico svizzero Friedrich Miescher riuscì ad iso­lare una strana sostanza dal nucleo direzionale delle cellule. La denominò nucleina. Poi scoprì, in quella sostanza, dell'azoto e del fosforo. Infine gli risultò evidente che la nucleina conteneva quattro sostanze diverse e le chiamò: adenina, guanina, timina e citosina. Quattro nomi di fantasia. Erano i quattro segni del codice della vita...

 

 

La scoperta di Crick e Watson

 

Ma come venne scoperto il prodigioso nastro DNA registrato con quelle quattro sostanze-segno, allineate una di seguito all'altra?

Miescher aveva notato che la nucleina è formata da acido deossiribosio ossia DNA. Che cosa fosse in realtà, nessuno riuscì ad averne nemmeno una lontana idea per 80 anni. Finalmente intorno al 1950, il grande chimico americano Cari Linus Pauling, Premio Nobel, descrisse per la prima vol­ta le proteine. Era un primo passo, molto impor­tante. Per "funzionare", esse devono avere una certa forma, devono o essere raggomitolate o ri­piegate o avvolte ad elica. La forma più comune è quella di un filo di lana avvolto intorno ad un roc­chetto, il quale però non esiste. La disposizione è molto regolare, e le spire sono tenute unite da ap­positi "ponti idrogeno". A seconda della posizione e del numero delle spire, l'avvolgimento può esse­re del tipo alfa-elica o beta-elica; spesso una pro­teina consiste di più avvolgimenti, disposti in una struttura spaziale. Non sappiamo quale sia il signi­ficato di tali strutture; ci troviamo nella situazione di chi non riuscisse ad intendere perché le ruote sono rotonde.

Quasi dieci anni prima, nel 1941, un altro gran­de scienziato americano, il prof. Osvald Theodore Avery, dell'istituto Rockefeller di New York, riu­scì a scoprire che il DNA contiene le informazioni genetiche indispensabili per l'auto-costruzione dei viventi. Non riuscì, però, pur consumando tutta la propria esistenza, ad intendere come quelle infor­mazioni fossero inserite nel DNA. Le sue ricerche si insabbiarono a causa delle tremende complessità dei fenomeni biologici inerenti.

Dopo il 1951, era evidente che il DNA doveva essere simile a una proteina avvolta ad elica, molto lunga. Ma occorreva vederla, esaminarla, sapere come era fatta. Migliaia di scienziati si lanciarono verso quel traguardo, nella "corsa al DNA".

Il super-microscopio non era sufficiente. Occor­reva fissare l'ombra degli atomi del DNA su una pellicola fotografica, mediante la tecnica della dif­frazione dei raggi X e poi risalire, da quelle ombre, alla disposizione degli atomi nella struttura complessiva. Quando un raggio X colpisce un ato­mo o un raggruppamento di atomi di una moleco­la, viene deviato, a causa della carica elettrica ne­gativa degli elettroni degli atomi stessi. La gran­dezza della deviazione dipende dal numero di elettroni. Le fotografie con la diffrazione dei raggi X mostrano come sono disposti gli atomi in una molecola.

Però, la fotografia ha due sole dimensioni, men­tre la molecola ne ha tre. Occorre fare un mare di calcoli. È un lavoro estremamente pesante e diffi­cile.

Un giovane scienziato inglese, Francis Compton Crick, si era messo nella corsa. Lavorava in una piccola baracca, simile ad una rimessa di biciclet­te, nel recinto dell'Università di Cambridge. Aveva 36 anni. Dall'America gli giunse un aiuto, James Dewey Watson di appena 24 anni. Erano giovani e pieni di forze, potevano lavorare 18 ore su 24. Correvano più di tutti gli altri.

Idearono una nuova forma di analisi matemati­ca, il calcolo conformazionale. Con esso riuscirono ad ideare precisi modelli di strutture.

Nell'inverno del 1954 giunsero per primi alla grande scoperta. Costatarono che il DNA è effettivamente un lunghissimo nastro, avvolto a doppia elica, simile ad una scala a chiocciola, e che i "segni" in codice (v. fig. 10A) consistono nei gra­dini di quella scala. Ebbero il premio Nobel nel 1961.

I nastri DNA sono in realtà una coppia di fila­menti paralleli. Tra l'uno e l'altro è disposta una coppia di sostanze-segno.

II messaggio è registrato un po' come i caratteri di una riga di stampa; ad ogni carattere corrispon­de una di quelle quattro sostanze-segno.

 

 

II DNA si duplica automaticamente

 

I nastri DNA si duplicano facilmente ed esattis­simamente. Essendo formato da una coppia di filamenti, ciascun nastro può aprirsi un po' come una chiusura lampo. Ne risultano due mezzi na­stri, come in figura 11. Essi provvedono a ricostruire la parte mancante, dopo di che la duplicazione è completata: al posto di un nastro ve ne sono due. È un altro immenso prodigio della Natura.

Ammirevole è il modo con cui è stata assicurata tale duplicazione.

In ciascun nastro DNA, tra una "ringhiera" e l'altra, ossia tra i due filamenti che lo compongo­no, sono sistemati i segni del codice, un po' come se fossero degli scalini. Ciascuno "scalino" è for­mato da due segni, anziché da un segno solo, co­me sarebbe sufficiente se il nastro non dovesse mai duplicarsi.

Uno dei due segni è quello che fa parte del messaggio, e si trova su uno dei due filamenti. L'altro segno è il socio del primo, e si trova sul­l'altro filamento.

Come detto, i quattro segni sono: adenina (A), guanina (G), timina (T) e citosina (C).

Sono in società, ossia sono complementari: l'adenina (A) e la timina (T), la guanina (G) e la citosina (C). Se il "messaggio" su uno dei filamenti è costituito, ad esempio, dalla seguente successioni di segni: AAAGGAACTTCC..., la sua "negativa", ossia l'altra parte del messaggio sull'al­tro filamento, è: TTTCCTTGAAGG...

Ciascun segno di codice, ossia ciascuna delle quattro sostanze, poggia sul proprio "zoccolo". Consiste di uno zucchero particolare, il deossiribosio, ossia zucchero ribosio con un atomo di ossigeno in meno, in ogni sua molecola.

Ogni "zoccolo" è fermamente unito a quello che lo segue ed a quello che lo precede mediante un apposito legame, costituito da un fosfato. Ne risulta una lunghissima successione di zucchero-fosfato-zucchero-fosfato... È quanto illustra la fig. 9B.

Ciascuno dei due filamenti consiste in quella successione di "zoccoli" e di legami, di zuccheri e di fosfati. "Zoccoli" e legami sono tutti esattamen­te eguali, per cui il lunghissimo filamento è uni­forme, flessibile e tenacissimo.

Un segno, ossia una delle quattro sostanze-base, posto sopra il proprio "zoccolo" di zucchero deossiribosio, con il proprio legame, per unirsi agli altri, forma una unità fondamentale del DNA. È denominato nudeotide.

Il nastro DNA è un po' simile alle proteine, ma, mentre le proteine sono formate da lunghe catene di aminoacidi, il DNA è formato da una lunghissi­ma successione di nucleotidi, o meglio da una doppia serie di nucleotidi, dato che consiste di due filamenti, ciascuno con il proprio allineamen­to di segni di codice.

 

 

 

La cosmica lunghezza del DNA

 

Quanto è lungo il nastro DNA, che è presente nel centro direzionale di ciascuna delle nostre cel­lule viventi?

È suddiviso in 46 tratti, come dire in 46 "bobine". La lunghezza complessiva è di 1,70 me­tri. È stata misurata dal prof. Marshall Nirenberg, americano, colui che per primo riuscì a decifrare una "parola" trascritta in codice DNA. Ebbe il premio Nobel.

Le nostre cellule viventi sono 60 mila miliardi, come ben sappiamo. Ora, in ciascuna di esse, una per una e nessuna esclusa, c'è quel metro e settanta centimetri di nastro DNA. Non potrebbe esiste­re senza di esso.

Con un semplice calcolo possiamo costatare un altro fatto sconcertante. La lunghezza del nastro DNA che abbiamo dentro di noi, quello che pos­siamo immaginare formato da tutti i nastri DNA collegati uno di seguito all’altro, è data da 1,70 metri x 60 mila miliardi.

Il risultato è: 102 mila miliardi di metri, pari a 102 miliardi di chilometri...

È una costatazione che lascia alquanto perplessi.

Dobbiamo però ricordare che quel nastro è im­mensamente sottile. È tanto straordinariamente lungo quanto è straordinariamente sottile. È di 2 milionesimi di millimetro, pari a 10 atomi. Lo ha misurato il prof. Francis Compton Crick.

Se consideriamo la lunghezza dell'orbita della Luna intorno alla Terra, non possiamo che sorri­dere; è appena di 2 milioni e 400 mila chilometri. Proprio niente.

È vero che è proprio niente, al confronto di quei 102 miliardi di chilometri; però, se non ci fossero noti i dati corrispondenti, ci sembrerebbe del tutto incredibile che la programmazione del nostro corpo possa essere registrata in codice su un nastro DNA tanto lungo.

Tra la Terra e il Sole potrebbe venir teso solo un brevissimo tratto del nastro DNA, un pezzettino lungo appena 150 milioni di chilometri.

Il gigante congelato, Giove, si trova ad una di­stanza notevole dal Sole, ma anch'essa è ben poca cosa di fronte alla lunghezza del nastro DNA che abbiamo nelle nostre cellule viventi. Si trova ad appena 775 milioni di chilometri. Ad una distanza quasi doppia c'è il pianeta con l'anello: è a 1430 milioni di chilometri. Possiamo trascurarlo.

Per ultimi vengono i tre della periferia, molto oltre Saturno e lontanissimi dal Sole. Urano, il pri­mo, è tanto lontano da Saturno quanto Saturno lo è dal Sole. È a 2.842 milioni di chilometri. Visto da Urano, il Sole non sembra più grande di una lenticchia.

Molto al di là, lontanissimo, sperduto nello spa­zio cosmico, c'è Nettuno. È addirittura a 4 miliar­di e mezzo di chilometri. Per quel pianeta, il Sole non è più il Sole, è una delle tante stelline sparse sul fondo buio dell'Universo. Ma per il nastro DNA quella distanza è ancora poca cosa; la può superare in un balzo.

L'orbita del piccolo e gelatissimo Plutone segna il confine del sistema Solare. È a poco meno di 6 miliardi di chilometri. Il nastro DNA potrebbe di­stendersi sulla sua orbita, fortemente ellittica, lasciando penzolare un lunghissimo tratto. Potrebbe però disdegnare quell'orbita-confine, andare molto più lontano. Potrebbe racchiudere il Sistema sola­re entro un cerchio di 16,2 miliardi di chilometri di raggio.

È il cerchio-orbita della nostra vita. Al posto del Sole c'è il nostro organismo vivente, con i suoi 60 mila miliardi di cellule. Su quel cerchio-orbita è esattamente trascritto come il nostro corpo si è autocostruito, come funziona, come vive.

Il nastro DNA è in costante piena attività su tutta quella cosmica lunghezza: non c'è un solo metro che non funzioni senza soste.

Trasmette ordini da ogni sua parte, distribuisce compiti operativi, dirama piani costruttivi, comu­nica informazioni tecniche, sollecita controlli, de­termina attività cibernetiche.

Su tutta la sua lunghezza sono pronti ai suoi or­dini i robot-RNA. È energizzato con il contenuto dei serbatoi ATP, caricati con l'energia elettronica presente nelle molecole di glucosio, a loro volta energizzate dalla potenza dei raggi luminosi, pro­venienti dal Sole.

Ma pur essendo di dimensioni cosmiche, se lo si cerca nel corpo umano, non lo si trova... È la sua "anima" materiale.

A questo punto ascoltiamo quanto ci dice Peter Alexander, professore di biologia a Londra: «Ciascun millimetro di nastro DNA consiste di 300 milioni di atomi, quelli di cinque soli elementi: idrogeno, ossigeno, carbonio, azoto e fosforo. Benché siano tanti, ognuno di essi si trova rigorosamente al suo posto, in una perfetta architettura, in quel millimetro di DNA».

 

 

L'umanità nella capocchia di uno spillo

 

«II nastro DNA di tutta la popolazione della Terra potrebbe essere impacchettato nella capoc­chia di uno spillo...».

È quanto ci dicono due scienziati americani, Arie! Loewi e Philip Sienkevitz, nel loro libro Struttura e funzioni della cellula.

Il nastro DNA di una delle cellule di tutti gli esseri umani che oggi vivono sul nostro pianeta, riunito in uno solo, risulterebbe lungo 3,3 x 1,7 = 5,6 miliardi di metri, ossia 5,6 milioni di chilometri.

Potrebbe stare nella capocchia di uno spillo sol­tanto per la sua inconcepibile sottilità, quella di 2 milionesimi di millimetro.

«Il nastro DNA contenuto in ciascuna cellula umana pesa 3 millimiliardesimi di grammo; quello di tutto il nostro corpo, benché sia lungo com­plessivamente 102 miliardi di chilometri, pesa ap­pena 180 grammi». È, dunque, progettato in mo­do perfetto. È inconcepibilmente lungo, può cir­coscrivere tutto il Sistema Solare, e nello stesso tempo, avvolto come un filo su un rocchetto, può stare sul palmo di una mano...

«È il più sfolgorante prodigio che sia stato sco­perto in tutto ciò che esiste in Natura», concludo­no Loewi e Sienkevitz.

 

 

I geni di ciascuno di noi

 

I mille grossi volumi di un'enorme enciclopedia risulterebbero appena sufficienti, per contenere tutte le informazioni trascritte su quel metro e 70 cm di nastro DNA di ciascuna nostra cellula. Sembra una valutazione alquanto azzardata, eppu­re su questo dato di fatto sono d'accordo tutti in­distintamente gli scienziati.

Quei mille grossi volumi, di mille pagine ciascu­no, formerebbero un milione di pagine. Sembra del tutto inverosimile che le informazioni contenu­te in codice nel DNA possano richiedere tanti vo­lumi e tantissime pagine.

Come dimostrano gli scienziati un fatto così sin­golare?

E sufficiente prendere uno di quei volumi, uno qualsiasi, in formato ottavo, e contare le righe di una pagina. È molto probabile che siano 58. Resta da vedere quanti siano i caratteri tipografici che formano quelle righe. Se li si conta, si trova che sono, in media, 100 per ogni riga.

Ciascuna pagina consiste quindi di 5800 caratte­ri tipografici, distribuiti su 58 righe.

Ogni grosso volume di mille pagine contiene, dunque, 5 milioni e 800 mila caratteri tipografici.

Ed ora veniamo al nastro DNA. Secondo un'au­torevole valutazione, quella del prof. F. Vogel di Heidelberg, confermata da altri scienziati ed ac­colta dalla Scienza ufficiale, esso consiste di 13 milioni di geni. Non sono in numero esagerato, se si tiene conto che il DNA di un microbo ne con­tiene da 2000 a 3000.

Come sappiamo, ogni gene è un "piano costruttivo", un "capitolo" del volume di informa­zioni tecniche relative all'auto-costruzione di un es­sere umano. Consiste di un lungo "messaggio" ben definito. I segni di codice contenuti in ciascun gene sono, in media, appena 450. Ogni gene consiste, dunque, di circa 450 segni del codice DNA. Ogni segno corrisponde ad un carattere ti­pografico.

Quanti "caratteri tipografici" contiene il DNA umano? I geni sono 13 milioni, i "caratteri" sono 450 per gene; il DNA consiste, dunque, di 450 moltiplicato per 13 milioni. Quei "caratteri" sono 5 miliardi e 850 milioni.

Abbiamo visto che un grosso volume di 1000 pagine contiene complessivamente 5 milioni e 800 mila caratteri tipografici. I segni di codice del DNA umano sono mille volte più numerosi, essen­do 5 miliardi e 850 milioni.

I mille volumi della Biblioteca potrebbero con­tenere, a stento, le informazioni scritte sul DNA.

 

 

Scienza e Creazione

 

Sorprendente è che su quell'immenso nastro, in grado di circoscrivere il Sistema Solare, le sostan­ze-segno sono della stessa identica forma, distan­ziate le une dalle altre allo stesso modo, ciascuna sul proprio "zoccolo" di zucchero deossiribosio. È qualche cosa di assolutamente perfetto, esteso nell'immensità.

Ma il nastro DNA è doppio, essendo formato da due filamenti, tra i quali i segni sono in coppia. Il numero dei segni non è dunque di 5 miliardi e 850 milioni per ogni metro e 70 centimetri di nastro, è bensì di 11 miliardi e 700 milioni. Quei vo­lumi dovrebbero essere dunque 2000. La carta di ciascuna pagina risulterebbe formata dalla lunga catena di zucchero-fosfato-zucchero-fosfato. Il DNA provvede, infatti, ai "caratteri tipografici" e anche alla "carta"...

Ed ora provate, se vi riesce, a sostituire l'opera del Creatore con il lavorìo del caso cieco.

La Bibbia, nelle pagine dedicate alla Creazione, riporta il seguente ordine: «La terra produca esse­ri viventi secondo le loro specie: bestiame e rettili e fiere della terra secondo la loro specie» (Gn 1,24).

Tradotto in termini scientifici, quell'ordine ri­sulterebbe: «Vi sia una programmazione registrata su nastri DNA per ogni specie vivente, per tutte le specie degli animali, per tutte quelle delle pian­te e per tutte quelle degli insetti, viventi nelle va­rie ere geologiche».

Una data specie si riferisce ad animali, piante o insetti con le stesse caratteristiche strutturali e in grado di produrre una discendenza fertile. Quella programmazione è, dunque, qualche cosa di vera­mente prodigioso; è quanto di più sorprendente esista nella Natura. Per di più, è registrata tra due sottilissimi filamenti, avvolti a doppia spirale, con i quattro segni del codice DNA...

Come sarà stata programmata quella registrazio­ne? Come avrà avuto inizio?

Quale sfida all'intelligenza umana!

 

 

Ancora un prodigio

 

Un altro fatto sorprendente, emerso durante le ricerche effettuate sul nastro DNA, ha entusiasma­to gli scienziati.

Quel nastro è immensamente sottile, come sap­piamo. Lo spessore di due milionesimi di millimetro è tale da risultare inconcepibile. È sufficiente una minima causa per determinare una interruzio­ne. Un solo raggio di luce ultravioletta può causa­re un aggrovigliamento. Un raggio X è sufficiente per scompaginarlo.

Che cosa avviene quando un nastro DNA subi­sce un'avaria qualsiasi? La cellula risulta in stato di emergenza. Si determina un pericoloso squili­brio.

Poteva l'organizzazione generale della vita tra­scurare un'eventualità tanto importante?

Non l'ha trascurata. Infatti, ciascun nastro DNA, uno per uno, è provvisto di un particolare interessantissimo dispositivo automatico in grado di eseguire qualsiasi riparazione, in modo rapido e preciso. Non appena il guasto si manifesta, quel dispositivo scatta, scorre sul nastro nei due sensi, un po' come due anelli su un bastone, ed effettua il lavoro necessario. Se il nastro DNA si è spezza­to, viene immediatamente riunito. Se si è aggrovi­gliato, viene ridisteso normalmente.

Come funzioni quel dispositivo è ai limiti della conoscenza, ed è stato chiarito solo in parte. I due scienziati che si sono occupati più a fondo di que­sto problema sono P. C. Hanawalt e R. H. Haynes della Università Stanford negli Stati Uniti. «Men­tre il meccanismo della riparazione delle avarie non può venir descritto in dettagli, si può vedere nell'architettura molecolare del nastro DNA una coppia di dispositivi, che provvedono tanto a loca­lizzare ciascuna avaria quanto a ripararla» !.

 

 

Da dove è venuta?

 

«La creazione è una fiaba», sostengono i mate­rialisti atei. «Piante, animali e uomini non sono stati creati, si sono formati da soli. La vita sulla terra ebbe inizio da un'unica cellula vivente, for-matasi per generazione spontanea, in modo prodi­gioso, ma non miracoloso. I resti fossili di viventi preistorici dimostrano la verità scientifica dell'evo­luzione biologica».

Durante la seconda metà dello scorso secolo sembrava che quell'ipotesi potesse essere vera. L'i­naspettata scoperta di un grande numero di piante e di animali vissuti in epoche molto lontane, milio­ni e anche centinaia di milioni di anni or sono, sembrò costituire una prova evidente. Ma quell'i­potesi non divenne mai una verità scientifica, e le recenti acquisizioni l'hanno smentita recisamente.

Favolosamente complessa com'è, organizzata in modo da sbalordire gli scienziati e gli ingegneri dell'automazione, la cellula vivente non poteva as­solutamente formarsi da sola.

 

 

Da dov'è venuta quell'organizzazione?

 

Oggi vediamo che si autocostruisce, utilizzando i propri piani costruttivi, le proprie informazioni tecniche e la propria programmazione, come è re­gistrato sui suoi nastri DNA.

Da dove sono venuti quei "piani", quelle infor­mazioni, quel programma complessivo?

La registrazione è in codice, ossia in forma adatta per far funzionare degli automatismi.

Da dove è venuto quel codice?

Migliaia di RNA specializzati sono in attività nella cellula. Eseguono fedelmente gli ordini che ad essi giungono dai nastri DNA.

Da dove sono venuti gli RNA?

È possibile, onestamente, affermare che tutto è derivato dal semplice accostamento di molecole con quattro o cinque atomi ciascuna, sotto l'azione energetica dei raggi ultravioletti solari?

E possibile dimostrare che quell'opera di sovru­mana intelligenza è dovuta alla non-intelligenza, all'idiozia del caso cieco?

Lo si può affermare, contro ogni evidenza, solo se si è completamente accecati dal fanatismo del materialismo marxista ateo, e se si assume un at­teggiamento mentale, per ragioni di comando, de­cisamente anti-scientifico.

