PARROCCHIA SS. FILIPPO E GIACOMO

PASTORALE GIOVANILE

 

Tema prossimo incontro mondiale giovanile a Colonia ’05: Siamo venuti per adorarlo (Mt 2,2)

 

Tema diocesano: Venuti ad adorarlo per accoglierlo ed essere accolti

 

Vangelo di riferimento: Vangelo di Matteo

 

Figura di santità di riferimento: Il neo Beato Alberto Marvelli

 

Obiettivo:  Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date

 

Tappe del cammino:

 

Tappa

Titolo

Mesi

Prima

L’attesa

Ottobre

Seconda

La felicità

Novembre

Terza

La condivisione

Dicembre

Quarta

Il Regno

Gennaio

Quinta

La Comunità

Febbraio

Sesta

La vita eterna

Marzo – Aprile

Settima

Solo ciò che si dona rimane per sempre

Maggio – Giugno

 

 

+++ CALENDARIO DI INCONTRI 2004-2005 +++

 

 

DIOCESANI

 

 

14/17 enni

18enni (maturandi

19-30enni

1

31  ottobre 04

16-17 ottobre 04

9-10 ottobre 04

2

5 dicembre 04

Casella di testo: 11-12 dicembre 04 ritiro in preparazione Natale
 

 

13-14 novembre 04

 

6-7 novembre 04

3

16 gennaio 05

 

 

4

20 febbraio 05

5-6 febbraio 05

29-30 gennaio 05

5

27 marzo 05

12-13 marzo

12-13 marzo

25 aprile 2005 - Marsala GIOVANINFESTA6

 

 

 

7

 

14-15 maggio 05

4-5 giugno 2005

 

 

PARROCCHIALI

 

28 NOVEMBRE

Ritiro giovani a Rampinseri

 

29 DICEMBRE

Giornata di vacanza a Caltagirone

 

 

 

 

Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date

Don Luisito Bianchi

 

Mi basta e mi avanza aver compiuto il gesto del dare anch'io quanto ho ricevuto, come fa la vecchia staffetta nella corsa della vita che passa il testimone alla nuova e fresca, già nello slancio di correre a sua volta il tratto che le spetta.

Non è giusto, quando si tratta di evangelo, disunire quello che Gesù ha unito, ossia i due verbi "ricevere e dare" (Mt 10, 8), due verbi che contengono tutta la stupenda avventura dell'essere chiamati a seguire Gesù, esserne discepoli.

Che cosa, infatti, abbiamo che non ricevemmo?

Chi avrebbe potuto pensare a un Dio che si manifesta esclusivamente in Gesù, e che, quindi, continuamente si rivela alla nostra umanità?

E’ il Dono assoluto. Il discepolo è poi inviato: Andate, predicate a tutti l'evangelo ricevuto, e trasmettetelo, datelo fino agli estremi confini della terra, con la forza solo della fede; che è pur essa dono.

C'è poi un elemento che caratterizza solo il ricevere e il dare dell'Evangelo: un avverbio accanto al ricevere e al dare, senza il quale l'Evangelo non introdurrebbe niente che non sia risaputo o a cui non si possa giungere attraverso l'esperienza umana se il ricevere e il dare stanno a fondamento della stessa vita ed è l'avverbio gratuitamente.

Dove possiamo trovare un comportamento, un'azione d'uomo che sia assolutamente gratuita in se stessa? Anche il trasmettere la vita, anche  il dare la propria vita, atti per eccellenza gratuiti a inizio e fine della vita  che si vede e si tocca, sono già in sé avvolti da un pulviscolo d'interes­se, tale non foss'altro che per testimoniare la gratuità del ricevere e del dare.

Un paradosso, certo, per sottolineare che il "gratuitamente" dell'Evangelo è altra cosa, senza per questo che il "gratuitamente" degli uomini non possa essere conforme all'Evangelo, come il raggio del sole è tutt'altra cosa del pulviscolo, eppure quest'ultimo serve per metterlo in risalto.

Se vogliamo allora sapere che significa il "gratuitamente" dell'Evangelo dobbiamo guardare solo alla Buona Notizia che si chiama Gesù, rivela­zione, nella sua stessa carne, del Padre celeste. Solo lui ha realizzato, senza pulviscolo d'interessi, il ricevere e il dare.

Se il ricevere e il dare sono come la diastole e la sistole del cuore dell'u­manità, l'avverbio "gratuitamente" unifica il ritmo binario nell'unità e trinità del cuore di Dio, in un circolo perfetto che è lo Spirito: Dio è Spirito, perché è Amore assoluto e, quindi, gratuito. Credo che per non patire delusioni d'attese da parte degli uomini (e non c'è delusione più amara dello scorgere un minimo interesse in quanto si proclama gratuito!) sia necessario tenere presente tale unicità. Solo Lui non delude. Potrà deludere chi ne parla, perché a un certo momento si scorge che, sotto o accanto al parlarne, c'è un interesse, anche della più nobile lega, come quello di cercare, in nome di Dio, quell'approvazione di convincimento che dissolve ogni paura d'essere veramente dei servi inutili. Si parla spesso, anche nelle preghiere liturgiche, di premio eter­no, di meriti che ci garantiscono in contraccambio la gioia di Dio. Purissima lega, certo, il massimo che possiamo raggiungere, ma non è la Gratuità dell'Unico, che rivela nel suo stesso Corpo di aver ricevuto gra­tuitamente e di dare gratuitamente.

