“Voglio crescere nel tuo grembo”

Le drammatiche testimonianze di donne al bivio

per una gravidanza indesiderata

raccolte in un “libro-verità” dal CAV di Vicenza

 

 


 

“PER QUANTO PICCOLO IO SIA,

CI SONO: NON BUTTARMI VIA”

 

Sono una mamma di ventotto anni e ho vissuto la brutta esperienza di dover decidere della vita del mio quinto bambino. Avevo da poco cominciato un’attività di parrucchiera quando mi accorsi di essere incinta di nuovo. Avevo già quattro figli. Fui presa dal panico, non perché non volessi il bambino, ma per paura di non farcela fisicamente. Le ultime due gravidanze avevano portato con sé problemi di vene e rischio di flebite.

Con mio marito decidemmo di consultare subito la ginecologa, che mi disse che avevo il 50 per cento di possibilità di farcela, purché lasciassi subito il lavoro. La decisione era molto difficile: avevo fatto un mutuo per il negozio. Dovevo aiutare mio marito, perché il suo stipendio non bastava per arrivare a fine mese. Avevo solo quindici giorni di tempo per decidere cosa fare.

L’incubo cominciò quando dovetti compilare i documenti da portare alla clinica dove sarei stata visitata per decidere la data dell’aborto. Mio marito notava che ero sempre “assente” e che non facevo che pensare cosa fosse giusto o sbagliato. Lui mi aiutava a capire le conseguenze che sarebbero derivate da tutte e due le scelte sia per me che per il mio bambino.

I conoscenti mi dicevano che fino a tre mesi non c’è un bambino ma solo un grumo di sangue. Invece dentro di me sentivo sempre una vocina che mi diceva: “Mamma, per quanto piccolo io sia, ci sono, non buttarmi via, voglio anch’io crescere nel tuo grembo come i miei fratelli”.

Alla sera quando mi ritrovavo con gli altri bambini lo immaginavo in mezzo a loro, che mi guardava e sorrideva e… incominciavo a piangere. Continuavo a ripetermi perché, perché… Avevo paura di morire. Che ne sarebbe stato delle mie creature (la più grande ha sei anni, poi cinque, tre, due anni)? D’altra parte, se avessi abortivo avrei ucciso un innocente che si sentiva vivo in me.

Finché un paio di giorni prima della data prevista per l’aborto, telefonai e annullai l’appuntamento, affidandomi alla Volontà del Signore.

Avevo ascoltato il mio cuore: così mi rasserenai e gli incubi che mi avevano tormentato scomparvero. Avevo deciso: mi abbandonai alla fede. Ho trascorso bene tutta la gravidanza. Mi sono riguardata e non ho avuto complicazioni. Ho conosciuto il Centro di Aiuto alla Vita e devo molto alle volontarie per il sostegno che mi hanno dato.

Ora sono felice, perché posso vivere la mia vita senza avere commesso uno sbaglio che sicuramente mi avrebbe segnata per sempre. Ho un bambino adorabile, che mi porto appresso al lavoro, e lui non fiata.

 

 

LO GUARDO NEGLI OCCHI,

VEDO UN BAMBINO SALVATO DALLA MORTE

 

Ero fidanzata da cinque anni e tutto andava bene, quando mi accorsi di essere incinta. Il mio fidanzato fu chiaro: “O il bambino, o me”. Il mondo mi è crollato addosso.

Mi ha prenotato la visita per l’interruzione volontaria di gravidanza. Ci sono andata e lì, mentre aspettavo, su un tavolino ho visto un pieghevole del Centro di Aiuto alla Vita, di cui non sapevo nulla. Me lo sono portato a casa, ho visto l’indirizzo del Centro più vicino a casa mia.

Il giorno dopo ci sono andata, ho parlato con la Presidente e le altre volontarie. Mi hanno fatto conoscere il “Progetto Gemma”, che consiste in un aiuto in denaro. Quando è arrivato il primo contributo, ho finalmente sorriso. E’ stata dura e lo è ancora, anche per la mia famiglia.