 

 

4

DAGLI ATOMI AL PRIMO VIVENTE

 

«Con gli atomi di un miliardo di stelle, il caso cieco non riuscirebbe ad approntare neppure una sola proteina utile ad un vivente».

prof. adolf butenandt, Premio Nobel

 

 

La lunga spirale della vita

 

Un fatto è fuori discussione: piante, animali e uomini non sono sempre stati quelli che sono og­gi.

L'aurora della vita ebbe inizio circa 2200 milio­ni di anni or sono.

I primissimi viventi furono delle microscopiche alghe galleggianti nelle superfici illuminate dei ma­ri e degli oceani. Il nostro pianeta era ancora in fase di formazione; non poteva ospitare forme di vita più evolute.

Quelle alghe marine sono giunte sino a noi. Og­gi formano parte del plancton, la base alimentare della vita in tutti i mari.

Per un periodo di tempo estremamente lungo, quello di 750 milioni di anni, le alghe marine rap­presentarono tutta la vita sulla Terra. Vivevano esse sole, popolando mari e oceani. Soltanto nell’Algonchiano, alle alghe si affiancarono i primi vermi ed i primi celenterati. Lentamente, la lunga spirale della vita incominciò a svolgersi.

Dopo altri 50 milioni di anni, sui bassi fondali marini ebbe inizio il regno dei molluschi, con la comparsa delle trilobiti. Assomigliavano un po' ai granchi dei giorni nostri. Alcune erano piccole, di un centimetro, altre raggiunsero i 67 centimetri. Disponevano di un adeguato sistema circolatorio, nonché dei sistemi nervoso, digerente e riprodutti­vo. Erano provviste di occhi. Vissero per ben 200 milioni di anni, durante i quali si suddivisero in 60 famiglie.

Scomparse le trilobiti, giunsero le ammoniti, molluschi con conchiglia elicoidale. Il loro regno fu uno dei più lunghi; durò 340 milioni di anni.

Nei mari, intanto, erano comparsi i primi pesci, mentre sulle terre emerse, erano spuntate le prime piante, dallo stelo ramificato e senza fiori. La spi­rale della vita incominciò a svolgersi più rapida­mente. Dopo un altro lungo tratto di tempo, giun­se il periodo delle grandi foreste, con alberi gigan­teschi, dai tronchi enormi. Durò 95 milioni di an­ni.

La vita sulla Terra assunse toni drammatici con la comparsa dei giganteschi dinosauri. Quegli enormi bestioni signoreggiarono sul nostro pianeta per 100 milioni di anni. Sono scomparsi inspiegabilmente 40 milioni di anni or sono.

Giunse l'Era Cenozoica, il quarto tratto della spirale della vita.

L'avvenimento predominante di quell'Era fu la comparsa dei primi animali a sangue caldo e dei primi mammiferi. I dinosauri, pur così giganteschi, nascevano da uova, ed erano a sangue freddo, per cui si infiacchivano quando la temperatura scendeva. Erano vivaci solo quando faceva caldo.

I nuovi arrivati erano invece vivaci a qualunque temperatura. I mammiferi allattavano i loro picco­li. Sorse il preludio del regno dell'Uomo.

Piante, animali e uomini si sono sviluppati attra­verso lunghissimi tratti di tempo, evolvendosi con­tinuamente. Quello sviluppo vien detto filogeneti­co, ed equivale al termine "evoluzione".

Nessuno oggi dubita che l'albero genealogico dei viventi si sia sviluppato e ramificato sempre di più, con l'avanzare del tempo, sino a raggiungere la varietà delle forme attuali. Nessuno dubita, an­che, che all'inizio dei tempi, due miliardi di anni or sono, esistessero solo viventi unicellulari, micro­scopici, appunto le alghe marine.

E questa l'evoluzione biologica.

C'è un'altra evoluzione, quella chimica, non an­cora dimostrata, ma non meno verosimile, in base alla quale quei primissimi viventi unicellulari avrebbero avuto origine dall'accrescimento di so­stanze inorganiche, ossia da semplici molecole e da atomi.

 

 

Nell'oscurità dell'ignoto

 

Ma come ebbe origine?

Come chiarire l'enigma della formazione dei primissimi viventi, in un mondo del tutto ostile al­la loro presenza? Come è possibile che la materia inerte, quella della non-vita, abbia fatto sbocciare la vita?

È convinzione generale che in quella remotissi­ma epoca, immersa nell'oscurità dell'ignoto, due miliardi e mezzo di anni addietro, la Terra fosse avvolta da un mantello di aria velenosa, formata da ammoniaca, metano e vapore acqueo. Ma su quel giovane globo terracqueo non viveva ancora nessuna creatura. La Terra era ben lontana dal poter ospitare esseri viventi.

È generalmente ammesso, anche, che la luce so­lare fosse decisamente ostile ad ogni forma di vita, densa com'era di micidiali intensissimi raggi ultra­violetti, ad alta energia.

Ma furono proprio quelle temibili radiazioni so­lari a modificare l'intera situazione, a rendere pos­sibile l'avvento della vita.

Colpite dai raggi ultravioletti, le molecole di am­moniaca, di metano e quelle del vapore acqueo si scomposero, si frantumarono. Gli atomi, liberati dalle molecole di quell'aria primitiva, formarono al­tri gruppi, diedero origine ad altre sostanze. Fu il Sole, dunque, a "cucinare" le sostanze componenti l'atmosfera dell'Era Azoica, sino a convenirle in al­tre sostanze adeguate alla prodigiosa comparsa della vita, alla primavera del mondo (v. fig. 12).

Per milioni di anni, i raggi ultravioletti solari continuarono a frantumare le sostanze dell'atmo­sfera iniziale, con il risultato di riempirla di com­posti ricchi di azoto e di carbonio, i due elementi alla base della materia vivente. Le piogge inces­santi e torrenziali trascinarono quelle preziose so­stanze nelle acque degli oceani.

Il respiro del giovane mondo si fece più inten­so. Nell'alta stratosfera si formò gradatamente uno strato di ozono, in grado di trattenere la maggior parte dei raggi ultravioletti. La luce solare, privata di quella componente micidiale, da malefica di­venne benefica, pronta a contribuire alla comparsa della vita.

Sulla superficie terrestre, le acque si arricchiro­no sempre più di sostanze organiche, molto sem­plici, ma bene adatte per costituire il materiale grezzo, dal quale ricavare quello necessario alla materia vivente. Si formò una specie di "brodo" alquanto diluito, ma pur sempre adatto per con­sentire la formazione di aggregati multimolecolari, di grandezza e di complessità sempre crescenti.

Le prime molecole organiche, quelle discese dall'aria e approntate con la potenza del Sole, molto semplici, consistevano di pochi atomi, da cinque a dieci. Quelle necessarie per "costruire" un organismo vivente, per quanto ridotto ai mini­mi termini, richiedevano un numero di atomi enormemente più grande, da decine di migliaia a milioni, per di più esattamente disposti in straor­dinarie architetture.

Il cammino da percorrere era molto lungo, ma milioni di anni erano ancora disponibili. Invisibili, e tuttavia evidenti, le forze che modificarono le strut­ture iniziali della Terra, continuarono la loro opera senza tregua, sino ad approntare tutto quanto era necessario per raggiungere la tappa finale dell'evo­luzione chimica: la comparsa della vita.

 

 

Una scintilla di vita nell'oceano

 

L'evento più prodigioso nella storia di tutto il nostro pianeta si verificò quando comparve il pri­mo essere vivente, proprio il primo.

Da quel primissimo vivente ebbe inizio tutto l'immenso e multiforme Regno della vita. Da esso derivarono tutte le piante, tutti gli animali, tutti gli uomini. Non si può, dunque, immaginare un evento più meraviglioso.

Non poteva essere se non una pianticella (fig. 13) formatasi nel "brodo oceanico", di dimensioni microscopiche, costituita da una sola cellula viven­te.

Era il prodotto finale di una lunga linea evoluti­va, della quale non serbiamo traccia alcuna.

Ascoltiamo quanto ci dice, in proposito, uno degli scienziati più competenti, il prof. John Tyler Bonner, dell'Università di Princeton, negli Stati Uniti:

«La cellula vivente è un'unità così meravigliosa e ben congegnata da far rimanere sbalorditi. Se si pensa ad essa dal punto di vista evolutivo, sembra senz'altro assai più facile che una primissima cellula vivente abbia potuto evolversi gradatamente nelle piante e negli animali oggi esistenti sulla Ter­ra, di quanto un gruppo di molecole e di sostanze elementari abbia potuto raggrupparsi sino a for­mare quella cellula».

Gli altri scienziati sono tutti d'accordo. L'evolu­zione biologica, quella che ha fatto salire la pri­missima pianticella marina, unicellulare, sino ai vertici della vita sulla Terra, è ammissibile. Può considerarsi certa.

Ma l'evoluzione chimica lascia tutti perplessi. Sembra del tutto impossibile che atomi e molecole siano riusciti ad aggregarsi da soli, 'in modo da formare un sistema biologico vitale, un organismo capace di fabbricare il proprio nutrimento e, per di più, in grado di costruire un altro organismo del tutto uguale.

A che cosa sarebbe servito quell'immenso prodi­gio iniziale, se la microscopica pianticella non fosse stata in grado di riprodursi? A meno che niente.

Ascoltiamo, questa volta, il premio Nobel prof. George Wald: «Ammesso che in lunghi intervalli di tempo potessero formarsi spontaneamente, ora una molecola di zucchero, ora un grasso, ora persino una proteina, ognuna di queste molecole avrebbe avuto soltanto una esistenza effimera. Co­me avrebbero potuto accumularsi? E se non si po­tevano accumulare, come avrebbero potuto forma­re un organismo?».

Possiamo però affrontare il problema da un al­tro lato.

 

La proteina primigenia

 

Indagare sul modo come possa essersi formata, per caso, quella primissima pianticella marina è tempo perso. È troppo complesso. Limitiamoci ad osservare come possa essersi formata una sola del­le sue proteine.

Chissà se questo ci aiuterà.

Fortunatamente c'è un'immensa unità nella vita. Le proteine sono numerosissime e diversissime, ma sono tutte costituite con le stesse parti compo­nenti. Per di più, quelle parti componenti sono poche, appena venti. Si tratta, in definitiva, di for­mare una collana, infilando una dopo l'altra delle "perline".

Mentre può risultare tremendamente difficile in­tendere come centinaia di migliaia di proteine possano aver formato le parti funzionali di un or­ganismo vivente, è quasi facile intendere come possa essersi formata una sola di esse, ad es. quel­la di fìg. 14.

Quelle "perline" hanno un nome piuttosto cu­rioso, alquanto infelice; comunque, è quello che è. Si chiamano aminoacidi (v. fìg. 10B).

Supponiamo che l'oceano sovrabbondi di ami­noacidi, in modo che non sia affatto necessario andare alla loro ricerca. Sono tutti disponibili sul posto. Per di più, fatto questo veramente impressionante, sono tutti congegnati in modo da poter venir collegati l'uno all'altro con estrema facilità. Ciascuno di essi è, infatti, provvisto da un lato di un "uncino" e dall'altro di un "occhiello". L'"uncino" è detto gruppo acido, o anche gruppo carbossilico; 1'"occhiello" è detto gruppo aminico.

Non dobbiamo preoccuparci del fatto che gli aminoacidi sono soltanto di venti tipi diversi. Non sono affatto troppo pochi, come può sembrare a prima vista. Si può pensare alle migliaia di libri di una grande biblioteca e alle lettere dell'alfabeto.

Basta, per convincersi, considerare il numero delle possibili permutazioni di quei venti aminoa­cidi. Se fossero soltanto quattro, anziché venti, quel numero sarebbe 24. Infatti: 1x2x3x4 = 24.

Chiamiamoli A, M, O e R. Questa prima com­binazione ha già un significato. Cambiando le quattro lettere di posto, otteniamo: ROMA, AR­MO, RAMO, MORA, ORMA...

Collegati insieme in un certo ordine formano una data proteina, collegati in altro modo formano una proteina completamente diversa.

Se gli aminoacidi esistenti fossero otto, le per­mutazioni possibili, ossia le diverse proteine otte­nibili, sarebbero 40.320. Se fossero nove, il nume­ro delle proteine ottenibili sarebbe, 40.230 x 9.

Ora, il fattoriale di 20, ossia 20!, è dato da: 1 x 2x3x4x5x6x7x8x9x10x11x12x13 x 14 x 15 x 16 x 17 x 18 x 19 x 20. Il risultato è il seguente 2,4 x 1018.

Scrivendo per intero quel numero corrisponde a 2.400.000.000.000.000.000, ossia duemilaquattrocento milioni di miliardi. Con appena 20 aminoa­cidi è possibile ottenere tutto quello sterminato numero di differenti proteine.

E per questa ragione che ciascun essere vivente può prendersi il lusso di avere le sue proprie pro­teine, diverse da quelle di tutti gli altri. E sempre per questa ragione che il nostro corpo non sa che cosa farsene delle proteine delle carne, del for­maggio e del latte. Le demolisce tutte, durante la digestione; poi utilizza gli aminoacidi che ne risul­tano per costruire le sue proprie proteine.

 

 

La prova matematica

 

Ritorniamo a quella proteina che, per una fortunatissima aggregazione di molecole, immaginiamo in formazione in qualche angoletto dell'oceano pri­mordiale. Dobbiamo tener conto che una proteina può essere piccola, con qualche centinaio di aminoacidi, o media, con qualche migliaio, o anche grande con qualche decina di migliaia di aminoaci­di.

E la nostra? Quanti aminoacidi decidiamo di darle? Supponiamo che consista di 539 aminoaci­di, non uno di più e non uno di meno. Come giu­stificare questa preferenza? Per due ragioni, una di simpatia e l'altra di utilità pratica. Con quel nu­mero di aminoacidi è formata la proteina che provvede a trasportare l'ossigeno a tutto il nostro corpo. È l'emoglobina del sangue.

L'utilità pratica risulta dalla possibilità di fare a meno di lunghi calcoli, estremamente laboriosi. Sono già stati fatti, alcuni anni or sono, da un gio­vane scienziato, Max Perutz. In sette anni di este­nuanti ricerche, egli riuscì a mettere in chiaro tut­ta la sequenza dei 539 aminoacidi della emo­globina.

Ebbe il premio Nobel.

Può sorgerci un dubbio: che cosa se ne può fa­re un'alga marina di una proteina di emoglobina? Lo dobbiamo accantonare. A noi interessa sapere come può formarsi una proteina qualsiasi, con qualsiasi numero di aminoacidi, adatta per quel­l'alga. Supponiamo che sia necessaria una proteina con un'esatta sequenza di 539 aminoacidi.

Il fattoriale di 539 è già stato calcolato. E dato dal seguente numero: 4 x 10619.

Vediamo dunque che cosa possa fare il caso per mettere insieme quella proteina, una delle tantissi­me necessarie per la formazione dell'alga.

Ora, il caso non sa niente dell'alga e niente del­la proteina che deve approntare. Il collegamento alla cieca, senza ragione, degli aminoacidi, porta alla formazione di innumerevoli proteine, di sva-riatissime dimensioni. Come pescare, tra le tante, quella occorrente, con 539 aminoacidi, disposti esattamente secondo una precisa sequenza? Biso­gnerebbe attendere un tempo troppo lungo; non basterebbe portarci dietro la colazione.

Dobbiamo dare due importanti vantaggi al cieco lavorìo del caso. Primo: immaginare l'oceano pieno zeppo di aminoacidi di tutti i venti tipi esi­stenti. Secondo: supporre che si colleghino in ca­tene tutte eguali, non una più lunga e una più corta, tutte con 539 aminoacidi.

Ed ora vediamolo in attività.

Supponiamo che riesca a collegare un milione di proteine al secondo, in ogni centimetro cubo d'acqua dell'oceano.

Il calcolo potrebbe aver inizio. Manca un solo dato, indispensabile. Occorre sapere quanti sono quei centimetri cubi d'acqua. A quell'epoca l'ocea­no ricopriva probabilmente tutta la superficie ter­restre. E difficile, se non impossibile, stabilire con sufficiente precisione, il numero dei centimetri cu­bi d'acqua che lo formavano.

Possiamo, però, dare al lavorìo del caso un ter­zo vantaggio, molto cospicuo, ossia immaginare che abbia a disposizione una quantità immensa di acqua, una quantità cosmica, addirittura 10130 cen­timetri cubi.

Non dovrebbe riuscirgli facile approntare la proteina necessaria? L'oceano è strapieno di ami­noacidi, si tratta di un oceano immenso, per di più tutte le proteine risultano di 539 aminoacidi ciascuna, e si formano alla fantastica velocità di un milione al secondo, in ciascuno di quei 10130 centimetri cubi di acqua...

Come detto, il calcolo è già stato fatto, diversa­mente ci occorrerebbe un anno di tempo e un quintale di carta da minuta. Il risultato è il se­guente: dopo 300 miliardi di anni si sarebbero formate appena 10179 proteine. Ora, 10179 è un nu­mero del tutto insignificante di fronte al numero corrispondente ad ogni possibile combinazione di 539 aminoacidi, che è 4 x 10619.

Per poter avere una prima idea di che cosa sia in realtà il numero 10179 dobbiamo ricorrere ad un paragone.

La luce corre nello spazio cosmico alla inaudita velocità di circa 300.000 chilometri al secondo. Quanti sono i centimetri che percorre durante un intero anno?

Quando si tratta di numeracci enormi, si ricorre alla espressione esponenziale. È un modo abbre­viato per indicare qualsiasi numero con molti zeri.

Così, 300.000 chilometri equivalgono a 300 mi­lioni di metri, i quali, a loro volta, equivalgono a 30.000.000.000 di centimetri. La luce percorre dunque 30 miliardi di centimetri al secondo.

Un milione è un 1 seguito da sei zeri, per cui lo si può indicare, in forma esponenziale, con 106. Equivale a 10 moltiplicato per sei volte: 10 x 10 x 10 x 10 x 10 x 10. Un miliardo è un 1 seguito da nove zeri, e lo si può indicare con 109.

Dunque la luce percorre 3 x 108 metri al secon­do, ossia 3 x 1010 centimetri. E in un anno?

Un anno consiste di 8.760 ore, e quindi di 525.600 minuti. Poiché ogni minuto è formato da 60 secondi, ve ne sono 31.536.000 in un anno, os­sia 3,15x107.

Dobbiamo moltiplicare 3 x 1010 centimetri per 3,15 x 107 secondi. Per moltiplicare due numeri esponenziali, basta sommare gli esponenti. (Infatti, ad es. 102 x I02 = 104, ossia 100 x 100 = 10.000).

Sicché (3 x 1010) x (3,15 x 107) = 9,45 x 1017 e in cifra tonda 1018.

Pur correndo alla fantastica velocità di 300.000 chilometri al secondo, la luce riesce a compiere, durante un intero anno di corsa, soltanto 1018 centimetri.

Ora, il numero 1018 è proprio niente di fronte a 10179, il quale, a sua volta, è del tutto insignificante al cospetto del numero delle diverse proteine che si potrebbero ottenere con altrettante combinazioni di 539 aminoacidi, ossia 4 x 10619.

Non si tratta che di infilare delle "perline", un lavoro adatto persino al caso cieco, eppure non sono sufficienti 300 miliardi di anni per ottenere sicuramente la "collana", la proteina, con quelle "perline", quegli aminoacidi, nella esatta sequenza desiderata dalla nostra alga primordiale.

Ma noi non abbiamo tanto tempo a disposizio­ne. Dobbiamo limitarlo a un solo miliardo di anni. Può, il caso cieco, infilare le "perline" giuste, nella sequenza richiesta, in un tempo tanto breve?

Quasi sicuramente no.

 

 

La riprova

 

La durata dell'universo è valutata in 10 o 12 miliardi di anni. Quella dell'evoluzione chimica non può superare il miliardo di anni. È un tempo estremamente breve per ottenere la proteina desi­derata. Come fare? In qualche modo dove venir approntata. Non possiamo far altro che dare anco­ra una volta la mano al caso, e guidarlo; dopo tut­to si tratta di un povero cieco...

Ma come aiutarlo? Aumentare la massa d'acqua a sua disposizione?

Non lo possiamo.

Quella che abbiamo messo a sua disposizione, di 10150 centimetri cubi, non solo non potrebbe stare sulla superficie terrestre, ma non potrebbe stare neppure dentro tutto l'Universo. Vogliamo la prova?

Il diametro dell'Universo è valutato, molto am­piamente, in un miliardo di anni-luce. A quanti centimetri corrisponde? A quelli di un anno luce moltiplicato per un miliardo, ossia a: 1018 centime­tri x 109 = 1027 centimetri.

Il volume dell'intero Universo, dunque, è il se­guente: 1027 x 1027 x 1027 = 1081 centimetri cubi.

Sicché l'acqua messa a disposizione del caso po­trebbe riempire quasi due Universi... Eh no! L'ap­parenza può ingannare. Il numero 106 non è la metà di 1012; un milione non è la metà di un tri­lione, è un milione di volte più piccolo. Quell'ac­qua riempirebbe non due, ma un enorme numero di Universi. Possiamo, onestamente, aumentarla ancora?

Dobbiamo cercare di aiutare il caso cieco in qualche altro modo. Possiamo cercare qualche al­tra soluzione.

Aumentare la velocità di produzione delle pro­teine? Abbiamo immaginato che se ne formi un milione durante ciascun secondo, in ciascun centimetro cubo dell'acqua sufficiente per riempire in­numerevoli Universi. No, non è possibile. Come fare?

Per avere almeno la probabilità del 50 per cen­to di rintracciare, sia pure con la sola immagina­zione, la proteina giusta nella sterminata massa delle proteine sbagliate, potremmo limitare il lavo­rìo del caso alla metà delle proteine richieste.

