- Cosa conosco dei vangeli?

- Dovrò andare avanti con quel poco che ho sentito dire dagli altri ?

- Non è questo il momento per "andare a vedere" di persona?

 

La straordinaria avventura dei vangeli

* tratto da “Fortissimo Gesù” di Tonino Lasconi

 

 

Libri "fuori serie"

Come sono nati i vangeli? Rispondere sembrerebbe facile. Un bel giorno, Marco, Luca, Matteo e Giovanni si sono messi a tavolino dicendo; "Vogliamo scrivere un bel libro su Gesù!".

Detto, fatto. Con un po' di sforzo di memoria, con qualche intervista agli apostoli e a quelli che l'avevano conosciuto di per­sona, i libri sono stati scritti e gettati sul mercato. Quella dei vangeli non è una storia così semplice. E per fortuna! Perché, se avessero voluto fare questo, i nostri quattro autori si sarebbero dimostrati piuttosto scarsi. Come? Scrivono un libro su Gesù e non ci di­cono con precisione quando è nato, dove è nato, a quanti anni è morto, come era il suo aspetto fisico, come era il suo carattere... Praticamente non ci dicono niente di quello che interessa di più i lettori. Un libro così lo sapevano scrivere tutti!

Quella dei vangeli è una storia complicata, lunga e meravigliosa che vale la pena di co­noscere.

 

Il giorno del coraggio

Dopo che Gesù aveva fatto quella triste fine, la paura degli apostoli e degli amici più fedeli faceva no­vanta.

I Farisei, i Sacerdoti, i Sadducei, i Dottori della legge lo avevano detto chiaro e tondo: "Prima tocca a lui, poi pensiamo anche a voi!".

È vero, era risorto... Prima le donne del gruppo poi tutti loro lo avevano visto e toccato, ma questo non li metteva al riparo dalle mi­nacce e dalle botte degli ebrei.

Anzi, proprio per questo, dove­vano stare zitti e non dire niente a nessuno, altrimenti quelli avreb­bero perso subito la bussola: "Come, non vi bastano le rogne che ci ha fatto passare lui, che adesso cominciate pure voi? Vi facciamo vedere noi se è risorto... Continuate con questa storia e vedrete quello che vi succede".

Molti dei discepoli se ne erano tornati a casa loro facendo finta che non era successo niente e cercando di non farsi vedere troppo in giro per evitare le canzonature e gli in­sulti: "Allora, tu non eri andato con quel Gesù per ricostruire il regno di Israele? Come mai sei tornato a fare il pescatore? È brutta la paura, vero? La croce fa male, amico mio!".

Altri, come purtroppo sempre succede, si erano affrettati a cam­biare partito: "Io c'ero andato per curiosità, ma l'avevo capito subito che quelli erano un branco di matti e che Gesù era un illuso!".

Il gruppetto degli amici più in­timi, quelli che tutti avevano visto da sempre accanto a lui, si era chiuso nel cenacolo, la grande stanza nella quale avevano consu­mato la cena pasquale insieme al maestro. Si erano sistemati dentro alla meglio, approfittando del fatto che il padrone era un amico di Gesù. Uscivano il meno possibile e quando erano sicuri di non fare brutti incontri, lasciando alle donne l'incarico di provvedere a quel poco di spesa per mangiare.

Ma chi se la sentiva di mangiare? Capirai! Con tutto quel magone che

si portavano dentro!

- Vi pare bello stare nascosti qua dentro come dei conigli?

- Ma cosa vuoi fare? Gesù ci ha detto di aspettare.

- Se facciamo di testa nostra, combiniamo qualche altro ma­cello.

- Hai ragione. Gesù ci ha pro­messo che non ci avrebbe abbando­nato e sono sicuro che manterrà la promessa.

- È vero, non ha mai promesso niente che non abbia mantenuto.

In realtà, era stata proprio la certezza che Gesù non li avrebbe lasciati soli che li aveva tenuti là dentro e impedito loro di disper­dersi e tornarsene a casa.