E allora, che fare? Come comportarmi nelle mie scelte d'ogni giorno se voglio tenere presente tale comandamento? Innanzitutto penso sia necessario che mi senta immerso, come fatto non solo personale, ma di chiesa, in tale trasmissione della Parola evangelica. Se essa è giunta fino a noi è perché di generazione in generazione è stata data e ricevuta, assieme all'ingombrante avverbio "gratuitamente". Dico "ingombrante" perché si esige l'eliminazione d'ogni interesse da parte della chiesa nella sua continua convocazione, per pura grazia, a portare il lieto Annuncio della gratuità di Dio fino agli estremi confini della terra.

È dunque il "gratuitamente" che caratterizza il ricevere e il dare dell'Evangelo giacché Dio se ci ha amato per primo, se ha precorso ogni nostra risposta di assenso o di rifiuto, è la Gratuità assoluta, senza nes­sun interesse.

E qui arriviamo all'interrogativo che ci fa scendere sul terreno della quotidianità, che è poi quello sul quale giochiamo la nostra sequela dell'Evangelo.

Come si concretizza nell'agire della chiesa e, quindi, anche nostro, dato che siamo chiesa, il ricevere e il dare gratuitamente? La risposta, se guardiamo all'Unico gratuito, è facile: cercare di togliere ogni motivazione d'interesse nella trasmissione dell'Evangelo, come se si affermasse: anch'io l'ho ricevuto gratuitamente, senza che fosse con­dizionato da qualche mio contraccambio; pertanto come potrei chiede­re qualche cosa in cambio nella trasmissione che te ne faccio? O anche attendermi solo un grazie?

Ma, concretamente, che cosa dobbiamo fare per rispondere con verità a questo avverbio evangelico? Sarebbe illusorio attendersi una risposta che ciascuno di noi deve dare nelle circostanze della vita che gli sono proprie; quello che importa è che, in qualsiasi modo si voglia trasmet­tere l'Evangelo, lo si faccia senza interesse alcuno, di potere, di valere qualcosa, d'aver peso secondo il pensare degli uomini, al limite perfino di essere testimoni ("Quando avete fatto tutto quello che vi è stato ordi­nato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quello che dovevamo fare" Le 17, 10).

Testimoni della Gratuità evangelica? È possibile solo se indico come unico Gratuito, Cristo.

Da qui il mio comportamento concreto che risponde alla domanda che mi pongo di volta in volta: indico nella mia scelta di trasmettere l'Evangelo l'unico Gratuito, cercando di essere credibile?

Non trovo altra via per educarci ed educare alla Gratuità! Vi posso solo confidare la mia cartina di tornasole, che poi non è mia, perché, come vi dissi, la si trova in ogni pagina d'Evangelo: il non avere paura nem­meno d'affondare, il fare pace dentro di me nonostante che la Parola sia più tagliente di una spada a doppio taglio e mi penetri fino nel profondo dell'anima, frugandomi con tale lama fino alle giunture e nel midollo per discernere i sentimenti e i pensieri del cuore (Eb 4, 12), e, conseguentemente, essere nella gioia.

Ma che cosa è la gioia? Che definizione dare a questo sentimento? la gioia sconfigge la paura e ricompone le nostre divisioni. Potremmo allo­ra dire che la cartina di tornasole del comportamento gratuito, a ridurla a un solo elemento, è la gioia.

Proprio come ci suggeriscono i due termini che l'Evangelo sceglie per significare gratuità e gioia, di comune radice e di comune fioritura: chàris, per grazia, gratuità; charà, per gioia. Vedete, la radice è uguale: char, che in italiano, per quel fenomeno linguistico detto metatesi, diventa gra.

La prima parola che viene in mente, derivante da questa comune radi­ce? È Grazie.

In fondo è questa la risposta al Dono di Dio; ma anche la possibilità di rispondere Grazie è un Dono. Non è il Corpo di Cristo crocifisso e risor­to il Dono assoluto? E quando ne facciamo memoria, ossia lo rendiamo presente, l'attualizziamo nel buio della fette, non facciamo per pura grazia l'eucaristìa, il rendimento di grazie di tutta la chiesa?

Tutto qui? Sì, tutto qui. Se proprio un vecchio prete deve dare un suggerimento fraterno nella stessa fede, nello stesso Spirito, a dei giovani che sentono di dover trasmettere quanto hanno ricevuto (gratuitamente), educatevi al Grazie e ne sarete educatori, come lasciandoci evangelizzare dalla Parola saremo nello stesso momento evangelizzatori.