La metà di 4 x 10619 è 2 x 10619.

Servirebbe a qualche cosa? A nulla. E allora?

Il pianeta Terra è formato da un numero limita­to di atomi. Se le valutazioni sono giuste, e non vi è ragione che non lo siano, essendo noto il suo peso e la percentuale dei vari elementi che lo co­stituiscono, quegli atomi dovrebbero essere circa 1050.

Molti, indubbiamente. Ma quasi nulla di fronte a quelli necessari per approntare tutta quella pau­rosa massa di proteine. Essendo formate da 539 aminoacidi, ciascuna di esse richiede 10.000 ato­mi, grosso modo.

Ora, con una produzione di proteine come quella che abbiamo immaginato, la Terra farebbe presto a volatilizzarsi.

Anche gli atomi che formano tutto il Sistema Solare se ne andrebbero rapidamente. Sarebbero una bazzecola di fronte ai necessari. Quelli conte­nuti in un miliardo di stelle sarebbero ancora po­ca cosa. Niente da fare, dunque.

Se c'è una speranza assurda, del tutto ridicola, è proprio quella che il lavorìo del caso cieco possa riuscire ad approntare una — una sola — proteina, utilizzabile per la formazione di quella primi­genia pianticella, generatrice dell'intero Regno dei viventi.

 

 

Parole magiche

 

Ma una sola proteina sarebbe assolutamente in­sufficiente. Quante siano le proteine necessarie è noto. Ma è un numero piuttosto grande, ed è op­portuno trascurarlo. Basti dire che si contano a milioni. L'evoluzione chimica della vita, affidata al caso cieco, è dunque una chimera.

Un momento. Abbiamo dato al caso tre enormi vantaggi; possiamo aiutarlo dandogli un quarto vantaggio, altrettanto enorme. Immaginiamo che a quella pianticella iniziale siano sufficienti delle mi­ni-proteine. Dopo tutto, essendo la primigenia, dovrebbe accontentarsi di mini-proteine, senza so­spirare al pensiero di quelle con decine di migliaia di aminoacidi.

Quelle mini-proteine sono formate, supponia­mo, da appena 30 aminoacidi. Non ne esistono in Natura così piccole. Esistono solo nella nostra im­maginazione.

Dopo un miliardo di anni, tutte le mini-proteine sarebbero pronte; non resterebbe altro da fare se non ordinarle insieme, come richiesto dal piano costruttivo di quell'organismo vegetale.

Ma c'è una difficoltà. Mari e oceani non esiste­rebbero più. Gli atomi di tutta l'acqua e quelli di tutte le sostanze in essa contenute sarebbero stati utilizzati per formare l'immensa massa di tutte le possibili mini-proteine, corrispondenti alle più svariate combinazioni di quei 30 aminoacidi. Quella massa ricoprirebbe letteralmente tutta la superficie del globo terracqueo. Formerebbe uno strato alto circa 10 metri.

Dove si troverebbero le mini-proteine giuste? Una qua è l'altra là, sparse nella immensa moltitu­dine di quelle sbagliate.

Come fare per rintracciarle? E come riunirle in un unico punto, affinché il caso cieco possa co­struire con esse la pianticella primigenia?

Del resto, a che cosa servirebbe? Non esistendo più il "brodo delle origini", la Terra non sarebbe più in grado di ospitare il primo tentativo di esse­re vivente.

È facile affermare: «Nell'oceano primigenio si formarono delle sostanze organiche molto sempli­ci. Accostandosi casualmente hanno dato origine alle proteine. Sempre per caso e per selezione na­turale, alcune proteine si riunirono in modo da dar vita ad una prima cellula».

Queste proposizioni sono, all'apparenza, così ovvie da far passare oltre senza altre preoccupa­zioni.

Ma avviene di peggio se vengono ammantate con termini scientifici. Vogliamo provare?

Al posto di "sostanze organiche molto semplici" mettiamo "sostanze organiche comprendenti, tra l'altro, gli acidi formico, acetico, succinico e l'alfa-aminobutirrico, nonché la guanidina, la tiourea e l'urea".

Poi invece di "accostandosi casualmente", met­tiamo "per polimerizzazione lineare casuale", fa più effetto, e consente di fantasticare.

Inoltre, invece di "proteine" scriviamo "ma­cromolecole proteiche". Aggiungiamo: "sistemi biologici sempre più complessi".

Ed ecco che cosa diventano quelle tre semplici proposizioni:

«Nell'oceano primigenio si formarono delle so­stanze organiche comprendenti, tra l'altro, gli aci­di formico, acetico, succinico e l'alfa-amino-butirrico, nonché la guanidina, la tiourea e l'urea. Per polimerizzazione lineare casuale hanno dato origine ad innumerevoli macromolecole proteiche. Sempre per caso e per selezione naturale, alcune macromolecole proteiche si riunirono in sistemi biologici sempre più complessi, sino a dare inizio alla prima cellula vivente».

Non sembra una verità scientifica inoppugnabi­le? Ed è invece la stessa baggianata espressa in al­tro modo.

 

 

Un gioco senza fine

 

Ma come fare, allora, per dare inizio alla evolu­zione biologica? In qualche modo deve pur aver avuto origine.

Non rimane che favorire ancora il caso cieco, sino al punto di consegnargli belli e pronti tutti i milioni di proteine necessari, per mettere insieme l'alga primigenia.

Agganciamo per lui tutti gli aminoacidi occor­renti, nella esatta sequenza necessaria, in modo che tutte le proteine possano risultare "giuste", e quindi senz' altro utilizzabili. Agganciare aminoaci­di è un giochetto da bambini. Sono tutti provvisti di quell'”uncino" e di quell'"occhiello" ai quali abbiamo accennato. Sono fatti apposta per venir collegati.

Il lavoro è ultimato; le catene di aminoacidi so­no pronte; non abbiamo fatto neppur un solo er­rore. Versiamo dunque tutti quei semilavorati in un qualche punto dell'oceano primordiale. Che cosa avviene? Si forma la preziosissima pianticella necessaria all'evoluzione dei viventi sulla Terra?

Macché, le catene di aminoacidi si sono sciolte tutte nell'acqua... Era quello che si doveva aspet­tare, no?

E allora, a che cosa sarebbe servito il lungo tra­vagliato lavoro del caso cieco? Si sarebbero forma­te o no quelle 10179 proteine, in quei 10130 centimetri cubi d'acqua, durante quei lunghi 300 miliardi di anni?

La verità è amara. Non si sarebbero formate.

Naturalmente c'è una ragione. Le cellule di tutti i viventi, proprio tutti, dalla diatomea alla sequoia, dal microbo all'uomo, fabbricano proteine, aggan­ciando insieme l'esatto numero di aminoacidi oc­correnti e nell'esatta sequenza. Ma dopo averli ag­ganciati provvedono a saldarli insieme. L'"uncino" di un aminoacido viene fuso con 1'"occhiello" del­l'altro.

In altri termini, il gruppo aminico di un aminoacido viene saldato con il gruppo carbossilico dell'altro. Il primo, l'aminico, consiste di tre atomi (—NH2); il secondo, il carbossilico, consiste di quattro atomi (—COOH).

Dopo la fusione, al posto di quei due gruppi c'è un legame; è detto peptidico. Quel legame consi­ste di quattro soli atomi: (CONHI).

Gli altri tre atomi, rimasti fuori dalla fusione, formano una molecola d'acqua: H2O (v. fig. 10B).

Questa mutazione molecolare non è ottenuta gratis. Affinché risulti valida è necessario l'inter­vento di un'energia, quella contenuta in una mole­cola di ATP. È l'energia della vita; con essa i vi­venti si autocostruiscono e poi funzionano.

Le molecole di ATP vengono approntate dalle cellule viventi, utilizzando nientemeno che l'ener­gia del Sole, "messa in scatola" nelle molecole di glucosio, quelle tanto abbondanti nel pane, nella pasta, nel riso e negli altri farinacei, nei glucidi in­somma.

E nell'oceano primordiale, dove poteva andare a prendere le molecole di ATP, con dentro l'ener­gia del Sole, il povero caso cieco? Non esistevano. Come poteva dunque approntare quella tale pro­teina della sfida?

In 300 miliardi di anni non si sarebbe formata neppure una sola di quelle 10179 proteine preventi­vamente. Gli aminoacidi si sarebbero uniti e disu­niti, continuamente, senza sosta e senza alcun ri­sultato.

Cediamo la parola al premio Nobel prof. Geor­ge Wald, ancora una volta:

«La dissoluzione spontanea è molto più proba­bile, e quindi procede molto più rapidamente del­la sintesi spontanea. Per esempio, l'unione di ami­noacidi, uno dopo l'altro, per formare una protei­na ha una piccola probabilità di realizzarsi, ma la scomposizione degli aminoacidi è molto più pro­babile, e quindi procede più rapidamente. Ci tro­viamo in una situazione peggiore di quella di Pe­nelope in attesa di Ulisse. Ogni notte la paziente Penelope disfaceva il lavoro fatto durante il gior­no. Ma per ciò che riguarda gli aminoacidi, una notte sarebbe stata sufficiente per disfare il lavoro di un secolo».

 

 

L'enzima utensile

 

Ma c'è un'altra difficoltà, per il caso cieco in­tento a suscitare la vita sulla Terra, che va consi­derata. Per "assemblare" una proteina qualsiasi, non è sufficiente avere a disposizione tutti gli ami­noacidi necessari, lo schema costruttivo per colle­garli, ed anche tutte le "pilette" ATP necessarie per le saldature dei vari collegamenti. È necessaria un'altra cosa.

Ci si può trovare sul mare, in barca, in una not­te senza luna, e aver bisogno di un po' di luce per poter eseguire un lavoro. Ma ecco che ci si accor­ge di avere la batteria di pile, non la lampadina. La lampadina è necessaria. Senza di essa la batte­ria di pile può venir gettata a mare.

Ci si può anche trovare nella necessità di dover unire insieme mille sagomati di legno, con mille viti adatte, e costatare di non aver preso il caccia­vite.

L'utensile di lavoro da mettere nelle mani del caso cieco è un enzima esattamente adeguato alla necessità. Sono decine di migliaia gli utensili che ogni vivente adopera per auto-costruirsi e per ripa­rarsi durante la propria esistenza; uno solo è quel­lo che utilizza per prendere la "piletta" ATP e per eseguire con essa la fusione degli aminoacidi, du­rante l'approntamento delle proprie proteine.

Non c'è dubbio, i mille sagomati di legno po­trebbero venir uniti con le rispettive viti anche senza il cacciavite. Il lavoro di una settimana po­trebbe venir eseguito, con le sole mani, in un an­no o in un decennio.

Però pretendere che il caso eseguisca un lavoro del genere, senza l'utensile adatto, è veramente in­giusto, considerate le altre immense difficoltà che è costretto a superare.

Il nostro corpo "fabbrica" proteine a trilioni, in ogni ora della nostra esistenza. Deve fabbricarle per consentire l'eliminazione dei componenti fuori uso, e la loro sostituzione.

Ma non va in cerca di aminoacidi, non si preoc­cupa di avere sottomano le "pilette" ATP, non gli manca il "cacciavite" e neppure il "piano co­struttivo". Si vale di una tecnica esattamente pre­disposta, universale, utilizzata indistintamente da ogni vivente, girasole o essere umano.

La "fabbricazione" delle proteine non avviene in un po' di acqua in sostituzione dell'oceano primordiale. Avviene in "cantiere" adatto, e con un adatto reparto di montaggio, il ribosoma.

Come potrebbe, ad esempio, un microbo ap­prontare tutte le proteine necessarie per dar vita ad un altro suo simile, se non disponesse di un "cantiere" e di adatti reparti di montaggio, ossia decine di migliaia di ribosomi? Forse potrebbe farne a meno, ma in tal caso non gli sarebbero sufficienti venti minuti. Gli occorrerebbero venti milioni di anni.

In ogni vivente — pianta, animale, o uomo — le proteine vengono "fabbricate" da robot-RNA specializzati. Uno provvede allo schema costrutti­vo, un altro si incarica degli aminoacidi da colle­gare, ed un terzo, infine, esegue il lavoro con l'ATP e l'enzima.

È un'organizzazione formidabile, emersa lenta­mente alla conoscenza umana, dopo le grandiose scoperte fatte nello scorso ventennio, particolarmente dopo quella del nastro DNA e dei "robot" RNA. Abbiamo cercato di abbozzarla nel capitolo secondo.

Sarebbe da sempliciotti pensare che alla base della vita non vi sia un'organizzazione produttiva adeguatamente predisposta, programmata e regi­strata su nastri DNA.

Per il caso cieco è veramente un'impresa dispe­rata dover fare a meno di quell'organizzazione, e provvedere a generare un vivente, contando sul fortuito accostamento di atomi e molecole. Spera­re di arricchirlo con miliardi di. anni è schernirlo. Non riuscirebbe a mettere insieme, in 300 miliardi di anni, neppure una sola proteina, pur avendo a disposizione tutti gli aminoacidi necessari, forniti-gli dall'assistenza comunale dei poveri.

 

 

Ogni vivente vuole le sue proteine

 

Per di più, il caso cieco dovrebbe tener conto dei gusti personali, in fatto di proteine, di quella pianticella marina iniziale, benché microscopica. Per formarsi automaticamente, richiederebbe certe proteine, scelte tra un numero quasi infinito. Co­me possiamo aiutare, questa volta, il caso cieco ad intuire quali sarebbero le sole proteine gradite a quella pianticella?

La situazione è piuttosto disperata. Non possia­mo dargli una memoria e quindi pungolarlo ad iniziare l'assemblaggio di quelle proteine, esclu­dendo tutte le altre.

Ancora una volta ascoltiamo quanto ci dice il prof. George Wald:

«Gli organismi viventi sembra sfruttino ampia­mente l'esistenza delle possibili proteine, il cui nu­mero è praticamente infinito. Non esistono, infat­ti, due soli organismi viventi, animali o piante, che possiedano le stesse proteine. Ciascuna specie ha le sue proteine, inconfondibili. Quelle proteine formano uno schieramento grandioso, paurosa­mente complicato e infinitamente vario. Senza di esse non si può pensare di avere degli organismi viventi. È proprio qui che nascono le difficoltà. Non basta che le proteine siano in quantità giusta e nelle proporzioni giuste; è anche necessario che esse si sistemino in una esatta configurazione, al­trettanto giusta».

Abbiamo visto il caso cieco intento ad appron­tare una sola proteina, ed abbiamo costatato, con l'aiuto della matematica, grazie a Max Perutz, che non gli sarebbe stato sufficiente tutto lo spazio e tutto il tempo disponibili. Abbiamo dovuto offrir­gli una moltitudine di Universi, e concedergli altri 299 miliardi di anni, oltre il miliardo preventivato. Il risultato è stato egualmente incerto. Che fosse riuscito ad approntare quella proteina, sulle 10179 simili ma sbagliate, era più no che sì.

Come pretendere che riesca a mettere a posto, nella configurazione giusta, quei milioni di protei­ne esclusivamente predisposti per l'alga primige­nia? Può servire a qualche cosa offrirgli tutte quelle proteine, con gli aminoacidi ben saldati in­sieme, e limitare il suo lavoro alla sola costruzione della pianticella?

Dobbiamo cercare di avere un'idea, almeno ap­prossimativa, di quella pianticella. Non dimenti­chiamo che essa è il punto di partenza di tutto il mondo dei viventi, e che se noi oggi, a tanta di­stanza di tempo, possiamo pensare ad essa, è per merito suo.

Non appena ultimata, per primissima cosa, avrebbe dovuto dar inizio ad un'altra pianticella, anch'essa in grado di produrne un'altra, in modo da riempire gli oceani, dopo un certo tempo. Il caso cieco deve tener conto di questo fatto. Quel­la iniziale deve essere una "fabbrica di pianticelle"; una "fabbrica" capace di approntare altre "fabbriche".

Non è opportuno valerci dell'aiuto della mate­matica. Ci porterebbe troppo lontano. Altro è ag­ganciare degli aminoacidi come se fossero le "perline" di una "collana", ed altro è progettare, costruire e far funzionare una "fabbrica".

Che si tratti di una "fabbrica" è fuori dubbio. Basta osservare un microrganismo vegetale del plancton marino dei giorni nostri.

Quei microrganismi planctonici — diatomee (fig. 13), foraminiferi calcarei e radiolari silicei — sono sostanzialmente quelli stessi dei mari primevi.

Appartengono a gruppi che non hanno progre­dito in nessuna direzione evolutiva. La nostra pianticella si è, invece, sviluppata in tutte le dire­zioni possibili: ma non poteva essere dissimile, so­stanzialmente, dai microrganismi che possiamo esaminare al microscopio.

Ascoltiamo ancora il prof. John Tyler Bonner:

«Essa ci offre il quadro di una fabbrica chimica eccezionalmente complessa, con molte parti, molti meccanismi, molti controlli di stabilizzazione. Può mantenersi indefinitamente; può rimpiazzare, per sintesi, le parti perdute; può crescere e, per di più, può anche costruire qualche cosa di eguale a se stessa.

È chiaro, però, che nel suo interno non ha né congegni né ruote. Contiene, invece, una quantità enorme di molecole proteiche. In media ne contie­ne circa 200 milioni di milioni (2 x 1014). Questo pensiero sconcertante colpisce talmente l'immaginazione, che ogni proposito di scrutare come que­sta unità piena di trilioni di molecole proteiche la­vori, sembra fuori della nostra portata e del nostro intelletto».

Se noi non riusciamo neppure ad intendere co­me possa funzionare, come può aver fatto, il caso cieco, a progettarla e a costruirla?

Gli atomi di un miliardo di stelle non gli sarebbe­ro stati sufficienti per approntare, disordinatamente e senza scopo, una sola di quelle molecole...

Eppure, per i propagandisti del materialismo ateo questa non è una difficoltà insuperabile. Con l'aiuto della fantasia riescono sempre ad escogitare una qualche apparente soluzione, da spacciare su­bito come "scientifica".

Non temono mai di venir smentiti. Le loro af­fermazioni sono dogmatiche. Solo i nemici della Scienza e del popolo possono metterle in dubbio.

 

 

L'organizzazione di base

 

«La vita sulla Terra può aver avuto origine in un modo qualsiasi, e può essersi sviluppata in ba­se a quell'origine. Siamo noi a dire che occorreva­no certe proteine, con l'esatta sequenza di aminoa­cidi, per formare l'alga primigenia. Con altre pro­teine, approntate a caso, si sarebbe formato un al­tro essere vivente iniziale. La vita sulla Terra sa­rebbe stata diversa dall'attuale. Ma la vita avrebbe avuto, comunque, ampio sviluppo».

Proteine di fortuna, insomma. Ma con ciò che possiamo trovare intorno a noi, per caso, non è possibile costruire un'automobile e neppure un te­levisore. La tecnologia è sempre necessaria. Il pia­no costruttivo non può venir eliminato, ma soltan­to sostituito. I componenti necessari vanno ap­prontati in vista della costruzione finale.

In base a quale piano costruttivo si sarebbe for­mato quell'altro vivente iniziale?

Con le onde radio abbiamo ottenuto l'apparec­chio ricevente a transistor, il televisore e il radar. Con l'energia della luce, il sistema biologico ottie­ne l'energia metabolica che gli è necessaria per auto-costruirsi e per funzionare, ossia per vivere.

Si fa presto ad affermare: «Qualsiasi raggruppa­mento di proteine, approntate a caso, avrebbe da­to origine ad un vivente, e perciò non si deve par­lare di proteine "giuste" e di altre "sbagliate". All'inizio dell'evoluzione chimica quelle che si for­marono vennero utilizzate». In realtà, l'organismo vivente deve per forza captare la luce per conver-tirla nell'energia che gli è necessaria, e deve per forza provvedere in qualche modo a dar inizio alla costruzione di un suo simile, affinché la sua specie riesca far presa sulla Terra.

Anche se ammettiamo che qualsiasi raggruppa­mento di proteine potesse andar bene, dobbiamo però sempre ricorrere alla stessa tecnologia naturale: approntamento degli aminoacidi, saldatura dei vari componenti le proteine, sistemazione delle stesse in strutture maggiori, completamento di organi funzio­nanti, entro un unico piano organizzativo.

Noi vediamo, oggi, come gli organismi viventi approntano gli aminoacidi di cui necessitano. Essi non si trovano liberi in Natura. Devono venir fab­bricati. In assenza di un piano generale di organiz­zazione, come potevano formarsi tutti i venti ami­noacidi, in quantità tale da essere presenti nello stato illuminato dell'oceano originario?

Venti aminoacidi tutti disposti in modo da po­tersi agganciare, e perciò tutti con lo stesso "uncino" da una parte e lo stesso "occhiello" dall’altra... Se sono stati approntati per caso, come si spiega che gli "uncini" e gli "occhielli" sono tutti eguali, e quindi adatti per qualsiasi agganciamen­to? Come ha fatto, il caso cieco, a prevedere la lo­ro necessità, per dar luogo alle prime proteine?

Dobbiamo pensare a qualche cosa di miracolo­so? Indubbiamente no; sarebbe ridicolo.

Della cellula vivente si dice che è "una fabbrica eccezionalmente complessa" ed anche che è "un prodigio di organizzazione". Ora, se tutto è im­mensamente organizzato, per quale ragione si do­vrebbe eliminare l'organizzazione delle origini?

Il caso, invocato continuamente dai materialisti marxisti, in nome della "Scienza", avrebbe dato origine ad un'unica solitaria pianticella microsco­pica primigenia. L'organizzazione generale della vita ha invece fatto "spuntare" contemporanea­mente una miriade di pianticelle, nella vastità dell'oceano, come fa spuntare le foglie e fa sbocciare i fiori, quando giunge la primavera.

Alla base della prima primavera del mondo c'e­ra quella stessa organizzazione che provvide a tut­te le successive. C'era la Creazione.