Quando il bimbo è nato, i miei genitori hanno iniziato a volergli bene e ad aiutarmi. Ogni volta che lo guardo negli occhi, vedo un bambino salvato dalla morte. Il mio fidanzato è tornato a percorrere la sua vita, ignorando che c’è un figlio, ma se è vero che i genitori sono coloro che ti amano, allora mio figlio ha una mamma che lo ama tantissimo.

Quella che sembra la scelta più comoda, l’aborto, si rivela dopo, un delitto nel corpo e nel cuore. Troppi innocenti vengono uccisi ogni giorno da “medici senza cuore”. Spero che questa mia storia serva a far comprendere che l’aborto è l’omicidio di un bambino.

 

 

“SE SOLO POTESSI TORNARE INDIETRO

E STRINGERE QUEL FIGLIO TRA LE BRACCIA”

 

Ho quarant’anni, sono sposata e ho due figli grandi. Qualche anno fa ho passato l’inferno. Al quarto mese di gravidanza ho abortito. Subito ho provato un senso di liberazione, di sollievo. Se solo avessi immaginato il tormento che avrei patito non appena mi fossi resa veramente conto di quello che avevo fatto (..) 

All’inizio si riesce a ragionare con un certo distacco, ci si aggrappa alle attenuanti: la professione che non si può lasciare, i soldi che non bastano, la casa piccola…

Ho reagito dedicandomi con più accanimento agli altri due figli. Agli occhi degli altri ero sempre la stessa, ma dentro di me si stava scatenando l’inferno. La prima fitta di dolore, così forte che non potei ignorarla, la provai per strada quando incrociai una donna che spingeva una carrozzina. Fui assalita dall’angoscia: vidi negli occhietti di quel bimbo lo sguardo di mio figlio non voluto. Uno sguardo che non mi abbandonò più.

Ancora oggi spesso calcolo con la mente l’età che avrebbe mio figlio; con la fantasia lo plasmo più o meno alto, con i capelli chiari o scuri… Gli parlo, ma soprattutto piangendo, spesso, gli chiedo perdono. Penso e ripenso, in modo ossessivo, con ansia e rimorso: se solo potessi tornare indietro e stringere quel figlio tra le braccia!

Invece, mi rimane solo un forte senso di colpa per averlo rinnegato.

Questa sofferenza ha segnato la mia vita. Tutto è cambiato da quel giorno: soprattutto il rapporto con mio marito non è più lo stesso. E’ come se volessi scaricare su di lui una parte della colpa. In quella circostanza si è comportato come Ponzio Pilato, se n’è lavato le mani. (…) Persino il rapporto con gli altri due figli è cambiato. Subito dopo l’aborto ero loro morbosamente attaccata, ora molto meno, perché mi sembra di fare un torto al figlio non nato.

Continuo a pensarci, soprattutto quando sono sola in casa; le notti sono tormentate dagli incubi. Quando ci penso, riemergono la superficialità, l’egoismo e l’estrema violenza che ho riservato a mio figlio; sono stata la sua condanna a morte.

Se dovessi parlare a una donna con i miei stessi dubbi, la supplicherei di non abortire, di non fare il mio errore, di non credere di poter risolvere tutto senza dolore. La scongiurerei di non farlo, a costo di allevarlo io quel figlio. Le spiegherei in che oscuro tunnel precipiterebbe. Soprattutto non la lascerei sola, non le farei sentire l’indifferenza e la freddezza che ho provato io.

Le donne sappiano che il bisturi della legge 194 non incide solo le carni ma anche i cuori e le coscienze.

Testimonianze raccolte dal CAV di Vicenza

nel libro “Miracoli dell’amore”

A cura di Romina Gobbo, editrice Peretti

Per informazioni telefonare al numero 0444.542007

 

http://www.fuocovivo.org/MOVIMENTO/INDEXMOVIMENTO.htm

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"Fratelli miei, se uno di voi si allontana dalla verità e un altro ve lo riconduce, costui sappia che chi riconduce un peccatore dalla sua via di errore, salverà la sua anima dalla morte e coprirà una moltitudine di peccati" (Gc.5,19-20)