 

IL VANGELO secondo Matteo

 

Messaggio teologico

 

Matteo può essere considerato l'autore che nel NT pone nel Regno dei cieli uno dei fondamenti del suo messaggio teologico.

Egli considera il Regno come lo scopo principale della missione di Gesù.

E’ Cristo che rende presente, con la sua azione salvifica, il Regno, anche se in modo nascosto, per prepararne la manifestazione piena alla fine della storia.

Alla luce del Regno è possibile comprendere l'identità di Gesù, il Re, e dei discepoli.

 

- Gesù

Il versetto di apertura al Vangelo di Matteo presenta Gesù come il Cristo, Figlio di Davide‑Figlio di Abramo, titoli che avevano segnato l’attesa delle speranze del popolo giudaico.

 

- Gesù Cristo, Figlio di Davide

Nel primo Vangelo, Gesù viene spesso presentato e riconosciuto come discendente della casa regale di Davide, a cui, la grande profezia di Natan, aveva promesso un regno stabile per sempre.

Egli è sì Figlio di Davide ma non secondo le attese e prospettive d'Israele. Gesù non vive  il suo essere re in termini trionfalistici di poten­za. Per questo più volte Matteo collega questo titolo con la solidarietà di Gesù verso i più poveri e i malati (cfr. 9,27).

La sua missione si può comprendere solo se Gesù viene accolto nella sua  identità di Figlio di Dio, obbediente in tutto al Padre.

Figliolanza rivelata nel racconto delle origini, riconfermata nel battesimo, messa alla prova nelle tentazioni e sulla croce,  quando egli verrà sollecitato a scendere dalla croce per dimostrare la sua relazione particolare con il Padre, il Dio vivente.

 

- Gesù Cristo. Figlio di Abramo

Gesù viene riconosciuto anche come 'Tiglio di Abramo". Con Abramo Dio avvia il rapporto di alleanza con Israele: in lui tutte le famiglie della terra saranno benedette.

In Gesù la promessa diventa realtà e raggiunge, con la missione, tutte le genti. Egli, come figlio di Abramo, è profondamente radicato nella storia del suo popolo ma è il Signore di tutti, il Figlio che viene a condividere la storia degli uomini, il Dio‑con‑noi.

 

Nei racconti della passione, Gesù viene presentato con i tratti del giusto sofferente e del servo fedele.

Sebbene sia Figlio di Dio, Gesù è rifiutato proprio da coloro che hanno il compito di guidare il popolo nell'alleanza con Dio, sacerdoti, scribi, farisei e capi. Sono tutti concordi nel voler eliminare il Messia che rivela un'immagine diversa di Dio e invita il popolo a un'esperienza di libertà, ‘oltre'  le tradizioni giudaiche.

Ma l'azione da parte dei capi di ostacolare la rivelazione di Dio non può annientare la forza del Padre che si rivela, in Gesù, come potenza di Risurrezione.

 

I discepoli

Gesù chiama i suoi discepoli prima di dare avvio al suo ministero pubblico (4,18‑22): essi hanno un ruolo insostituibile all'interno della sua missione.

-          La loro vocazione è descritta attraverso un verbo, "seguire", che implica l'abbandono delle realtà che in precedenza circondavano il chiamato per avere come unico punto di riferimento Gesù.

-          I tratti distintivi del discepolo sono descritti nel discorso delle beatitudini che, contrapponendosi alla logica umana, propongono di vivere come poveri in spirito, miti, misericordiosi,…. Solo facendo proprio questo stile essi potranno essere la luce del mondo e il "sale della  terra”.

-          I discepoli non solo devono seguire; sono anche inviati da Gesù ad evangelizzare le genti. Questa missione non è caratterizzata da successi, ma piuttosto da persecuzione e incomprensione. Mentre si aspettano un Messia glorioso, sono chiamati a seguire Gesù sulla via della croce e ad annunciarlo come Messia crocifisso.

-          I discepoli, proprio perché seguono Gesù e sono da Lui inviati, compiendo la volontà del Padre, sono per Lui dei fratelli. Fratelli che al Getsemani lo abbandonano ma che Lui riunisce nuovamente in Galilea perché la fraternità possa essere estesa, attraverso di loro, ad ogni uomo. Lo stile del gruppo, nato dal perdono del Risorto, deve essere caratterizzato da rapporti di misericordia e di amore; le relazioni tra fratelli devono essere di servizio e non di dipendenza.

-          I discepoli non possono permettersi di fuggire dalle responsabilità, appellandosi al tempo escatologico; proprio questo tempo è il fondamento del loro impegno nella storia.

Sono chiamati a pregare e ad impegnarsi seriamente per favorire l'avvento della presenza salvifica del Padre.