 

 

Possiamo "creare" proteine

 

Chi può asserire che la Scienza non sia in grado di "creare" delle proteine?

La "creazione" delle proteine ha inizio con l'ac­quisto degli aminoacidi necessari. Nessuno si met­te in testa di approntarli in laboratorio. Le indu­strie chimiche li ricavano dalla materia vivente e li mettono in vendita; servono per l'approntamento di alcuni medicinali.

Occorre collegare più aminoacidi in una lunga catena. Fatto questo, la proteina è pronta. Colle­garli a mano o con qualche apparecchiatura sareb­be impossibile, sono troppo piccoli, molto più piccoli del più piccolo virus. Solo gli RNA sono capaci di effettuare quel collegamento, nel modo più efficiente e rapido. Sono fatti apposta.

Ma gli RNA non sono in commercio; occorre ricavarli in qualche modo da cellule viventi. Gene­ralmente vengono prelevati dalle cellule del lievito. Vengono frantumate. Le parti componenti vengo­no separate. E quanto si ottiene con l'ultracentri­fuga, adeguatamente raffreddata (fig. 15). La rota­zione estremamente rapida causa un calore assai forte, e distruggerebbe gli RNA. Il raffreddamento è indispensabile.

Gli RNA vengono quindi separati da tutto il re­sto. Poi vengono purificati facendoli passare attra­verso un filtro, costituito da una colonna di cellulo­sa, il gel. Fatto questo, gli RNA vengono uniti con gli aminoacidi da collegare. Si ottiene un miscuglio in soluzione o sospensione acquosa. Proteine, però, non se ne formano, manca ancora molto.

Nelle cellule viventi la formazione delle proteine è superlativamente organizzata; vengono utilizzati particolari enzimi, insieme con gli RNA. Inoltre, il lavoro è ottenuto con somministrazione di energia. Senza consumo di energia, neppure le cellule riu­scirebbero a compiere qualche lavoro.

Se si vuole che nella provetta si formino davve­ro delle proteine, occorre aggiungere al miscuglio di aminoacidi e di RNA anche una quantità suffi­ciente di ATP e di ribosomi.

Dalla frantumazione delle cellule del lievito si ottengono anche questi componenti. Vanno prele­vati e versati nella provetta.

Gli RNA adoperano, per compiere il loro la­voro di agganciamento degli aminoacidi, degli "utensili", ossia degli enzimi. Se mancano gli enzi­mi, le proteine non si formano. Anche gli enzimi si ottengono dall'ultracentrifuga, separati dal resto. Vanno aggiunti.

Mancano ancora due componenti importanti, anch'essi da prelevare dalla frantumazione delle cellule. Occorrono i mitocondri, capaci di ricarica­re le pilette, ossia le molecole di ATP; occorre an­che un miscuglio di ioni di magnesio. Con questi componenti, nella provetta c'è tutto.

Tutto, meno il DNA, il programmatore.

Gli m-RNA, versati nella provetta, contengono un ordine; utilizzano quello, come accennato nel capitolo secondo, lo utilizzano nel disordine, nel caos di tutte quelle parti componenti demolite e riunite alla rinfusa. Trovano sempre, tra i venti aminoacidi disponibili, i due da collegare insie­me. Si formano gruppi. Vengono riuniti insieme, a casaccio. Ne risultano frammenti di proteine "selvagge", senza nessun riferimento con quelle note. Eccezionalmente si formano anche proteine intere, "selvagge", senza senso.

È proprio impossibile che abbia a formarsi, per caso, una vera proteina, una proteina vegetale, animale o umana? È senz'altro possibile. Ma co­me si fa a trovarla tra una miriade di proteine "selvagge"?

Le possibili combinazioni a caso degli aminoaci­di si contano a gogò. In quell'immenso oceano di combinazioni possibili, una proteina giusta potreb­be formarsi ogni miliardo di anni. In genere, gli scienziati possono soltanto attendere qualche me­se, o al più qualche anno.

Occorre individuare una proteina per volta, os­servando le ombre dei suoi atomi sulla lastra foto­grafica, quelle ottenute con la diffrazione dei raggi X. Ma riuscire in tal modo a riconoscere una pro­teina giusta, tra le tante sbagliate, non è possibile. Tutto il tempo dell'Universo non sarebbe che un'inezia.

La conclusione è sconfortante: noi uomini non riusciremo mai a fabbricare una proteina, una vera proteina, neppure utilizzando tutte le parti com­ponenti approntate dalla Natura.

Il DNA è già pronto; è al completo in ciascuna delle cellule vive del nostro corpo, benché siano decine di migliaia di miliardi. Provvede a fabbrica­re tutte le proteine di cui abbiamo bisogno. Produce migliaia, milioni di proteine diverse. Tutti i giorni deve approntare quei 300 miliardi di nuove cellule che ci necessitano per poter continuare a vivere. È una perdita di tempo cercare di reinventare il cavallo.

 

 

Il piano "costruttivo" di una proteina

 

In genere, le proteine contengono migliaia di aminoacidi, ciascuno dei quali si trova al suo po­sto esatto. C'è una mini-proteina, con appena 96 aminoacidi, di 18 tipi diversi. È quella dell'insuli­na. Viene formata da una parte delle cellule del pancreas, una ghiandola collocata sotto lo stomaco.

Essa supervisiona il tasso dello zucchero nel sangue, affinché abbia a rimanere entro limiti fi­siologici. Qualora il pancreas si ammali, e l'insuli­na non sia più sufficiente, interviene quella malat­tia abbastanza diffusa, che è il diabete.

Nel 1920, tre scienziati canadesi si proposero il compito di rifornire di insulina i malati di diabete, prelevandola dal pancreas del bestiame da macel­lo. Vi riuscirono. Molti ammalati vissero per mol­to tempo ancora mediante iniezioni di insulina. Ai tre scienziati venne attribuito il premio Nobel.

Il problema era quello di ottenere l'insulina per via sintetica. Novantasei aminoacidi non sono molti. Occorreva soltanto sapere in quale esatta disposizione si trovano nell'insulina. Ma il fattoria­le di 96 è un numeraccio tremendo, pari a circa 3 seguito da 100 zeri.

Già nel 1945 un gruppo di biochimici inglesi, con alla testa il dott. Frederick Sanger, affrontò il grave impegno di sondare quella piccolissima pro­teina. Vi riuscì soltanto dopo otto anni di faticoso lavoro. Il dott. Sanger ebbe il premio Nobel nel 1958.

Una goccia di insulina venne posta su carta fil­trante; con la tecnica della cromatografia, usando due solventi diversi, in due direzioni diverse, i vari aminoacidi si sparsero in giro nitidamente. Risulta­rono 18 tipi di aminoacidi, suddivisi in due cate­ne. Le possibili combinazioni di aminoacidi in cia­scuna catena risultarono: nella catena A tante combinazioni quante ne indica il numero 3 seguito da 27 zeri; nella catena B solo quante risultano da 6 seguito da 15 zeri. Numeracci enormi anche questi, ma quasi niente di fronte al 3 seguito da 100 zeri.

Le due catene vennero ridotte in frammenti. Venne studiato, pazientemente, un frammento per volta. Sanger ideò una tecnica particolare a tale scopo. Finalmente, nel 1952, dopo sette anni di ri­cerche, tutti i 96 aminoacidi erano stati esattamen­te localizzati lungo le due catene. Occorreva sape­re come erano riunite le due catene. Dopo un al­tro anno di lavoro, riuscirono a costatare che un particolare aminoacido, la cistina, provvedeva a quell'incombenza.

Avere sott'occhio l'esatta disposizione di tutti gli aminoacidi dell'insulina fu un trionfo per la Scienza. Finalmente, una proteina aveva svelato il proprio segreto; era visibile in ogni sua parte. Fu però soltanto una vittoria del tutto effimera. Sanger affermò: «È alquanto spiacevole dover ricono­scere che tutto il nostro lavoro è stato vano, privo com'è di qualsiasi risultato pratico. Noi "vediamo" la proteina insulina esattamente com'è, ma non riusciamo a comprendere perché è così e non al­trimenti. Abbiamo soltanto compreso che basta cambiare di posto uno solo dei 96 aminoacidi, per renderla inefficiente; si ottiene un'altra proteina, che non ha nulla in comune con l'insulina, ed è quindi incapace di sorvegliare quel particolare me­tabolismo».

Le parti componenti di un motore d'auto o di un televisore sono "proteine tecniche"; non ci la­sciano perplessi. Intendiamo bene lo scopo di cia­scuna di esse, e, quindi, perché sono fatte come sono fatte; la tecnica del motore d'auto e quella del televisore ci sono familiari. Le abbiamo ideate noi: sono uscite dalla nostra mente e dalle nostre mani. Le proteine, invece, appartengono ad una tecnica completamente diversa, per noi del tutto sconosciuta.

Che si tratti di sostanze ideali per una enorme varietà di usi, ci riesce evidente. È il loro modo di agire che costituisce un enigma. Per quale strana ragione una proteina con 96 aminoacidi di vario tipo può controllare l'utilizzazione degli zuccheri e dei grassi nel nostro organismo? Come fa a "sentire" se c'è un po' di glucosio in più o in me­no nel torrente sanguigno?

Come mai quella stessa proteina, l'insulina, rie­sce a compiere anche un altro lavoro, convertendo il glucosio in glicogeno nel fegato, in modo che quello zucchero possa venir immagazzinato? E perché per fare quel lavoro l'insulina deve ottene­re la collaborazione di altre due proteine, quella dell'adrenalina e quella del glucagone?

La Natura dispone di "qualche cosa", che a noi è tuttora completamente ignoto. È come avere tra le mani una radiolina senza minimamente saper dell'esistenza dell'elettricità e dell'elettronica. Pa­zientemente ci sarebbe possibile rintracciare tutti i suoi componenti (resistori, condensatori, induttori, transistor, diodi, ecc.). Con notevole fatica ci sa­rebbe anche possibile costatare come sono colle­gati tra di loro quei componenti, come ha fatto Sanger per gli aminoacidi dell'insulina. Anche i componenti di una radiolina sono circa un centi­naio, suddivisi in vari tipi. Alla fine si potrebbe tracciare un nitido disegno, ossia lo schema della radiolina. Ma quello schema non ci direbbe nulla; non ci spiegherebbe il funzionamento dell'appa­recchio. Per noi rimarrebbe misterioso. Non sa­pendo dell'esistenza dell'elettricità e dell'elettroni­ca, non ci sarebbe possibile intendere per quale ragione quei componenti siano collegati in quel modo e non piuttosto in un altro qualsiasi.

È quanto è avvenuto per altre proteine, ad esempio per la lisozima, la chimotripsina e la car-bossipeptasi. Vennero studiate anch'esse con la cromatografia su carta, per ottenere dai loro cri­stalli la diffrazione dei raggi X. Essendo quelle tre proteine molto più complesse dell'insulina, la de­terminazione e la posizione degli aminoacidi, di cui sono composte, vennero ottenute con calcola­trici elettroniche.

Un'altra importante proteina, la ribonucleasi (fìg. 14), è tra le più piccole, con appena 128 ami­noacidi. Ma, per poter riconoscere la posizione di quei 128 componenti, sono stati necessari sedici anni di lavoro, una spesa di due milioni di dollari e l'uso di un calcolatore IBM 7040, per circa nove mesi di seguito.

Come al solito si venne a sapere come sia fatta la ribonucleasi, ma non perché abbia quella se­quenza di aminoacidi e non un'altra qualsiasi.

 

 

Poi venne il DNA

 

Ma che cosa è mai una proteina, sia pure gigan­tesca, con migliaia di aminoacidi, di fronte ad un nastro DNA, con qualche miliardo di nucleotidi?

E allora, come è riuscito il caso cieco ad ap­prontare i nastri DNA con l'intera progettazione, accuratamente registrata, dei primissimi viventi?

La Scienza esclude che possa esistere, e che possa mai essere esistito un vivente senza DNA, senza la propria progettazione.

Abbiamo visto, nei primi tre capitoli, che il DNA è un insieme di piani costruttivi e di infor­mazioni tecniche, indispensabile per la formazione di qualsiasi vivente. Quello umano è lungo com­plessivamente 102 miliardi di chilometri. Quello di un microbo è mille volte più lungo del microbo stesso.

La scoperta del DNA fu un colpo duro per gli assertori del materialismo ateo. Sino alla fine degli anni '50 affermarono che «l'oceano primordiale era pieno di aminoacidi; il caso cieco li riunì in proteine, e poi utilizzò quelle proteine per forma­re prima dei sub viventi e poi dei viventi».

Dall'inizio degli anni '60 quell'affermazione subì solo una lieve modifica: «l'oceano primordiale era pieno di aminoacidi e di nucleotidi...».

I nucleotidi sono simili ai caratteri tipografici. Il caso cieco li dispone in righe, le righe in pagine, le pagine in un libro, il primo libro della vita, quello con la descrizione dettagliata di come deve venir approntata una microscopica" alga primige­nia, affinché possa funzionare, e quindi fabbricar­ne un'altra simile, con la duplicazione automatica di se stessa...

II DNA è il vertice dei prodigi della Natura; la spiegazione materialistica della sua generazione spontanea è al vertice della stoltezza umana.

 

 

 

5

MASCHI E FEMMINE LI CREÒ

 

«La programmazione su nastri DNA mette in azione la cellula vivente come se fosse una mi­croscopica fabbrica ultrautomatizzata e ciber­netica. La mette in moto in modo inconcepi­bilmente esatto, veloce e ben coordinato».

prof. geroge beadle, Premio Nobel

 

 

Un superthrilling della Natura

 

Come avrà fatto, il caso cieco, ad inventare es­seri viventi maschi e femmine?

Ci è ben noto che all'inizio della vita, per ben 750 milioni di anni di seguito, esistevano sulla Terra soltanto le alghe marine unicellulari, e quin­di di dimensioni microscopiche. Si riproducevano per divisione asessuata, ingrossandosi e dividendo­si in due.

Ma la vita sulla Terra non poteva estendersi con quel tipo di riproduzione. Una giraffa dal lunghis­simo collo non può riprodursi ingrossandosi e poi dividersi in due giraffe. Tanto meno lo potrebbe un ingegnere o un contadino. Come potrebbe, ciascun organo del nostro corpo umano, "fab­bricare", un altro organo del tutto eguale? Come potrebbero i nostri occhi approntarne altri due? E le nostre gambe, come potrebbero sdoppiarsi?

Infine, come potrebbe avvenire il "trasloco" ge­nerale?

Il caso cieco avrebbe dovuto incominciare con l'inventare quel superthrilling della Natura che è l'uovo, ed al quale noi non facciamo minimamente caso. Proviamo, però, ad immaginare la nostra tecnica di fronte alla necessità di approntare "uova" da automobili o da televisori...

Che cosa è l'uovo? È un centro direzionale au­tomatizzato, con i suoi nastri DNA al completo, con i suoi RNA e i suoi ribosomi pronti ad entra­re in azione, con i suoi organizers in attesa di dar inizio alla formazione di un vivente, in base a pre­cisi piani costruttivi e secondo norme prestabilite rigorosamente. È anche un magazzino di materie prime.

La cellula-uovo umana contiene 23 coppie di nastri DNA, come varie volte accennato. Quella del pollo ne contiene 39 coppie, quella dell'anatra 40 e quella del tacchino 41. Il moscerino ha solo 4 coppie di nastri DNA e la mosca 6. Il gatto ha 19 coppie di nastri DNA, il topo 30, il coniglio 22, il gorilla 24 e il cavallo 33.

La patata ha più nastri DNA dell'uomo; ha una coppia in più, il riso ne ha 22, il frumento 21, il pomodoro 12, la cipolla 8 e il pisello 7.

Eppure tutto questo non basta. Occorreva pre­vedere un fatto singolare, per dar inizio ai viventi superiori.

Abbiamo ricevuto da nostro padre 23 nastri DNA, e altrettanti da nostra madre. Quelle 23 coppie di nastri DNA hanno dato al nostro corpo la possibilità di autocostruirsi.

Se trasmettiamo quei 46 nastri DNA ai nostri fi­gli, essi ne avranno 92; 46 dal padre e 46 dalla madre. A loro volta, i nostri figli trasmetteranno quei 92 nastri ai propri figli, per cui i nostri nipoti dovranno avere 92 nastri paterni e 92 materni, 184. I nostri pronipoti risulteranno provvisti di un corredo genetico ancora più sovrabbondante, addirittura formato da 368 nastri DNA. Tutto ciò se l'Umanità avesse avuto inizio con nostro padre e con nostra madre.

Questo fatto ben evidente mise in imbarazzo gli scienziati del secolo scorso. Il mistero venne risol­to quando il belga Eduard van Beneden, osservan­do cellule sessuali al microscopio, si avvide che es­si avevano la metà dei cromosomi normali. In esse non c'erano 23 coppie di cromosomi, bensì soltan­to 23 di essi.

Come si erano formate quelle cellule sessuali? Erano derivate da cellule normali con 23 coppie di cromosomi; però, per divenire cellule sessuali erano passate attraverso il processo della divisione riduzionale, detto meiosi, parola greca che signifi­ca diminuire.

Nostro padre ci ha trasmesso soltanto metà dei suoi nastri DNA, dei suoi cromosomi, altrettanto ha fatto nostra madre.

Che cosa poteva avvenire ai primissimi albori della vita sulla Terra? Una delle due: o acconten­tarsi di soli microrganismi, capaci di moltiplicarsi per suddivisione, oppure inventare il sesso e il fe­nomeno della meiosi.

Ma questa "invenzione", parte integrante del progetto fondamentale della vita sulla Terra, deve essere avvenuta prima dell'inizio degli organismi pluricellulari, vere piante e veri animali.

Inventare esseri viventi maschi e femmine non è per nulla facile, se si hanno sott'occhio soltanto i microrganismi. Occorreva completare quell'idea base, dotando i viventi di organi sessuali comple­mentari, nonché dare ad essi la possibilità di ap­prontare cellule sessuali, con metà dei nastri DNA. Occorreva, insomma, inventare il concepi­mento, come risultato conclusivo.

Tutto questo prima di dar inizio al mondo dei viventi pluricellulari. Senza il sesso, non si sareb­bero, diversamente, riprodotti; e senza la meiosi, il numero dei cromosomi si sarebbe raddoppiato ad ogni generazione. Dopo appena una decina di ge­nerazioni, quei cromosomi sarebbero risultati tanti da bloccare il proseguimento della specie.

È evidente che il caso cieco non poteva preve­dere e provvedere tutto ciò in anticipo.

 

 

La coppia XY

 

Ma c'è una difficoltà. Come avviene che siamo maschi o femmine? Come possono sapere, i nastri DNA, quale sesso dare all'essere umano in auto-costruzione?

Una di quelle 23 coppie di cromosomi possiede i nastri DNA relativi al sesso. Quella coppia consi­ste di un cromosoma X e di un cromosoma Y (fig. 16). Sono due cromosomi diversi. Nella don­na sono però eguali, sono ambedue X, sono due cromosomi XX.

Che cosa avviene? Al momento della meiosi, quando le cellule riducono a metà i loro cromoso­mi per approntare quelle sessuali, i cromosomi X e Y dell'uomo si dividono: ne risultano due cellu­le sessuali, una con l'X e l'altra con l'Y.

All'atto del concepimento, nella cellula-uovo materna c'è il cromosoma sessuale X. È sempre X, in quanto la donna ha due X. Se, a quella cellula-uovo in attesa, uno spermatozoo porta un cromo­soma sessuale Y, esso va a far coppia con quello X. Ne risulta una coppia XY. I due nastri DNA, uno X e l'altro Y, impongono il sesso maschile al nascituro. Se invece lo spermatozoo porta un altro X, ne risulta una coppia XX e quindi una femmi­na.

E’ dunque il padre a determinare il sesso dei suoi figli.

Amiche questa è una scoperta avvenuta nel no­stro secolo. Ha fatto crollare un mucchio di cre­denze balorde, ed ha messo in evidenza un altro aspetto della immensa organizzazione biologica al­la base della vita sulla Terra, predisposta in antici­po e registrata sui nastri DNA.

La cellula vivente è solo un aspetto della Crea­zione. Mai prima di oggi l'uomo ebbe una così al­ta visione dell'opera e della potenza del Creatore.

Eppure mai come oggi l'uomo ha ripudiato il Creatore. «La materia è eterna, ed i viventi si sono formati da soli, per evoluzione biologica. Il Crea­tore non è necessario».

Ma la Scienza ha accumulato prove schiaccianti contro queste affermazioni escogitate nel secolo scorso, ed ancora oggi in auge a causa dell'analfa­betismo scientifico delle grandi masse.

 

 

Una canzone a due voci

 

C'è di più. La programmazione al completo di un essere umano è registrata tanto sui 23 nastri dei cromosomi materni quanto su quelli paterni.

Se la formazione del nostro corpo fosse stata di­retta dai soli nastri materni, ciascuno di noi sareb­be una copia esatta di nostra madre.

Con i soli nastri DNA di nostro padre, noi sa­remmo una sua copia.

L'organizzazione della vita è però tale da deter­minare l'auto-costruzione dell'essere umano in mo­do che abbia ad assomigliare un po' all'uno e un po' all'altro dei suoi genitori. È tale da dare a cia­scuno una propria inconfondibile personalità.

Ma come avviene?

Supponiamo di avere due suonanastri eguali, in ciascuno dei quali vi sia una musicassetta con la registrazione della stessa canzone. Sul nastro di una musicassetta la canzone è cantata da un uo­mo, su quello dell'altra è cantata invece da una donna. Se collochiamo i due suonanastri uno a fianco dell'altro e li mettiamo simultaneamente in funzione, sentiremo ambedue le voci, ascolteremo un duetto.

È esattamente quanto non deve avvenire con i due nastri DNA, quello materno e quello paterno. E allora?

L'organizzazione stabilisce che "a cantare " sia un pò l'uno e un po' l'altro dei due "suo­nanastri", ossia che a trasmettere ordini sia un po' il DNA paterno e un po' il DNA materno. È co­me se messi in funzione i due suonanastri, si sen­tisse una voce sola, a volte maschile e a volte fem­minile.

È evidente che, se fossero ambedue i nastri DNA a comandare l'auto-costruzione di un nuovo essere umano, i robot-RNA non saprebbero a chi dar ascolto; sarebbero costretti ad agire all'impaz­zata, a caso. Nascerebbero solo dei mostri. In realtà, la vita sulla Terra sarebbe impossibile a creature con riproduzione sessuata.

Ed invece, benché le cellule di un neonato sia­no 2300 miliardi, in ciascuna di esse le varie cop­pie di nastri DNA si alternano al posto di coman­do, in perfetto sincronismo complessivo. Non av­viene mai che lo stesso ordine venga trasmesso da ambedue i nastri di una stessa coppia. E non av­viene neppure mai che il nastro, che deve interve­nire, non sia pronto a farlo, in qualcuna di tutte quelle cellule, nonostante siano una miriade.

 

 

Autocostruzione

 

Ciascuna delle nostre cellule, per poter appron­tare un'altra cellula, deve formare un nuovo cen­tro direzionale, esattamente eguale a quello che possiede. Deve "fabbricare" altri 46 cromosomi, ciascuno con il suo nastro DNA, in grado di pro­durre tutti i robot-RNA necessari, e, per di più, uno o due nucleoli, capaci di "fabbricare" ribosomi. Il tutto deve essere contenuto entro un'ade­guata custodia, una membrana.

Il nucleo direzionale non basta. Sono necessarie centinaia di "centrali energetiche", mìtocondri. La cellula è in realtà una fabbrica molto estesa, con molte apparecchiature e centri di controllo. Per poter funzionare, deve poter ottenere l'energia da molte "centrali", incredibilmente complesse (v. fìg. 9 A).

Poi c'è il nuovo "cantiere", il reticolo endoplasmatico della nuova cellula, con i suoi reparti di produzione accuratamente sistemati, in modo da ingombrare il meno possibile.

Il "cantiere" deve avere a sua disposizione ma­gazzini di materiale grezzo, da utilizzare per le va­rie lavorazioni. La cellula deve preparare nuovi magazzini e riempirli.

Vi sono poi le apparecchiature particolari. Cia­scuna cellula ha un suo compito, fabbrica qualche cosa o rende un servigio. Ad esempio, quelle siste­mate, a milioni, nella parete dello stomaco hanno il compito di approntare la pepsina e l'acido clori­drico, indispensabili alla digestione.

Sono provviste di apparecchiature adatte, in grado di manipolare sostanze semplici e con esse ottenere il prodotto finito.

Tutte quelle apparecchiature devono venir pre­disposte dalla cellula-madre, in tempo utile e in posizione giusta, affinchè la cellula-figlia abbia a poter padroneggiare tutta la complessa e ingarbu­gliata matassa delle reazioni enzimatiche.

Quando la cellula-madre, ha approntato tutto, duplicando ogni sua parte, viene il tempo del "trasloco". Questa fase finale è impressionante. La meravigliosa ultra-automatizzata "fabbrica" bio­logica si divide in due. Non ne risulta una "fabbrica" vecchia e una nuova. Ne risultano due nuove.

Non per nulla la divisione cellulare — detta mi­tosi — è considerata una delle basi principali della organizzazione della vita. Se noi, oggi, siamo quel­lo che siamo, lo dobbiamo proprio alla mitosi, a questo misterioso automatismo, che è stato capace di moltiplicare la cellula-uovo del nostro concepi­mento, in quei 2-3 trilioni (un trilione qui vale 1.000 miliardi, n.d.r.) che formavano il nostro cor­po neonato, e nei 60 trilioni che formano quello attuale.

 

 

Mitosi

 

Nel prodigio della mitosi, uno dei più alti nella Natura, c'è un grosso problema. Non dovrebbe essere sfuggito al lettore accorto. La cellula deve approntare un altro centro direzionale. Ma se è proprio il centro direzionale, con i suoi nastri DNA e suoi robot-RNA, a dirigere tutto, come può dividersi in due? Va bene sistemare i cromo­somi, uno a fianco dell'altro. Va bene duplicare i 46 nastri DNA. Ma quando si tratta di effettuare il "trasloco", quando il nucleo si sparpaglia nei suoi componenti, chi è che comanda e controlla?

Come potrebbe risolvere, un nostro ingegnere, un problema del genere? In un modo solo: quello di mettere in attività un automatismo programmato in modo da sostituirsi, momentaneamente, al cen­tro direzionale e di guidarlo durante le fasi del "trasloco".

È proprio quanto avviene nella cellula vivente, in ogni cellula, vegetale o animale. Quando il cen­tro direzionale sta per raddoppiarsi, entra istanta­neamente in azione un apparato mitotico.

Niente ha fatto strabiliare gli scienziati più del modo di agire dell'apparato mitotico. È un capola­voro di organizzazione.

Prima di vederlo in attività, dobbiamo assistere alla replicazione del centro direttivo.

Ciascun nastro DNA si trova nell'interno del proprio contenitore, il cromosoma. Essendo molto lungo, il nastro è spiralizzato, in modo da ingom­brare il meno possibile.

A loro volta, i cromosomi sono anch'essi troppo lunghi, benché molto meno dei nastri DNA, per potersene stare distesi. Sono spiralizzati anch'essi e ripiegati, in modo da formare un "gomitolo". Non sono però addossati gli uni sugli altri, come fili di lana; sono distanziati, in modo da poter svolgere la loro attività.

Le 23 coppie di cromosomi devono, per prima cosa, diventare 46, raddoppiarsi. Ciascun nastro DNA deve replicarsi, dividersi in due nastri. È fat­to apposta a tale scopo. Si apre nel senso della lunghezza, come una chiusura lampo. I due fila­menti che ne risultano, diventano, quasi per incan­tesimo, due nastri completi.

Il cromosoma, con dentro due nastri, si divide. Ne risultano due cromosomi, quindi 46 coppie di cro­mosomi, il doppio del patrimonio genetico. I due cromosomi non si staccano, sono trattenuti verso il centro da una specie di gancio, il centromero.

Dopo un'ora dall'inizio, tutto è pronto. In un'o­ra, nastri DNA e cromosomi si sono replicati. La membrana, che racchiude il centro direttivo rad­doppiato, si spezza. I cromosomi hanno uscita li­bera (v. fig. 17).

Sono in tenuta da viaggio. Non sono più dei "fili di lana", sono piuttosto dei corpuscoli tozzi. Ciascuno si è "condensato", in modo da poter viaggiare. I cromosomi che vediamo nelle fotogra­fie sono appunto in tenuta da viaggio, molto com­patti. In media, riducono la loro lunghezza ad un venticinquesimo.

Devono andare al centro della cellula, come se fosse una sala da ballo, e mettersi su due file di fronte: 23 coppie su una fila e 23 sull'altra, senza nessun errore. Questo, ad essi, sarebbe impossibi­le. Provvede, però, immediatamente l'apparato mi­totico (v. figg. 18 e 19).

Prima ancora dell'uscita dei cromosomi, si è di­viso in due parti. Ciascuna di esse è andata a col­locarsi ai due lati opposti al centro direzionale raddoppiato. Non appena la membrana si spezza, le due parti si allontanano. Ma che cosa possono fare?

Per quanto sembri inverosimile, si comportano come due gruppi di cow-boys. I cromosomi ven­gono presi al laccio e tirati. Il centromero serve appunto a tale scopo. I due gruppi mitotici si al­lontanano ancora, vanno ai due poli della cellula, come dire verso le due pareti opposte della sala da ballo. Continuano a tirare i cromosomi. Li tirano in modo che si dispongano su quelle due file di fronte.

Questa curiosa sistemazione dei cromosomi, 23 coppie su una fila e 23 sull'altra, di fronte, pro­prio all'equatore della cellula, è una fase importan­te nella organizzazione. La ragione risulterà evi­dente tra poco.

Dopo lo scambio degli addii, i cromosomi ven­gono allontanati. Le due file indietreggiano, tirate dai due gruppi mitotici. Indietreggiano sempre di più, sino a raggiungere le due estremità della cel­lula.

Si fermano, formano un gruppo. Ciascun cro­mosoma lascia la tenuta da viaggio, ridiventa un "pezzo di filo di lana", allungandosi quanto occor­re per consentire al nastro interno di despiralizzar-si a sufficienza, in modo da poter essere pronto ad entrare in attività.

Intorno al "gomitolo"  si forma la membrana dell'involucro. I due nuovi centri direttivi sono pronti. Avviene il "trasloco" generale. In base ad un programma estremamente preciso, la cellula si restringe al centro, quindi si divide in due.

Due nuove cellule, ambedue "favolosamente complesse", e ambedue nuove, appena sfornate, sono pronte. Iniziano la loro attività.

Intanto, l'apparato mitotico si è riunito, si è im­pacchettato e si è diviso in due; a fianco del cen­tro direttivo di ciascuna cellula c'è una delle due parti, in attesa; è pronta per sovrintendere ad un'altra replicazione.

«In realtà non sappiamo come questo succeda — ci dice il prof. Daniel Mazia. — La coerente esecuzione delle manovre mitotiche richiede stretta obbedienza; è proibito, ad esempio, che due cro­mosomi della stessa coppia siano attirati verso lo stesso polo. Descriviamo questo momento critico così rapidamente, perché ne sappiamo molto po­co; esso contiene realmente il mistero della mitosi».

Il prof. Mazia si unì al giapponese dott. Katsuma Dan, della Metropolitan University di Tokio, per poter eseguire i suoi esperimenti.

«Il quadro rimane incompleto in modo desolan­te — afferma. I due scienziati riuscirono ad isolare l'apparato mitotico e a studiarlo, per tentare di comprendere come funzioni. — Che cosa abbiamo imparato dopo otto anni di studi sull'apparato mitotico isolato? Il lettore che speri di sentirsi dire come avviene il movimento dei cromosomi può tralasciare di continuare a leggere».

Conclude con questa frase: «La riproduzione, considerata come la produzione di una dualità, non è semplicemente uno dei tanti fenomeni bio­logici degni di interesse; in essa possiamo trovare le "ragioni" di tutto quello che avviene negli esseri viventi».

C'è qualche cosa di ragionato, di pensato, di predisposto; qualche cosa che il caso cieco non poteva fare, per consentire alla vita di vincere il tempo.

 

 

Crossing-over

 

Ogni essere umano è unico in tutta la storia dell'Umanità. Non c'è mai stato un altro eguale nel passato, e non lo sarà in avvenire.

Quale ne è la causa? I fratelli non dovrebbero essere delle copie esattamente eguali, visto che ri­cevono gli stessi nastri DNA dai loro genitori?

Sarebbe così se non intervenisse un altro fatto sorprendente, predisposto in anticipo.

La cellula normale provvede prima a raddop­piare il proprio nucleo, in modo che le 23 coppie di cromosomi diventino 46, quindi si converte in quattro cellule sessuali ciascuna con 23 cromosomi singoli. È così risolta una parte del problema. Af­finchè il nuovo essere abbia caratteristiche fisiche sue proprie, prima della suddivisione, quando le coppie di cromosomi sono ancora unite, avviene uno scambio di geni. Alcuni geni passano da un cromosoma all'altro. In tal modo le cellule sessuali contengono cromosomi che non sono completa­mente di origine paterna o materna, bensì un miscu­glio. Come ciò avvenga è illustrato dalla fig. 20.

È un fenomeno veramente sorprendente, sco­perto già nel 1911 dallo scienziato americano prof. Thomas Morgan, premio Nobel. Lo denominò crossing-over. Il termine è rimasto. Ma come spie­gare il crossing-over'? Come può un nastro DNA interrompersi, cedere una sua parte, prenderne un'altra, e quindi effettuare il collegamento? Ai nastri magnetici dei nostri registratori ciò sarebbe del tutto impossibile.

Se ciascuna delle 23 coppie si scambiasse sol­tanto quattro geni, le possibili combinazioni risul­terebbero innumerevoli. Infatti, il totale di quelle combinazioni è dato da 4 moltiplicato per se stes­so 23 volte di seguito, ossia 423.

Scritto per esteso, il risultato è circa il seguente: 100.000.000.000.000, ossia cento trilioni, per cui è impensabile che il numero delle differenti combi­nazioni cromosomiche possa esaurirsi durante il probabile ciclo dell'esistenza dell'uomo nell'Uni­verso. È quindi del tutto escluso che due esseri umani possano risultare identici, a meno che non siano gemelli monocoriali.

Di fronte a questo fenomeno, il biochimico Thomas H. Jukes ebbe a dire: «II comportamento del DNA è elementare nella sua semplicità, nella sua struttura fondamentale; ma è nello stesso tempo intricato nella complessità delle sue funzioni, eterno nella sua continuità attraverso il tempo e mirabile nell'infinita varietà dei suoi aspetti».

 

 

Con la bacchetta magica

 

II Premio Nobel prof. Alexis Carrel è stato uno dei maggiori scienziati dei nostri tempi. Nel suo famoso libro L'uomo, questo sconosciuto ebbe a scrivere: «Tutto avviene come nei racconti per bambini, in cui le fate compiono prodigi di ogni sorta, con la bacchetta magica. La cellula-uovo si comporta come se conoscesse il futuro. Si dirige risolutamente verso la meta lontana, senza sbaglia­re mai. E una cosa alquanto strana per la nostra intelligenza».

È proprio così. Subito dopo la fecondazione, la cellula-uovo si divide in due cellule identiche. La coppia sì mette in cammino. Strada facendo si sdoppia. Le quattro cellule continuano il viaggio, ed intanto diventano otto. Poi sedici, poi trentadue. Continuano ad andare avanti. Diventano migliaia. Formano ordinatamente un agglomerato dall'aspetto di una sfera cava.

La masserella di cellule raggiunge la meta, una parete dell'utero.

Per prima cosa deve pensare a stabilire il "cantiere" (la placenta). Una parte delle cellule provvede agli allacciamenti con i dotti sanguigni e linfatici dell'utero, per ottenere i rifornimenti. Oc­corrono materiali da costruzione (sostanze chimiche semplici, aminoacidi, proteine, ecc.), nonché molto carburante (molecole di glucosio). Provve­dono a tutto automaticamente, in base alla regi­strazione sui nastri DNA.

Le cellule che si trovano all'esterno della masse­rella "pensano" al cantiere, quelle dello strato inter­no si occupano invece di approntare l'embrione.

Rileggiamo quanto scrisse il prof. Carrel: «I me­todi di costruzione dell'organismo vivente sono to­talmente diversi da quelli della nostra tecnica. La costruzione delle case e delle macchine avviene in modo molto semplice. Per ora c'è assolutamente impossibile intendere l'organizzazione costruttiva di un corpo umano, da! suo primo inizio sino alle sue attività organiche e intellettuali.

Milioni di cellule si organizzano in previsione della loro attività futura. Anzitutto, sviluppano una potenzialità funzionale, quindi iniziano la gra­duale costruzione, in base a precisi piani, dei tes­suti specifici. Approntati i tessuti, provvedono a dar inizio al montaggio dei vari organi, cioè ossa, muscoli, nervi, cuore, reni, tutte le strutture biolo­giche altamente specializzate.

Le leggi della fisica e della chimica — continua il prof. Carrel — si applicano in modo completo al mondo materiale. Sono state scoperte in quel mondo, per cui è logico che appartengano ad es­so. Non si applicano, invece, alla biologia se non parzialmente. Le grandi leggi della biologia sono ancora da scoprire.

Bisogna abbandonare definitivamente le puerili illusioni dei meccanicisti del diciannovesimo seco­lo, e le balorde concezioni fisico-chimiche dell'uo­mo.

Abbiamo soltanto una conoscenza rudimentale del nostro corpo — conclude Carrel — Per il momento dobbiamo accontentarci dell'osservazio­ne positiva delle nostre attività organiche e menta­li, inoltrandoci nell'ignoto senz'altra guida».

Il prof. Carrel fu il primo ad ottenere che cellu­le Viventi, tolte ad un pulcino, crescessero e si moltiplicassero in provetta, per più di 3 anni di seguito, un periodo di tempo ben maggiore di quello della vita media di un pollo.

Tre cose colpiscono l'attenzione di chi osserva come si autocostruisce un qualsiasi essere vivente. Prima: l'immensità dell'organizzazione costruttiva, esattamente trascritta sui nastri DNA. Seconda: la previsione da parte delle cellule di ciò che dovran­no fare in avvenire, affinchè ciascun organo risulti formato esattamente e si trovi nel posto giusto. Terza: la libertà di movimento di ciascuna cellula e il sincronismo con cui tutte si muovono.

L'organismo vivente non assomiglia né ad un edificio né ad una macchina, e questo per una ra­gione molto semplice: le cellule, che a miliardi lo costituiscono, formano una popolazione di unità mobili immerse in un mezzo fluido.

È un concetto difficile. Sembra persino assurdo che possa essere così. Basta però riflettere che cia­scuna cellula è viva per conto proprio, e che per­ciò deve alimentarsi, respirare ed eliminare i rifiuti. Ora, la variazione continua di forme, connessa con la costruzione, sarebbe del tutto impossibile senza la mobilità delle cellule. Devono per forza trovarsi libere in un mezzo fluido, sia per preleva­re da esso quanto necessario alla loro esistenza singola, sia per potersi muovere.

Ma il muoversi contemporaneo di miliardi di cellu­le crea nuovi problemi. Tra questi, c'è l'attrito delle une contro le altre. Ora, l'attrito è stato quasi com­pletamente eliminato, in modo ingegnoso. Ciascuna cellula provvede a lubrificare la sua parte esterna. Il lubrificante usato è l'acido ialuronico.

La programmazione DNA non basta; è necessa­rio un progetto sequenziale, la logica e la struttura del sistema, e la soluzione anticipata di qualsiasi problema inerente all'auto-costruzione, compreso quello della cogestione del sistema stesso.

Non è facile inventare la vita.

 

 

Il nostro fabbisogno giornaliero di cellule

 

Si vivrebbe solo qualche settimana, se il nostro corpo non riuscisse ad approntare un gran nume­ro di cellule nuove tutti i giorni. Sono necessarie, per sostituire quelle che soccombono, dopo un'e­sistenza intensamente attiva. È tutta un'immensa organizzazione che è in atto, per demolire le cellu­le morte e sostituirle immediatamente. Possiamo formarci una prima idea di quell'organizzazione, considerando quante siano quelle che vanno fuori uso, giorno per giorno, nel nostro organismo.

Alcune cellule non possono venir sostituite. Le nervose e le muscolari, ad esempio, seguono tutto il corso della nostra esistenza. Quelle del fegato, invece, riescono a vivere solo 18 mesi. Il fegato è il laboratorio centrale del corpo; ad esso affluisco­no le sostanze alimentari provenienti dalla dige­stione; deve approntare molte proteine e, in più, un litro di bile al giorno, per consentire il proces­so metabolico intestinale. Le sue cellule sono tra quelle che devono svolgere un'attività molto inten­sa, e che perciò si logorano rapidamente.

I globuli rossi del sangue non superano i 180 giorni. Sono sottoposti ad uno sforzo senza sosta; devono prelevare l'ossigeno dai polmoni e farlo per­venire a tutto il corpo, quindi caricarsi di anidride carbonica, affinchè abbia ad uscire con il fiato.

Ma i globuli bianchi del sangue hanno un com­pito ben più duro, per cui la loro esistenza media è di appena una settimana. Ciascuno di essi è una cellula vivente, specializzata nel trasporto delle so­stanze nutritizie. Con quel carico devono farsi un varco nei capillari e dal torrente sanguigno passare nella linfa, per poi effettuare la consegna "a domicilio". Le cellule che formano gli organi non possono muoversi per andare a mensa; devono venir rifornite. Oltre a ciò, i globuli bianchi devono anche affrontare i germi patogeni, che continuamente ten­tano di invadere l'organismo, e distruggerli.

Le cellule viventi a vita più breve sono quelle che in tre strati formano la nostra pelle. Quei tre strati poggiano sul derma, un tessuto connettivo molle, percorso da una fittissima rete di vasi sanguigni. Sono le cellule del derma che si rinnovano continuamente in modo da rifornire gli strati su­perficiali, il più esterno dei quali è costituito da cellule morte.

A seconda della loro posizione nell'epidermide, quelle durano appena da 3 giorni a due settimane.

Quante siano le cellule che muoiono, tutti i giorni, dentro di noi ce lo dice il prof. C. Swanson. In media, è lo 0,5 per cento delle cel­lule complessive che va fuori uso durante il corso di una giornata.

Ora, essendo 60 mila miliardi le cellule viventi che formano il corpo di un uomo adulto, a quello 0,5 per cento corrispondono ben 300 miliardi.

Trecento miliardi di cellule muoiono nel corpo umano "ogni giorno".

È un'ecatombe enorme, della quale noi non ci accorgiamo neppure, essendo inserita in quella ciclo­pica organizzazione che è alla base della nostra vita.

Le cellule misurano in media da 5 a 20 micron. La cellula-tipo è dell'ordine di grandezza di 10 micron, ossia di un centesimo di millimetro. Quanto riuscirebbe lunga una collana di 300 mi­liardi di cellule, di 10 micron ciascuna?

Una fila di 300 cellule misura in media, 3 milli­metri. Quei 300 miliardi messi in fila, formerebbe­ro, dunque, una collana lunga ben 3 miliardi di millimetri, pari a 3.000.000 di metri, ossia a 3000 chilometri...

Tremila chilometri di cellule viventi vanno fuori uso, tutti i giorni, dentro di noi. E ciascuna di es­se è una meravigliosa "fabbrica" ultra-automa­tizzata ed esattamente cibernetica, «un mondo di insospettata complessità», tale da declassare al li­vello di giocattolo infantile il più prestigioso dei nostri cervelli elettronici...

Tutto è organizzato in modo da consentire la rapida demolizione di quei 300.000.000.000 di cel­lule, in tempo utile, prima della fine della giorna­ta. Viene fatto a pezzi il centro direttivo, con i suoi 46 nastri DNA, di ciascuna di esse; viene smontato il "cantiere" con le decine di migliaia di ribosomi. Tutto viene demolito, ridotto in minime parti. Il centinaio di "centrali energetiche", che ri­forniva di forza vitale la cellula, segue la stessa sorte. Tutte quelle "centrali", quei mitocondri, vengono ridotti ad un cumulo di macerie. I com­ponenti ancora bene efficienti non vengono riuti­lizzati. Tutto viene distrutto e tutto viene avviato tra i rifiuti, in modo da non costituire un ingom­bro, in nessuna parte dell'organismo. I rifiuti ven­gono espulsi, fatti uscire dal corpo.

Nella stessa giornata, l'organizzazione provvede a sostituire quelle cellule demolite con altre appe­na fabbricate.

Giorno per giorno, dentro di noi, 300 miliardi di cellule si sdoppiano in modo da mantenere inalterato tutto quel gigantesco complesso biologi­co che ci consente di vivere.

È qualche cosa che travalica la nostra intelligen­za e che si pone su un livello di perfezione al di là di ogni possibile considerazione umana.

 

 

6

IL CASO CIECO INVENTA L'OCCHIO

 

«Che sul fondo di ciascun nostro occhio vi sia­no oltre 100 milioni di antennule riceventi, la­scia tutti noi sorpresi e sgomenti, È un prodi­gio della Natura che supera ogni più ardita fantasia».

prof. george wald, Premio Nobel

 

«Tutte le meraviglie della Natura si possono spiegare benissimo, senza dover per questo ricor­rere all'intervento soprannaturale di un qualche "dio creatore", come vorrebbe la religione».

È quanto afferma l'Istituto per il materialismo di Mosca, nel diffusissimo libro Osnovnyje voprosy nauenogo ateizma (Questioni fondamentali di atei­smo scientifico).

«Una spiegazione generale di tutto il mondo dei viventi si può dare con l’interpretazione meccani­cistica dei fenomeni biologici. Se si considera, ad esempio, la struttura dei pesci, bene adatta per la vita delle acque, o quella degli uccelli esattamente conforme alla vita nell'aria e alla navigazione ae­rea, non si può non rimanere ammirati. La spiega­zione più semplice sembra quella di ricorrere alla creazione da parte di una intelligenza superiore, extranaturale, ossia a quella di una divinità. Ma questa è una spiegazione sbagliata. La Scienza ha dimostrato che i pesci, gli uccelli e tutti gli altri viventi si sono formati da soli, sviluppandosi per un processo naturale di necessità interna. È la vita che ha creato la vita e non già qualche cosa o qualcuno che sia estraneo alla vita stessa.

Questa è la sola spiegazione veramente scientifi­ca, su base meccanicistica, di tutto quanto esiste in Natura, noi uomini compresi. L'intelligenza umana è anch'essa derivata dalla necessità interna, si è sviluppata gradatamente insieme con tutti gli altri organi del corpo umano. In altri termini, qualsiasi fenomeno vitale deriva da altri fenomeni naturali, osservabili e misurabili, eventualmente suscettibili di essere sottoposti all'esperimento, e riprodotti in laboratorio. È così che si raggiunge il sapere scientifico. Ma questo non significa che sia oggi possibile dare una spiegazione completa di ogni fenomeno. Molti fatti naturali sono ancora immersi nell'ignoto. Noi abbiamo però ferma fidu­cia che il progresso della Scienza riuscirà a mette­re in chiaro ogni aspetto della Natura.

Tutte le nuove conquiste della Scienza hanno dimostrato vieppiù la fatuità delle prove dell'esi­stenza di un "dio creatore". Un solo esempio può essere sufficiente. Nei secoli scorsi, i metafisici to­rnisti ingannarono il popolo sostenendo che tutto in Natura è talmente perfetto, da non poter essere spiegato se non con la Creazione. Sostenevano, ad esempio, che l'occhio è una meraviglia tale, da richiedere necessariamente l'intervento del loro "dio". Ed invece il progresso tecnico-scientifico ci ha dato l'apparecchio fotografico; del tutto simile all'occhio, con la lente convergente, la camera oscu­ra e la pellicola fotosensibile sul fondo. Con questa conquista del progresso è stato possibile spiegare come l'occhio veda in base alle sole leggi della chi­mica e della fisica, e smentire i metafisici».

 

 

Decisamente troppo complesso

 

Dal fondo di ciascun nostro occhio escono 60 milioni di fili conduttori...

Chiunque accoglierebbe con una risata una si­mile affermazione se non provenisse dal prof. John Wilson della Harvard University, oftalmolo­go di fama mondiale, notissimo proprio per questa scoperta, ed altre nell'ambito dell'organo della vi­sta dell'uomo e degli animali.

Ecco quanto egli ci dice nel suo libro Eye and Vision (Occhio e visione):

«I fili conduttori che escono da una centrale te­lefonica, riuniti in cavi, possono essere alcune de­cine di migliala. Sono poco o nulla di fronte a quelli che escono da ciascun nostro occhio. Per averne un'idea, bisognerebbe immaginare di riuni­re tutte insieme le centrali telefoniche esistenti nel mondo intero».

Sembra assolutamente assurdo; la prima impres­sione è che si tratti di qualche cosa di pazzesco. Sappiamo tutti che dall'occhio esce un solo nervo ottico, diretto al cervello, come indica la fig. 21.

Per di più, quel nervo ha lo spessore medio di due millimetri e mezzo. Come credere che possa contenere più fili conduttori di quanti ne escono da una centrale telefonica? Ed a quale scopo, poi?

«Benché siano sessanta milioni, ciascuno di quei fili è accuratamente ricoperto con due strati di isolante, proprio come i fili conduttori delle linee telefoniche e quelli della rete-luce».

Sessanta milioni di fili e per di più ricoperti con due strati di isolante? Eh no, egregio professore. Deve trattarsi di un errore.

«Se non fossero isolati, bene isolati l'uno dall'al­tro, quei sessanta milioni di fili non servirebbero a nulla, proprio a nulla».

Ed a che cosa potrebbero mai servire? Sembra impossibile che esistano e sembra impossibile che possano servire a qualche cosa.

«Il nervo ottico, tagliato in sezione, come se fosse uno spago, e visto al supermiscroscopio elettronico appare vasto quanto una grande piaz­za. Si vede bene che quella piazza è pavimentata con delle "monetine". Ciascuna di esse è uno dei fili in sezione».

Già, ma come ha fatto a contare quei 60 milioni di "monetine", una per una?

«Supponiamo di trovarci in una piazza pavi­mentata a mattonelle, e supponiamo anche che ci siano note le dimensioni di quella piazza. E suffi­ciente sapere quante mattonelle si trovano in ogni metro quadrato. Il resto risulta da un semplice calcolo».

Comunque sia, a prima vista sembra ben evidente e fuori discussione che il nervo ottico possa contenere 60 milioni di fili conduttori, e per di più isolati. Un cavo con tutti quei fili non è nep­pure pensabile. Sessanta fili sarebbero bene ade­guati allo spessore di 2 millimetri e mezzo; seicen­to sarebbero decisamente troppi.

Non c'è dubbio, alla nostra tecnica sarebbe del tutto impossibile fabbricare in serie cavi di quel genere. Alla Natura, invece, è senz'altro possibile. Appronta dei fili estremamente sottili, del tutto in­visibili ad occhio nudo, li ricopre di isolante e li tende lungo il nervo ottico. E uno dei tanti suoi prodigi.

 

 

Come una telecamera

 

«Lo scopo di quei 60 milioni di fili conduttori è di far giungere al cervello l'immagine di tutto ciò che vediamo. Sul fondo dei nostri occhi c'è uno schermo-francobollo, la retina. Le immagini che continuamente si formano su quello schermo, ven­gono trasmesse al cervello».

Questa volta può sembrare che l'errore sia bene evidente. La luce non può correre lungo fili con­duttori. Può venir riflessa da uno specchio, non venir trasmessa con dei fili. L'immagine, che si forma sulla retina, rimane dov'è. Non può assolu­tamente giungere al cervello. Che cosa ne dice il prof. Wilson?

«L'occhio è simile ad un'antenna TV. Se si ta­glia il cavo coassiale che scende al televisore, sul video non si vede più nulla. Così, se si taglia il nervo ottico di un occhio, quell'occhio diviene completamente cieco».

La TV? Nel cavo coassiale c'è un solo filo, uno solo, mentre nel nervo ottico ve ne sarebbero ses­santa milioni. Come si spiega?

«La telecamera nello studio TV provvede a convertire l'immagine luminosa, da trasmettere, in una immagine elettrica. Questo è il primo passo. Gli obiettivi della telecamera mettono a fuoco l'immagine luminosa sullo schermo fotoelettrico dell'orthicon. È quello schermo che provvede alla conversione dell'immagine, da luminosa in elettrica. La retina dei nostri occhi fa la stessa identica cosa».

Ma come si fa a convertire un'immagine lumi­nosa in un'altra elettrica? E come può farlo la re­tina dei nostri occhi?

«La conversione dell'immagine da luminosa in elettrica avviene con tutta semplicità. Lo schermo fotoelettrico dell'orthicon consiste di 400.000 pun­tini dì una apposita sostanza. Non appena uno di quei puntini viene illuminato, esso si carica elettri­camente. È la luce stessa a suscitare la carica elet­trica. In tal modo, l'immagine luminosa ne deter­mina un'altra, formata dalla carica elettrica di cia­scuno di quei 400 mila puntini».

Come può la TV trasmettere quei 400 mila puntini dell'immagine elettrica? C'è una sola onda TV, una sola antenna, un solo filo...

«Un sottilissimo pennello di raggi elettronici è in rapida corsa nell'interno dell'orthìcon. Passa da un puntino all'altro e ne preleva la carica elettrica; in tal modo risulta modulato. In appena un venticinquesimo di secondo passa sopra tutti i 400.000 puntini, uno per volta. Esplora tutta l'immagine 25 volte durante ciascun secondo.

La ricezione avviene nello stesso modo. Dietro lo schermo di ciascun televisore vi sono quegli stessi 400.000 puntini fotoelettrici, e vi è quello stesso pennello di raggi elettronici in corsa. Il pen­nello raggiunge un puntino per volta e lo illumina più o meno, a seconda della modulazione. Sul vi­deo si forma in tal modo la stessa immagine vista dalla telecamera».

È uno stupendo prodigio della nostra tecnica, una splendida tappa nel progresso dell'elettronica...

«Tutto questo è quasi nulla di fronte al nostro organo della vista. Se la retina dei nostri occhi fos­se formata da 400.000 puntini, la nostra visione sarebbe alquanto grossolana. Ci sarebbe impossi­bile leggere e scrivere. Ci si troverebbe ancora al­l'età della pietra. Fortunatamente, la retina consi­ste di ben 100.000.000 di "puntini" per il bianco e nero e di altri 13.000.000 di "puntini" per i co­lori. È per la presenza di quei 113.000.000 di fo­torecettori che ci è possibile vedere nitidamente. Ed è per questa ragione che ci è stato possibile sviluppare l'intelligenza di cui noi siamo dotati».

Indubbiamente, questo trasparente prodigio della Natura offre molti spunti alla riflessione.

«Mentre la TV ci invia un puntino per volta, i nostri occhi inviano al cervello 60.000.000 di "puntini" contemporaneamente, tutti insieme. Tutti i fotorecettori della zona centrale sono colle­gati direttamente, uno per uno, con il cervello. Ciascuno ha la sua linea diretta. Quelli della zona periferica sono invece raggruppati in duplex o in triplex. È in tal modo che riescono sufficienti 60.000.000 di fili conduttori, in ciascun nervo otti­co. È il risultato di una tecnica vertiginosa, im­mensamente superiore alla nostra».

 

 

Milioni di antennine per un occhio (fig. 22)

 

«Ogni fotorecettore della retina dell'occhio è una meravigliosa "antennula". Essa sporge da una cellula vivente specializzata, detta visiva. È un po' simile all'antenna a stilo degli apparecchi radio. Complessivamente vi sono 125 milioni di cellule visive, nella retina, ciascuna con la propria "antennina”.

È il successore del prof. Wilson che ci da que­ste informazioni.

Si tratta di Richard Young, un giovane scienzia­to, professore di anatomia microscopica a Los Angeles. Si accorse presto che per poter far progredi­re le acquisizioni scientifiche sulla retina, gli usuali apparecchi di indagine non erano sufficienti. C'era una tecnica nuova, prestigiosa, ma presentava no­tevoli difficoltà. Per riuscire ad impadronirsi di quella tecnica, l'autoradiografia al microscopio elettronico, Young trascorse un anno presso il Centro di Ricerche Nucleari, a Saclay, in Francia.

Con quella nuova tecnica d'indagine riuscì a scoprire come riescano le "antennine" della retina a captare i raggi di luce e a convenirli in impulsi elettrici, da inviare al cervello. Ha riassunto i ri­sultati delle sue ricerche in una monografia.

«Le "antennine" della retina sono qualche cosa di stupefacente. Non sono inerti, funzionano; e non sono affatto semplici, come potrebbe sembra­re, date le loro minime dimensioni; sono, invece, alquanto complesse. Ciascuna di esse consiste in un contenitore trasparente, simile ad un tubicino verticale, nel cui interno sono sistemati, uno sopra l'altro, centinaia di dischetti fotorecettori. Quei di­schetti contengono quel pigmento fotosensibile che è la rodopsina.

Il fatto sorprendente è che ciascuno di quei di­schetti fotorecettori funziona come se fosse una pila elettrica, una pila a luce. La luce in arrivo de­termina una reazione chimica nella rodopsina contenuta in ciascun dischetto. La reazione genera una tensione elettrica. I dischetti sono collegati come pile in serie, per cui la tensione dei vari di­schetti si somma. Ne risulta una tensione elettrica complessiva, esattamente proporzionata all'intensi­tà luminosa del raggio incidente.

Quei dischetti fotorecettori hanno lo stesso in­conveniente delle nostre pile: si scaricano. Però la cellula visiva provvede continuamente ad appron­tare nuovi dischetti, e questo durante tutto il corso della nostra vita. Non c'è altra soluzione: oc­corre far giungere all'antennula sempre nuovi di­schetti, ed occorre anche far uscire quelli scarichi.

Mi è stato possibile vedere con l'autoradiografia al microscopio elettronico, come la cellula visiva provvede a sostituire i dischetti fotorecettori della sua "antennula". Sono tutti disposti a pila, uno sull'altro. Il nuovo dischetto, appena ultimato, vie­ne infilato alla base della pila. In tal modo tutta la pila di dischetti si sposta verso l'alto. Questo de­termina l'espulsione dalla pila del dischetto più al­to, ormai scarico.

Nel mio laboratorio abbiamo studiato per pa­recchi anni gli impulsi elettrici forniti dalle "antennule" fotorecettrici. Essi non giungono af­fatto al nervo ottico. Per prima cosa vengono enormemente amplificati, poi vengono inviati ad un'altra cellula, sottostante a quella visiva. È que­sta seconda cellula che utilizza l'impulso elettrico, per formarne un altro, completamente diverso.

È necessario sia così. Infatti, qualora l'impulso elettrico proveniente dall"'antennula" venisse inol­trato lungo la propria linea, nel nervo ottico, si perderebbe per strada se molto debole, oppure rovinerebbe il filo conduttore, se troppo forte. Dopo qualche mese di vita, si sarebbe tutti ciechi. Occorre tener conto che l'intensità luminosa può variare circa da 1 a un milione.

Il segnale trasmesso lungo il nervo ottico non varia di ampiezza; rimane costante. È modulato in frequenza, in base ad un certo codice. Con viva sorpresa ci siamo accorti che la tecnica dell'occhio è simile a quella con cui le fotografie di Marte so­no state trasmesse dalle sonde spaziali.

Abbiamo scoperto che l'occhio è uno strumento meravigliosamente e impensabilmente complesso e versatile, capace di vedere tutti i colori anche in immagini che, secondo le teorie classiche, dovreb­bero essere monocromatiche. Ora sappiamo che la bellezza del mondo esterno è eguagliata dalla bel­lezza tecnica del meccanismo, mediante il quale l'occhio vede i colori».

 

 

Impulsi in codice

 

Ma la retina è molto più complessa. Dobbiamo ascoltare ancora quanto ci dice il prof. Young.

«Ciascun filo del nervo ottico non è per nulla collegato con la cellula visiva corrispondente, co­me potrebbe sembrare. Termina, invece, con una propria cellula vivente. È detta gangliare. Si po­trebbe pensare che sia tale cellula gangliare ad es­sere in comunicazione con quella visiva, ma non è neppure così. Sotto la visiva, in comunicazione con essa, c'è la cellula bipolare. Ora, tra le due cellule soprastanti e la cellula gangliare sottostan­te, vi sono altre cellule, due tipi di cellule diverse: le amacrine e le orizzontali. Tutto questo perché l'impulso proveniente dalle "antennule" deve venir prima amplificato e quindi messo in codice.

Nella retina vi sono quei cinque tipi di cellule diverse, disposte a strati, come i circuiti logici di un nostro elaboratore elettronico. Complessivamente nella retina umana vi sono, all'incirca, 500 milioni di cellule viventi, tutte adibite all'informazione corrispondente all'immagine luminosa».

Ma come viene alimentato tutto quel mezzo mi­liardo di cellule retimene? Ciascuna vive per pro­prio conto; ciascuna deve ricevere i rifornimenti necessari, e deve provvedere ad eliminare i rifiuti. Deve ricevere le molecole di glucosio apportatrici di energia, e deve anche ricevere l'ossigeno per poter utilizzare quell'energia.

È questa la ragione di un altro fatto sorpren­dente. Al centro del nervo ottico vi sono i dotti sanguigni, quelli adibiti a far pervenire al mezzo miliardo di cellule retiniche le sostanze necessarie per le varie lavorazioni, più il glucosio e l'ossige­no, nonché a prelevare i prodotti di rifiuto. Intor­no a quei dotti si estendono tutti i 60.000.000 di fili conduttori. Il cavo è, infine, ricoperto con un'estensione della coroide. Con tutto ciò, il suo spessore è, come sappiamo, di appena 2,5 millime­tri, in media. Entra nell'occhio attraversando un forellino, corrispondente alla macula lutea. Quel forellino si trova un po' sotto il centro dell'occhio, sotto il punto più sensibile: la fovea.

Tutta quella miriade di filamenti si distende or­dinatamente, in modo da distribuirsi su tutta la retina, mentre le arteriole e le venule si irradiano, in modo da rifornire il mezzo miliardo di cellule affinchè possano funzionare.

È un immenso sistema biologico, tanto più mi­rabile in quanto ha le dimensioni di un bottone.

 

 

 

Figura 24

 

Durante tutto un secolo dalla metà di quello scorso alla metà dell'attuale, si pensò che l'uomo potesse essere derivato in qualche modo dalle scimmie. Ma da quando si è scoperto che ogni essere vivente, nell'ambito della propria specie, possiede la propria programmazione re­gistrata su nastri DNA e persino le proprie proteine in­confondibili, quell'ipotesi è divenuta puerile e sciocca. Il numero di anni che costituisce la vita media di un uomo è quello necessario ad un essere intelligente. Se l'uomo fosse decrepito a 27 anni, come lo è lo scimpanzè, le generazioni si sarebbero succedute molto più rapida­mente, ma l'Umanità sarebbe oggi ancora all'età della pietra (cap. VII pag. 165).

 

 

 

Epigenesi programmata

 

Ed ora ritorniamo al problema iniziale, quello dell'evoluzione dei viventi.

Tralasciamo, per un momento, l'intero corso dell'evoluzione del senso della vista. Chiediamoci come si siano formati i nostri occhi, quelli con cui vediamo.

Come hanno fatto, quei 500 milioni di cellule visive, ad autocostruirsi e poi a disporsi ordinata­mente sul fondo di ciascun nostro occhio?

La Scienza ci dice che ciascuna di quelle cellule è favolosamente complessa, tanto da degradare al livello di un giocattolo infantile qualsiasi nostro cervello elettronico.

Sappiamo che una per una sono tutte provviste di un centro direzionale, con i nastri DNA, e che in tutte sono all'opera molte migliaia di RNA. Sappiamo anche che in ognuna vi sono numerose , "centrali energetiche", i mitocondri, funzionanti allo scopo di fornirle l'energia, affinchè possa svolgere la propria attività.

Come hanno fatto tutte quelle cellule a formarsi da sole? Come potevano sapere, alcune di esse, che avrebbero dovuto captare onde luminose con la propria "antennula"? È come potevano sapere, altre cellule, che dovevano attrezzarsi per funzio­nare da amplificatrici, ed altre da edificatrici, in modo che a3 ogni raggio potesse corrispondere una informazione in codice, da trasmettere al cer­vello?

Oggi riusciamo ad intuire che tutto quel fantastico sistema ultra-elettronico, è stato progettato in anticipo, e che il progetto, è stato, quindi, pro­grammato e registrato sui nastri DNA, contenuti nel centro direzionale di ciascun suo elemento.

Possiamo anche intuire che riesce ad autocostruirsi in base alle informazioni ed ai "piani costruttivi" contenuti in una parte dei geni, che formano la registrazione dei nastri DNA.

Come si attui quel programma, come si autocostruisca ogni parte dell'immenso sistema, non lo possiamo ancora sapere. È da appena due decenni che è emersa alla conoscenza umana l'esistenza della programmazione registrata sui nastri DNA. Abbiamo appena incominciato a riconoscere la prodigiosa complessità di quella programmazione e l'insondabile profondità della sua esplicazione nell'epigenesi dell'occhio.

Che cosa è un apparecchio fotografico di fronte a questo ciclopico sistema ultra-elettronico, con 500 milioni di cellule viventi, favolosamente com­plesse, unite al cervello con 60 milioni di fili con­duttori?

L'apparecchio fotografico sarebbe ben poca co­sa anche se riuscisse ad autocostruirsi, in base ad informazioni ed a disegni costruttivi registrati su microscopici registratori magnetici, contenuti nel suo interno, nel suo "seme".

Ma possiamo noi approntare "semi" di apparec­chi fotografici?

 

 

Progettare la visione

 

«Qual è l'origine dell'occhio?», si chiede lo scienziato sovietico S. I. Vavilov, nel suo libro L'occhio e il sole. «Come può essersi formato quest'organo vivente che esegue in modo perfetto il suo compito? Come riesce a superare tante diffi­coltà ottiche, molto meglio dei nostri ottici più esperti, con tutto il loro bagaglio di cognizioni tec­niche e di mezzi scientifici?».

Per Vavilov, materialista marxista, la risposta non può essere che una sola: «Tutto è spiegato dalla teoria di Darwin sull'evoluzione in biologia».

Che cosa spiega quella teoria, vecchia di oltre un secolo? Lo si può riassumere nei sei punti se­guenti:

1) Niente è il risultato di un progetto, e quindi neppure l'occhio.

2) Tutti i primissimi animali erano completa­mente ciechi. L'organo della vista non si era anco­ra formato. Si formò durante un periodo di tempo straordinariamente lungo.

3) La formazione dell'occhio è la conseguenza di una serie di "incidenti" evolutivi.

4) Una zona sensibile alla luce deve essersi for­mata, per caso, su un tratto di pelle di un qualche animale. Fu questo il primo inizio,

5) Quell'animale venne favorito dalla selezione naturale, riuscendo vittorioso nelle competizioni per la sopravvivenza. Trasmise quella preziosa do­te ai suoi discendenti.

6) II caso e la selezione naturale utilizzarono quella sensibilità alla luce per approntare punti vi­sivi e  poi, con il tempo, gli occhi degli animali.

 

La puerilità di quelle sei affermazioni può venir dimostrata facilmente, in base a fenomeni naturali bene accertati:

1) Nessuno può vivere sulla Terra se non pos­siede la propria programmazione registrata sui na­stri DNA. Non c'è programmazione se non c'è progetto, organizzazione.

2) Persino le microscopiche alghe possiedono un apparato sensibile alla luce, diversamente usci­rebbero dallo strato illuminato delle acque, e non potrebbero venire rifornite di energia dalla luce solare. Tutti indistintamente gli animali erano provvisti di occhi sin dall'inizio, per raggiungere il cibo ed alimentarsi. Non si può affermare che sa­rebbe stato sufficiente un altro organo dei sensi, ad es., l'olfatto, in quanto tutti i sensi sono orga­nizzati nello stesso modo, ed appartengono ad un unico sistema biologico.

3) Un "incidente evolutivo", ossia una mutazio­ne, non sarebbe stato sufficiente. Sarebbe stato ne­cessario un supplemento di programmazione regi­strata sui nastri DNA dell'animale. Le mutazioni sono quasi tutte dannose; una cellula alterata da radiazioni si converte in cancerogena. Non si ottiene un supplemento di programma­zione danneggiando quella esistente.

4) Sulla pelle di un animale non si forma una zona sensibile alla luce, come se fosse una scotta­tura. Essa richiederebbe la presenza di un gran numero di cellule visive, un milione almeno, cia­scuna collegata con linea diretta ad un'altra pre­sente nel sistema nervoso centrale, ossia un neuro­ne. Ogni cellula vivente, visiva o nervosa, è un prodigio di organizzazione; è ultraminiaturizzata, del tutto automatizzata, cibernetica e capace di autocostruirsi. Per di più, essendo vivente e funzio­nante, viene alimentata. Oltre a quel milione di cellule, sarebbe stata necessaria una adeguata rete di arterie e di vene,

5) La selezione naturale — ossia la lotta di clas­se e la sopravvivenza del più forte, contro le ostili­tà dell'ambiente — non sarebbe ,stata in nessun modo utile per la formazione dell'enorme sistema biologico necessario per ottenere quella iniziale sensibilità alla luce. Inoltre, l'animale non avrebbe, in nessun modo, potuto trasmettere alla propria prole quel carattere acquisito. Tale ereditarietà, ca­ra a Lamarck, è risultata impossibile in base a una lunga e accurata sperimentazione sulle piante, su molte specie di animali e sull'uomo stesso. La pro­grammazione DNA è molto stabile rispetto ai fat­tori esterni. Ciascuna specie o razza la custodisce inalterata. Da oltre 3000 anni gli ebrei si circonci­dono, ma nascono ancora oggi con il pene provvi­sto di prepuzio. Non si può immaginare un esperi­mento su scala più vasta.

6) II caso, la selezione naturale e le mutazioni non potevano in nessun modo aggiungere nuovi geni alla programmazione DNA, in modo da con­sentire il progetto di un gran numero di sistemi vi­sivi, adatti per le varie specie e per la razza umana. Non si trattava soltanto di progettare quei si­stemi, ma anche di provvedere alla loro auto-costruzione.

 

La teoria di Darwin poteva risultare degna di considerazione ai suoi tempi, quando la Biologia era ancora bambina e nulla poteva far immaginare gl'immensi prodigi della Natura, che sarebbero stati scoperti in seguito.

Alla Biologia bambina piacevano le favole. I bambini si entusiasmano alle disinvolture fumettistiche. «Paperino prese l'elicottero e andò al Polo Nord, per farsi insegnare i giochi della neve dall'orso bianco».

Oggi la Biologia è adulta; è divenuta addirittura la regina delle Scienze, dopo la scoperta del DNA; ha dimenticato le favole della sua infanzia.

 

 

Innumerevoli soluzioni

 

«Nella infinita varietà di esseri viventi intorno a noi», continua Vavilov, «possiamo trovare ogni possibile soluzione del problema della vista. Ciascun animale ha gli occhi che meglio corrispondo­no alle sue necessità. In tutto questo c'è qualche cosa di razionale, di "intelligente" dal nostro pun­to di vista».

Il lombrico non ha occhi, ma vede. L'intera pel­le che ricopre il suo corpo è disseminata di cellule visive, ciascuna delle quali è collegata direttamente con il sistema nervoso. Milioni di cellule viventi, milioni di fili conduttori isolati, milioni di altre cellule nervose incaricate alla percezione, per con­sentire ad un verme di muoversi nel terreno umido.

Un essere unicellulare, visibile al microscopio, vive nelle acque illuminate dalla luce solare. Non deve uscire dallo strato illuminato, non potrebbe più alimentarsi. Ma come dare, il senso della lumi­nosità a quell'unicellulare? Con un punto fotosen­sibile posto in cima a un filamento, simile ad una coda. Quel punto è collegato per filo con il siste­ma direttivo. È così che l'Euglena riesce ad orien-tarsi.

E come dare il senso della luce ad un mollusco? La conchiglia del Pecten possiede, lungo il margi­ne carnoso, una fila di sedici "perline". Sono sedi­ci lenti, ciascuna con la propria retina e con il proprio nervo ottico. Sedici nervi ottici portano messaggi al sistema nervoso. Tutti gli altri mollu­schi percepiscono, in un modo o nell'altro, la luce.

Gli insetti sono provvisti di veri occhi, molto grandi, con i fotorecettori distribuiti a mosaico, un po' come i favi di un alveare. Chi di noi non è rimasto meravigliato vedendo, per la prima volta, la fotografia degli occhi di una mosca, molto in­granditi?

Tra le innumerevoli varietà di occhi c'è anche una che "copia" alla perfezione la telecamera TV. Dagli occhi dell'artropodo Copilia esce un solo filo conduttore. È un nervo ottico semplicissimo. Ep­pure, quell'animaletto riesce a vedere le immagini complete. Riesce a fare a meno di un centinaio di migliaia di fili conduttori. Nell'interno di ciascuno dei suoi globi oculari c'è una fibrilla muscolare. Essa sostiene il fotorecettore davanti ad una gros­sa lente. La fibrilla fa proprio quanto fa il pennel­lo di raggi elettronici nell'orthicon della telecame­ra, e nel cinescopio del televisore: vibra rapidissi­mamente, "esplorando" tutta la superficie interna della lente, dall'alto al basso, da sinistra a destra. Venti volte al secondo "esplora" l'intera superficie della lente, e in tal modo tutta l'immagine.

Lo scorpione ha occhi che assomigliano ai pri-missimi microscopi, quelli usati da van Leeuwen-hoek. Una lente fa giungere i raggi luminosi sopra una cavità concava cosparsa di cellule visive.

I pesci abissali non hanno soltanto occhi, ma anche fanali per illuminare la scena da vedere. Se incontrano un nemico più forte, anch'esso con oc­chi e fanali, chiudono i propri, per immergersi nelle tenebre. Con i soli occhi sarebbero ciechi. Come spiegare con il caso e la selezione naturale tutte queste "intelligenti" soluzioni del problema della vista?

Gli animali, per poter combattere contro i ne­mici, vincere, perpetuarsi nei secoli e nei millenni, adeguandosi alle mutazioni dell'ambiente, doveva­no anzitutto esistere. Oggi alla base della Biologia contemporanea c'è la programmazione predisposta in anticipo e registrata sui nastri DNA, una pro­grammazione diversa per ciascuna delle specie esi­stenti, escogitata in modo da poter subire tutte le varianti necessarie durante il lungo viaggio attra­verso il tempo. Ma questo Darwin, Huxley e Haeckel non avrebbero potuto neppure irnmaginarlo. Nella   sua   autobiografia   Darwin   scrisse: «L'occhio mi spaventa».

 

 

Due occhi per un robot

 

Vediamo la Luna dov'è, alta nel cielo, e non già dentro di noi, come invece dovrebbe logicamente avvenire, e ciò per un atto puramente psichico, il quale non ha nulla in comune con ciò che è fisico e biologico, e del quale non sappiamo niente di niente. E il fenomeno della localizzazione spaziale delle immagini. Si tratta di un problema completa­mente insoluto, che ha travagliato la mente degli antichi filosofi greci, e che gli scienziati d'oggi hanno accantonato, considerata la totale impossi­bilità di affrontarlo. Probabilmente non sarà risol­to mai.

Due telecamere ultra-miniaturizzate potrebbero costituire gli occhi di un robot. Si muoverebbe come se vedesse, senza però veder nulla. Resterebbe cieco, un'apparecchiatura meccanico-elettronica. A farlo muovere sarebbe la programmazione da noi immessa nei suoi due "cervelli" elettronici, colle­gati alle due telecamere.

Se la nostra natura umana fosse soltanto fisico­chimica, come vogliono i materialisti, noi ci si do­vrebbe trovare in una situazione analoga a quella del robot. Quella luce che vediamo, e quei suoni che sentiamo, non dovrebbero esistere. Non pos­siamo dare una funzione psichica al robot, dato che noi stessi non sappiamo che cosa sia.

Fortunatamente c'è "qualche cosa" dentro di noi che ci consente di vivere da persone intelligen­ti, in un mondo in cui gli stimoli esterni si convertono prodigiosamente in sensazioni, e che perciò ci appare in modo completamente diverso da quello che è. Non solo pieno di luci e di colori, ma anche tridimensionale, mentre l'immagine reti-nica è curva ed a due dimensioni.

Come far coincidere tutto ciò con il cieco lavo­rìo del caso e con l'altrettanto deca selezione natu­rale?

Centoventicinque milioni di antennine nella re­tina di ciascun nostro occhio, cinquecento milioni di cellule viventi, sessanta milioni di fili conduttori nel nervo ottico, impulsi in codice e poi l'inconoscibile mondo della psiche...

Eppure il prof. Jacques Monod è costretto ad affermare: «Da un gioco completamente cieco del caso tutto può derivare, compresa la vista». Il corsivo è suo.

Affermazioni di questo genere si possono fare tanto facilmente, quanto poi è difficile dimostrar­le. Può, il prof. Monod, chiarire come il caso completamente cieco abbia provveduto all'immen­sa organizzazione che vediamo in atto nel nostro senso della vista?

Assolutamente non lo può. Egli afferma che si tratta di un enigma.

La stessa potenza della Scienza dovrebbe costi­tuire un monito a non servirsene per sostenere il fanatismo delle masse proletarizzate. Per quelle masse, il materialismo marxista è la Scienza, e non vi è altra Scienza al di fuori di essa. Ed è invece la negazione della Scienza.

Ma come si spiega che moltitudini così enormi possano venir tenute in letargo con baggianate co­sì puerili? È un fenomeno di proporzioni ciclopiche. E’ possibile che partecipino ad un macabro "festino", simile a quello a cui parteciparono i Ba­bilonesi, prima del loro totale sterminio, due mil­lenni e mezzo addietro?

Con veleno preparerò loro una bevanda, li inebrierò perché si stordiscano e si addormentino in un sonno perenne, per non svegliarsi mai più.

Parola del Signore.

(Geremia 51, 39).

 

7

CI È GIUNTO UN MESSAGGIO

 

«Un messaggio ci è giunto dagli abissi del tem­po».

prof. jacques monod, Premio Nobel

 

«Tutti gli animali terrestri e tutti gli uomini hanno avuto origine da un pesce primitivo che, un certo giorno, scelse di andare ad esplorare la terra asciutta. Poggiando le quattro pinne sul terreno, riuscì a saltellare in modo maldestro, ma poi, a poco a poco, le pinne gli si irrobustirono e si mo­dificarono in zampette. Divenne il primo dei Ver­tebrati tetrapodi, ossia a quattro zampe, dando origine alla formidabile espansione di tutti gli An­fibi, di tutti i Rettili, di tutti gli Uccelli e di tutti i Mammiferi».

Si tratta, come è chiaro, di una scemenza. Però, quando venne inventata, circa cento anni or sono, per sostenere il materialismo marxista, aveva un'apparenza ben diversa; sembrava un'autentica verità scientifica.

A quell'epoca nessuno immaginava quanto sia favolosamente complesso e prodigiosamente orga­nizzato anche il più semplice dei viventi, sia pure un microrganismo planctonico. E nessuno poteva sospettare che alla base di ogni vivente vi fosse un progetto predisposto in anticipo, programmato minuziosamente, trascritto in codice e registrato su nastri DNA. Tutte le scoperte dell'ereditarietà genetica dovevano ancora venire; Gregorio Mendel stava appena contando i piselli nell'orto del suo convento. I geni, con i "piani costruttivi", non erano ancora spuntati sull'orizzonte della scienza. Thomas Hunt Morgan non era ancora nato.

Non poteva trattarsi di un solo pesce, ma alme­no di una coppia di pesci, uno maschio e l'altro femmina. Poi non era pensabile che quella coppia di pesci si fosse convertita, tra una stagione e l'al­tra, in una coppia di lucertole. Occorreva parec­chio tempo: mettiamo centomila anni. Una gene­razione all'anno; centomila generazioni di pesci, tutte pervase da quel desiderio di esplorare la ter­ra asciutta, ereditato dalla coppia capostipite...

Ora, la terra asciutta costituisce un tipo di habi­tat tutt'altro che desiderabile da parte dei pesci. L'acqua li sostiene, li rende leggeri, agili, svelti; la terra, all'opposto, li vincola, li rende pesanti, inabili alla locomozione, boccheggianti. I mesi estivi espongono i pesci fuor d'acqua al calore solare. Come cercare un po' d'ombra? I mesi invernali li congelano. Come non rimpiangere la comoda tranquilla uniforme temperatura del mare?

E il cibo? Niente pesciolini da afferrare e da in­ghiottire, sulla terra asciutta, e niente animaletti planctonici. È triste essere carnivori e dover cerca­re qualche pianticella per sfamarsi...

E l'udito? Gli esploratori devono aver l'udito buono, mentre quei pesci ardimentosi erano del tutto sordi. C'era una soluzione: inventare l'orga­no dell'udito, provvedersi di orecchie. Ma non era facile.

Respirare con le branchie l'ossigeno disciolto nell'aria, essere senza polmoni, e costatare di aver­ne immediata necessità, per poter dare inizio alla meravigliosa esplosione biologica degli animali ter­restri...

Inventare i polmoni, inventare una nuova circo­lazione del sangue, costituire, insomma, un repar­to invenzioni e progetti: tutta roba per la quale, fortunatamente, i pesci sono molto bene adatti, come tutti sappiamo.

Eppure, tutto questo non sarebbe stato suffi­ciente. I pesci esploratori avrebbero dovuto fare i conti con la programmazione della loro specie re­gistrata sui nastri DNA, contenuti in ciascuna dei miliardi delle cellule viventi che li costituivano. Non potevano sapere che i caratteri acquisiti non possono venir ereditati e che gli ebrei, per questa ragione, devono continuare a circoncidersi, ben­ché lo facciano da tre millenni. Non potevano sa­pere per conseguenza che i loro sforzi sarebbero stati vani, e che sarebbero rimasti sempre pesci, sempre bene adatti per vivere solo nell'acqua.

Ma i propagandisti del materialismo ateo, pur di negare il Creatore, continuano a sfornare quella scemenza, ancor oggi, come se niente fosse, obbli­gando a riconoscere in essa una inoppugnabile ve­rità scientifica.

Nei libri e negli opuscoli diffusi in gran numero dall'Istituto per l'ateismo di Mosca, queste argo­mentazioni sono accompagnate da molte figure. C'è una illustrazione ben chiara: in alto c'è un pesce, un vero pesce; sotto c'è lo stesso pesce, al quale sono spuntate le quattro zampette; sotto ancora c'è una via di mezzo tra un pesce e una lucertola; infine viene il prodotto finale: un rettile con potenti ma­scelle, fornite di terribili denti aguzzi.

E dire che ciascuna specie vivente è obbligata a conservare rigidamente la propria programmazio­ne, ed a trasferirla integra ai singoli individui nel tempo, per poter continuare ad esistere sulla Ter­ra, nonostante tutte le difficoltà dell'ambiente. Perdere una minima parte di quella programma­zione registrata in codice significa scivolare al di fuori del regno della vita. Ma nessuna acquisizione scientifica ha qualche importanza quando si vuole sostenere una tesi qualsiasi con finalità politica.

Se ogni vivente è programmato, se lo è ogni specie, non si intende per quale ragione non do­vrebbe essere programmata anche tutta l'evoluzio­ne dei viventi. Se ogni prodotto di una fabbrica è progettato e programmato, perché non dovrebbe esserlo anche la fabbrica stessa?

È assurdo pretendere che proprio la fabbrica sia sorta per il solo cieco lavorìo del caso, senza alcun progetto, senza nessun programma, senza nessun piano costruttivo. Lo si sostiene nella vana speranza di "vincere la guerra contro il Creatore", un po' come i nazisti ridotti a combattere lungo le strade di Berlino.

 

 

 

Inventare i mammiferi

 

Circa 100 milioni di anni or sono accadde qual­che cosa di nuovo e sorprendente nella storia dell'evoluzione programmata dei viventi.

Sino a quell'epoca gli animali erano sempre stati a sangue freddo, come lo sono ancor oggi i pesci, gli anfibi e gli insetti. Non erano adatti per diffon­dersi su tutta l'intera superficie della Terra. La temperatura del loro sangue seguiva quella del­l'ambiente esterno. Quando era elevata, risultava­no vivaci e combattivi; ma quando scendeva dive­nivano fiacchi e sonnolenti. E quanto avviene, sot­to i nostri occhi, per le mosche; durante l'inverno il loro sangue è troppo freddo per consentire il normale funzionamento dei loro organi.

I tempi dell'evoluzione programmata erano or­mai maturi per l'avvento di animali completamen­te nuovi, in grado di vivere normalmente durante tutte le stagioni dell'anno, e di diffondersi su tutte le terre emerse, comprese le zone artiche: animali con il sangue a temperatura costante, indipenden­te da quella dell'ambiente, e necessariamente mol­to più complessi.

È quanto avvenne con la comparsa dei primi mam­miferi e dei primi uccelli. Il loro sangue rimaneva caldo anche quando la temperatura esterna scendeva sotto lo zero, ciò che consentiva loro di essere pronti al combattimento, mentre i giganteschi dinosauri gia­cevano a terra, privi di forze, in uno stato di torpore. Con quel vantaggio, ben presto furono i nuovi arriva­ti a signoreggiare sulla Terra.

 

Oggi noi vediamo la volpe artica, dalla bianca pelliccia, sopportare tranquillamente i 50 gradi sotto lo zero, nella desolata tundra subpolare. A quella temperatura tanto bassa, il suo sangue è a 34 gradi, con uno sbalzo dunque di ben 84 gradi.

Vediamo anche l'asino del deserto riuscire a sopportare i 50 gradi sopra lo zero, mentre la temperatura del suo sangue raggiunge al massimo i 42 gradi.

Il nostro corpo può vivere a temperature assai diverse, tanto nelle zone tropicali quanto in quelle artiche. La temperatura del sangue è, però, sem­pre compresa tra i 35,8 e i 37,2 gradi.

Ma vivere con il sangue caldo è più difficile di quanto non sia vivere con quello freddo. Per l'uo­mo, la morte interviene non appena il suo sangue scende alla temperatura di 34,5 gradi, oppure rag­giunge quella di 41,8 gradi. Più o meno è quanto accade anche agli altri mammiferi e agli uccelli.

È per questa ragione che i viventi a sangue cal­do sono molto più complessi di quelli a sangue freddo. Devono essere provvisti di un efficientissimo sistema di controllo automatico, in grado di provvedere affinchè il loro sangue non segua le variazioni della temperatura esterna.

Quel controllo viene denominato, con termine antiquato, meccanismo automatico di termoregola­zione. In parte è situato nell'ipotalamo, quella zo­na del cervello che si trova sotto la formazione re­ticolare. Consiste in due centri distinti. Uno di es­si sorveglia gli eventuali aumenti di temperatura, l'altro controlla le possibili diminuzioni. Sono dei dispositivi raffinatissimi, il funzionamento dei qua­li è ancora quasi del tutto sconosciuto.

La temperatura del sangue è sorvegliata anche da altri centri, parte dei quali è sistemata nella ghiandola tiroide, e parte nella midollare delle ghiandole surrenali. Anche di essi non si sa quasi nulla.

In modo simile ai dispositivi elettronici di guida spaziale, quei centri termoregolatori diffondono ordini sotto forma di impulsi nervosi. In più, uti­lizzano alcune sostanze-messaggio che immettono nel sangue gli ormoni, in modo da poter tenere sotto il loro controllo tutto l'organismo, in qualun­que situazione termica si trovi.

È una organizzazione superlativa dell'immenso sistema biologico, costituito da qualsiasi vivente a sangue caldo.

Un elefante può aver caldo alla temperatura esterna in cui un piccolissimo colibrì, l'uccello mosca, può tremare dal freddo. Più piccolo è l'a­nimale, più rapido deve essere il suo metabolismo, ossia più alta la capacità del suo corpo di produr­re calore. Con il metabolismo di un colibrì, un elefante arrostirebbe. L'elefante ha molto volume rispetto alla sua superficie esterna, per cui perde poco calore. Il colibrì, invece, perde calore molto facilmente.

Occorrono centri termoregolatori diversi, in ac­cordo con le diverse necessità dell'animale, per cui ogni specie ha i propri centri, esattamente adegua­ti al proprio metabolismo.

Gli animali a sangue freddo non avevano pelliccia o piumaggio. Gli uccelli vennero dotati di piu­me e di penne. I mammiferi vennero dotati di pel­liccia. Alcuni vennero protetti con un abbondante strato di adipe sotto la pelle.

Ma c'era da risolvere anche il problema oppo­sto, quello di difenderli dal calore eccessivo. Oc­correva diminuire il metabolismo e utilizzare il sangue come dispersore del calore, tramite la va­sodilatazione, in modo da farlo affluire abbondan­temente verso la parte esterna, epidermica, dell'or­ganismo.

Ma con un metabolismo molto maggiore di quello degli animali a sangue freddo, era necessa­rio alimentare gli organi molto più intensamente, soprattutto di ossigeno. Occorreva un sangue nuo­vo. Mentre il sangue dei pesci e dei rettili può tra­sportare appena 9 ml di ossigeno per ogni 100 ml di sangue, quello dei mammiferi ne trasporta 25 millilitri.

Però, per rifornire di tanto ossigeno il sangue, le branchie e le trachee non risultarono più suffi­cienti. Furono necessari polmoni ampi ed efficientissimi, provvisti di centinaia di milioni di alveoli, collegati a bronchioli e ricoperti di una rete di ca­pillari sanguigni.

Le accelerate reazioni chimiche consentirono ai nuovi animali di vivere più intensamente e più ra­pidamente. Ma i mammiferi e gli uccelli furono costretti a riservare una cura molto maggiore ai lo­ro piccoli. Per i primi, venne utilizzata la placenta, un organo in cui l'embrione in via di sviluppo è completamente protetto, e che può assorbire il materiale nutritizio e l'ossigeno del sistema circo­latorio materno, ed entro il quale può scaricare i prodotti di rifiuto. La riproduzione risultò molto più efficiente di quella delle uova abbandonate nell'acqua o sul terreno. I piccoli poterono venire alla luce in uno stadio avanzato di sviluppo, e riu­scire più facilmente ad inserirsi nella vita.

I nuovi arrivati si distinsero dai vecchi per una altra importante caratteristica: quella del maggior sviluppo ponderale e strutturale del loro cervello.

 

 

Gli uomini derivano dai rettili?

 

Che cosa dicono i propagandisti del materialismo ateo a proposito di questo nuovo straordina­rio aspetto dell'evoluzione biologica?

«Forse 100 milioni di anni or sono», è quanto affermano, «prima che si verificasse un importante mutamento climatico, allo scopo di poter soprav­vivere, alcuni rettili primitivi cercarono di inventa­re uno speciale dispositivo di controllo termo­chimico, per mantenere costante la temperatura del loro sangue. Tutti gli stratagemmi escogitati, meno uno, fallirono. Un ordine di rettili, quello dei Teraspidi, riuscì a risolvere quel problema, tremendamente arduo. Da essi si svilupparono tut­ti gli uccelli e tutti i mammiferi attuali, compreso l'uomo».

Niente programmazione predisposta in antici­po dunque, ma solo la straordinaria "intelligenza" dei Teraspidi, e questo senza la benché minima acquisizione scientifica, senza neppure una qualche ipotesi ragionevole, basandosi soltanto sulla fan­tasia.

Oggi viviamo nell'era spaziale. Quando l'enor­me vettore con in cima l'astronave, parte dalla rampa di lancio, acquista rapidamente velocità sempre maggiori, entro un brevissimo tratto di tempo, quello di 190 secondi. Mentre il corpo de­gli astronauti "va su", con accelerazioni sempre crescenti, prima di 4,5 e 6 g. e poi, per pochi istanti, 7, 8, 9, e 10 g., il loro sangue "va giù". Il cuore batte più rapidamente, il respiro diventa af­fannoso, vedono grigio-scuro e per qualche istante nero. Sono lungamente allenati, per un anno inte­ro, per poter sopportare le terribili forze "g" della partenza e del rientro.

Sarebbe necessario un nuovo corpo umano, adatto per la totale conquista dello spazio. Do­vrebbe avere un altro sistema circolatorio, altri polmoni, altri centri di controllo. Risulterebbe completamente diverso dal nostro. Dovrebbe sop­portare con tranquillità qualsiasi accelerazione e vivere nello spazio vuoto senza nessuna particolare protezione. Non lo possiamo neppure immaginare. Eppure nelle scuole si insegna tranquillamente che i rettili Teraspidi, con il loro minuscolo cervello, inferiore a quello di una gallina dei giorni nostri, riuscirono a risolvere il problema del sangue caldo e della termoregolazione, senza disporre neppure di un termometro...

Si fa della scienza quando si utilizzano elementi precisi, corrispondenti alla realtà dei fatti, e non quando si deformano quei fatti per poi escogitare favole, al solo scopo di raggiungere determinate conclusioni, le quali poi si riducono ad una sola: sostenere ad oltranza, senza timore del ridicolo, il materialismo marxista. Spiegare, ad esempio, la comparsa casuale dei Vertebrati da qualche grup­po di Invertebrati come quella della comparsa de­gli Uccelli e dei Mammiferi dai Rettili, senza po­stulare una progettata programmazione registrata sui nastri DNA, è un'eresia scientifica, una ciarla­taneria.

Dovrebbe essere ben evidente a tutti che un grattacielo non può sorgere, nel centro cittadino, al posto di un gruppo di vecchie casette, utilizzan­do il progetto di quelle casette. Se non altro, si dovrebbe tener conto degli ascensori... Un supple­mento di progetto è indispensabile, non solo ine­rente all'edificio, ma anche ai suoi impianti di tra­sporto, di luce, riscaldamento, di telefono e di te­levisione. Ma un progetto o anche soltanto un supplemento di progetto, implica l'idea di un Creatore, quindi niente progetto e niente progres­so organizzato del progetto.

Non conta per nulla la veridicità dei fatti, tutto viene puntato su quella che si vuole sia la conclu­sione finale. Si offrono solo idee strumentalizzate, condizionate. Se la Natura non si adegua al mate­rialismo marxista, peggio per la Natura... In Rus­sia, il materialismo viene insegnato sin dalla prima classe elementare, quindi per dodici anni di segui­to. A 18 anni, il giovane è libero di scegliere: esse­re ateo o credente. Ma sino a 18 anni non gli si deve insegnare nulla di religione, e non deve en­trare in chiesa.

Sarebbe doveroso e onesto fare attenzione di at­tenersi alla prove sicure, ai dati di fatto emersi dalle ricerche, ed evitare di gonfiare arbitraria­mente quei dati e quei fatti, sino al punto di im­porre idee del tutto estranee alla Scienza, ricorren­do alla gherminella di presentarle in nome della Scienza. Si è compiuto il reato di fanatizzare centi­naia di milioni di esseri umani, ed ora si è costret­ti a lasciare che l'immensa valanga scenda a valle, non essendo possibile modificarne il corso, per adeguarlo alle nuove conquiste della Scienza.

Il filosofo tedesco Adorno, nel suo libro Dialet­tica dell'Illuminismo, ha scritto: «L'Illuminismo, in senso lato, da dominio della ragione sulla Natu­ra, si è rovesciato in dominio sugli uomini. Sem­pre autoritarismo, fede cieca in quanto viene affer­mato ma non provato, sempre costrizione». Cinquant'anni prima, un altro filosofo tedesco, Federico Nietzsche, uno dei padri dell'ateismo moder­no, aveva affermato: «All'uomo di scienza può ac­cadere di lasciarsi ingannare da miraggi meravi­gliosi, dalla potenza affascinante dell'illusione, e credere di aver raggiunto la soluzione di tutti i mi­steri della vita. È allora che il deserto lo inghiotte, ed egli è morto per la scienza».

Il deserto inghiotte, allo stesso modo, anche im­mense moltitudini di fanatizzati. Fanatizzati con delle baggianate...

 

 

 

Il materialismo metodologico è necessario

 

Non si fa della Scienza ricorrendo ad interventi extranaturali, soprannaturali o comunque trascen­denti, per spiegare un fenomeno naturale qualsiasi, evidente o misterioso. Tutto ciò che non è an­cora chiarito, nella Natura, verrà chiarito in avve­nire.

Il grande matematico francese H. Poincaré scrisse, già nel lontano 1905: «Lungo le frontiere della Scienza ondeggia il mistero, e più queste frontiere saranno allontanate più diverranno este­se». Da allora, le frontiere della Scienza sono immensamente aumentate, ma il mistero non è au­mentato in proporzione. Il segreto della vita, ad esempio, è ormai in gran parte svelato, grazie alla scoperta del DNA e dei RNA. Nei secoli avvenire è possibile che le frontiere non abbiano ad au­mentare molto, mentre il mistero che oggi ondeg­gia intorno ad esse è indubbiamente destinato a scomparire.

Il cammino della Scienza è verso la conquista totale della Natura. Quel cammino impone alla Scienza il materialismo metodologico. Lo scienzia­to deve essere materialista, diversamente non è scienziato, è un visionario.

Ma il monaco contemplativo, che nella solitudi­ne del suo convento appronta formaggio per la comunità, deve anch'egli essere materialista, quan­do lavora. E’ un uomo spirituale che compie un lavoro materiale, quindi momentaneamente materia­lista. Non avviene mai, però, che il monaco contemplativo si lasci talmente assorbire dal suo lavo­ro da perdere la propria vita spirituale e divenire un fanatizzato del materialismo.

Lo scienziato si trova in una situazione diversa. Può lasciarsi assorbire dalla materia sino ad affo­gare in essa, e non vedere altro.

È un pericolo grave, tanto più che lo scienziato vero si appassio­na alle proprie ricerche, limitandole entro un cam­po ristrettissimo, tanto da perdere il contatto con il resto del mondo. Se non fa molta attenzione, fi­nisce per vedere tutto da un punto di vista estre­mamente limitato. Quando ciò avviene, assume un atteggiamento penoso rispetto ai cultori delle Scienze affini, e più ancora di fronte ai filosofi. La sua visione del mondo risulta afflosciata in un solo punto. Ma è allora che riesce tremendamente peri­coloso per le masse ignare. Perché quell'unico punto è la materia, una certa parte estremamente piccola della materia, la quale però pervade ogni suo pensiero, ogni sua idea, ogni sua affermazio­ne. Può venire insignito del premio Nobel, e allo­ra il danno che ne subisce l'Umanità è ancora peggiore. Diventa un centro di diffusione mondia­le di epidemia intellettuale.

 

 

Messaggeri di vita

 

Come già accennato alla fine del capitolo pri­mo, il 2 maggio Ì972 partì da Cape Kennedy, in Florida il veicolo spaziale automatico Pioneer-10, destinato ad inoltrarsi nel Cosmo, oltre il Sistema Solare, dopo circa 12 anni di navigazione. È ali­mentato da una batteria nucleare; pesa 259 chilo­grammi. Porta una targa di alluminio dorato, di 15 x 23 centimetri, con un messaggio diretto all'e­ventuale avanzata civiltà extraterrestre, a cui do­vesse giungere.

Il messaggio consiste in un disegno, non esisten­do un linguaggio universale. È stato approntato da due astronauti americani, Cari Sagan e Frank Drake. È un po' come una bottiglia lanciata in mare, nella speranza che qualcuno la raccolga.

Che cosa dire a degli extraterrestri? Il disegno consiste di due sagome di esseri umani, un uomo e una donna, e del Pioneer-10, in modo da dar una idea della nostra statura. È indicato il Sistema Solare, e la traiettoria iniziale del veicolo, con par­tenza dal terzo pianeta. C'è il simbolo dell'atomo idrogeno e vi sono dieci raggi, corrispondenti ad altrettante stelle pulsar, quelle che irradiano segnali radio. È indicata la loro frequenza.

Possiamo immaginare che riesca davvero ad at­terrare su un lontanissimo pianeta, abitato da esse­ri intelligenti, sia pure molto diversi da noi, e do­tati di un sufficiente grado di cultura. Esaminata la sonda, costatata la presenza dell'elaboratore elettronico con il nastro magnetico preregistrato, notata l'apparecchiatura di comando e di guida, interpretato più o meno il messaggio, non dovreb­bero aver dubbi circa la provenienza.

Dovrebbero pensare a noi, ad esseri intelligenti, in vita su un altro pianeta, per quanto estremamente lontani da loro, e forse esultare costatando di essere meno soli nell'universo.

Anche a noi è giunta una "sonda", dopo una lunghissima corsa attraverso l'abisso dei tempi, dopo aver viaggiato per oltre due miliardi di anni. L'abbiamo vista per la prima volta sullo schermo fluorescente del super-microscopio elettronico. È la primigenia alga microscopica che ancora vive e costituisce la parte principale del fitoplancton dei mari e degli oceani. Siamo rimasti sbalorditi e am­mirati al cospetto della inverosimile organizzazione delle sue apparecchiature, sgomenti per la scoper­ta del messaggio trascritto in codice sul suo lun­ghissimo nastro DNA.

Da dove può essere partita questa "sonda"?

Soltanto una «base bioterrestre di costruzione e di lancio» può averla approntata e quindi lanciata a grande velocità nel tempo. Non possiamo imma­ginarla e di essa non possiamo trovare alcuna trac­cia. Ma esistono tracce del cantiere che ha innal­zato un grattacielo? Una volta iniziata l'Era della vita, quella "base" divenne inutile, scomparve. Ul­timata l'evoluzione chimica, "esplose" quella bio­logica.

E il messaggio? Noi abbiamo inserito quel bre­ve messaggio nella sonda interplanetaria che ab­biamo lanciato negli abissi del Cosmo, nella spe­ranza che possa giungere ad altri esseri intelligenti, viventi in qualche remota plaga dell'Universo. Lo abbiamo inserito affinchè qualcuno, nel Cosmo immenso, volga il suo pensiero a noi, soltanto il pensiero, nient'altro. Noi non potremo mai saper niente di loro, e loro non potranno mai sapere nulla di noi. Abbiamo inviato quel messaggio a degli inconoscibili, in omaggio alla comune intelli­genza.

La "sonda" che ci è giunta dopo aver valicato miliardi di anni, e che abbiamo visto sullo scher­mo del super-microscopio, è forse senza alcun messaggio? Quello contenuto nel lunghissimo na­stro DNA, trascritto minutamente in codice, ri­guarda l'essere vivente che lo contiene. Non è di­retto a noi.

Quel messaggio ci è giunto separatamente, già migliaia di anni or sono. È contenuto nelle prime pagine della Bibbia. Dice:

«Dio creò l'uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò».

L'uomo, immagine vivente della Divinità Creatrice, è la più sublime di tutte le creature visibili, il solo che possa intendere le parole: «Io sono Co­lui che sono; l'Onnipotente Signore Iddio tuo».

La Bibbia indica la provenienza della Creazione, la Scienza va lentamente scoprendo come essa sia avvenuta.

 

 

Perché per prima la luce?

 

La Bibbia assegna alla luce, e soltanto ad essa, il primo giorno della Creazione. Non furono po­chi coloro che, con Voltaire alla testa, sghignazza­rono per quella misteriosa primogenitura. Non sa­rebbe stato molto più semplice e logico attribuire quel primo giorno al Sole e alle Stelle?

E invece la Scienza d'oggi afferma che la luce è alla base di tutto, non soltanto della vita, come ac­cennato nel capitolo 2, ma addirittura dell'intero Universo. È questa una delle più alte conquiste della conoscenza umana.

Dopo 42 anni di esperimenti, il prof. Albert Michelson riuscì a misurare esattamente la velocità della luce: 299.796 chilometri al secondo. Poi, in­sieme con il suo collega Morley, cercò di sommare la velocità di corsa della Terra nello spazio con quella della luce. Costruì uno strumento apposito, l'interferometro. Ma il risultato fu sconcertante: quella somma risultò impossibile.

L'esperimento venne ripetuto da altri scienziati, in tutti i Continenti, sotto tutte le latitudini, in ogni stagione dell'anno. Risultò sempre impossibi­le sommare quelle due velocità.

Albert Einstein elaborò la sua teoria della relati­vità. La velocità della luce è la sola costante del­l'intero Universo. Se un corpo qualsiasi venisse lanciato nello spazio alla velocità della luce, esso si assottiglierebbe tanto da ridursi a nulla. La diffi­denza che può sorgere di fronte ad affermazioni di questo genere va attenuata, tenendo conto che idee sembrate assurde quattro o cinque secoli or sono, appartengono oggi alla cultura generale e non sorprendono più nessuno.

Per gli atomi avviene la stessa cosa: la velocità di rotazione delle particelle che li costituiscono è in rapporto con quella della luce. Tutto ciò che esiste nell'Universo è in relazione con la lunghezza d'onda della luce. La nostra statura è in, rapporto a quella lunghezza.

La vita può esistere soltanto se alimentata dal­l'energia della luce; l'Universo ha per base la co­stante conseguente alla velocità della luce.

Alla base di tutto, del grande Tutto, vi è l'"idea" della luce. La Bibbia non poteva far intui­re tutto ciò agli uomini di ogni tempo, se non af­fermando che la Creazione ebbe inizio con la luce.

Oggi, dopo tante faticose conquiste della Scien­za, possiamo finalmente scorgere qualche cosa del­lo splendore immenso del Fiat Lux iniziale.

 

 

Unità

 

C'è una sola luce nell'Universo, mentre le stelle sono innumerevoli, e c'è una sola vita sulla Terra, mentre le specie viventi sono numerosissime.

La luce si diffonde nello spazio a velocità co­stante. Quella di una lontana Nebulosa giunge a noi dopo alcuni milioni di anni, mentre quella del Sole ci giunge dopo alcuni minuti. Ed è la stessa.

La vita si diffonde nel tempo; è giunta a noi va­licando secoli e millenni, dalle solitarie alghe marine primigenie alle foreste equatoriali dei giorni nostri, dal primo trilobite all'odierno homo sapiens.

La luce bianca è l'insieme di innumerevoli raggi multicolori, da quelli che ci appaiono rossi o gialli a quelli che vediamo verdi o violetti. Ma la natura ondulatoria della luce è una sola, in un'amplissima gamma di frequenze.

La vita sulla Terra è l'insieme di numerosissime creature diverse, in una straordinaria varietà di aspetti morfologici, dal filo d'erba alla sequoia, dal vermiciattolo all'aquila. Ma la natura biochimica della vita è una sola, in un'amplissima gamma di manifestazioni organiche.

La luce proviene da un'unica energia, quella contenuta nell'atomo di idrogeno; la vita proviene da un’unica energia, quella della cellula vivente. La luce del Sole alimenta e vivifica la cellula. Luce e vita sono unite in modo sorprendente: la luce in alto, la vita in basso.

Come l'atomo di idrogeno è lo stesso per tutti gli astri del Cosmo, così la cellula vivente è la stes­sa per tutte le creature della Terra.

Noi uomini d'oggi siamo testimoni dell'ordine dinamico nel Cosmo, e della programmazione del­la vita sul nostro pianeta, registrata sui nastri DNA, messa in atto dagli RNA. Ora DNA e RNA sono gli stessi per tutti i viventi passati, presenti e futuri.

La scoperta dell'unica base delle stelle in Cielo e delle creature sulla Terra ci ha riempito di mera­viglia e di ammirazione. Per la prima volta nella storia dell'Umanità, siamo divenuti coscienti che vi è una sola organizzazione, alla quale tutto ap­partiene, dalle Galassie a noi stessi. È un'unica bellezza.

Possiamo dare un nome a quella suprema orga­nizzazione? Lo possiamo. Quell'unica organizza­zione, alla quale appartiene tanto ciò che splende in cielo quanto ciò che vive sulla terra, è la Crea­zione.

Da dove viene?

Dall'Intelligenza suprema di Colui che è splen­dente e vivente, potenza e amore.

Spunta il germoglio dal piccolo seme nascosto nella terra umida e va subito diritto verso l'alto, verso la luce. Non rimane incerto, non tentenna, non dubita. Si insinua a fatica nella terra, consu­mando la forza vitale racchiusa nel seme e va ver­so l'alto, verso la luce, verso la Vita...

 

 

Le foto scientifiche saranno pubblicate appena possibile