Poi era arrivata la mattina dì Pentecoste. Gesù, imprevedibile come al solito, aveva mandato lo Spirito promesso nel modo più im­pensato. Una specie di terremoto aveva scosso la casa, un boato impressionante era corso lungo le strette strade di Gerusalemme e in essi era entrato un fuoco che aveva sciolto ogni incertezza e paura. Pietro aveva spalancato le porte e, alla grande folla che si era radunata là davanti, aveva annunciato:

- Quel Gesù che voi avete croci­fisso, Dio lo ha fatto risorgere e adesso è vivo in mezzo a noi (Atti 2, 22-24, 36).

 

È risorto

Figurati se gli apostoli avevano tempo e voglia di mettersi a scrivere libri! C'era da diffondere un an­nuncio straordinario e incredibile: un uomo era stato ucciso e Dio lo aveva fatto risorgere. E questa era la prova che quell'uomo era il Figlio di Dio, come egli aveva affermato fin dall'inizio.

Non c'era proprio bisogno di scri­vere niente. Tutti, più o meno, a Gerusalemme avevano conosciuto Gesù e lo ricordavano benissimo. Ricordavano i suoi miracoli e anche i suoi discorsi. A quel tempo - come fino a cinquanta anni fa - la gente non andava in giro con l'agenda o il blocchetto per gli appunti, ma con la memoria ben sveglia. Gli ebrei, fin da piccoli, erano abituati a im­parare la Bibbia a memoria e c'erano di quelli che, oltre al testo, imparavano a memoria anche i commenti.

Quello che accendeva l'interesse e stuzzicava la curiosità era ciò che era successo a Gesù dalla morte in poi e la prima predicazione degli apostoli era tutta concentrata lì.

Naturalmente non era per niente facile credere ad una notizia del genere, soprattutto per quelli che non avevano creduto in Gesù. I sacerdoti e i farisei erano verdi dalla rabbia e si sforzavano di met­tere in giro le storie più strampalate.

- Ma che risurrezione! È tutto un imbroglio!

- Allora trovateci il corpo. Eh, dov'è il corpo?

- I soldati di Pilato ci hanno detto che, mentre essi dormivano, i suoi discepoli l'hanno portato via per mettere in giro questa balla (Mt 28, 11-15).

- Ma, se dormivano, come hanno fatto ad accorgersene?

- Dormivano ma... qualcuno non dormiva proprio del tutto.

- E allora perché non glielo hanno impedito? Bei soldati che sono questi romani!

I Sadducei, che non credevano alla risurrezione, non sapevano più che pesci prendere:

- Non sarà risorto, ma un fatto è certo: questi quattro pescatori stanno facendo gli stessi miracoli che faceva lui. Come ce lo spie­ghiamo?

Gli apostoli infatti non si perde­vano in chiacchiere: per dimostrare che Gesù era vivo e presente in mezzo a loro, facevano gli stessi miracoli che egli aveva fatto. Pietro era addirittura impossibile: bastava che la sua ombra sfiorasse un ma­lato perché questi guarisse (Atti 5,15-16).

E, come se non bastasse, la gente che credeva nella risurrezione di Gesù aumentava di giorno in giorno. E non era gente che si accon­tentava di dire:

- Va bene, mi avete convinto, ci credo!

No, vendeva tutto quello che aveva e si metteva a vivere come lui aveva insegnato: da fratelli, met­tendo tutto in comune, senza distin­zione tra schiavi e liberi, tra ricchi e poveri, tra uomini e donne. Poi, il primo giorno dopo il sabato - un giorno che molto presto essi avreb­bero chiamato domenica: giorno del Signore -, essi si riunivano, ascoltavano Pietro e gli altri apo­stoli che ricordavano le parole di Gesù e ripetevano quello che era successo nell'ultima cena consu­mata con lui.

Adesso capivano benissimo quello che Gesù aveva detto quella sera:

- Questo è il mio corpo. Questo è il mio sangue. Quando ne mangiate e ne bevete, io entro in voi e vivo con voi.

La sua presenza era palpabile. Anche un cieco poteva vederla tra quella gente che, sulla fede nella risurrezione di Gesù, aveva comple­tamente cambiato il suo modo di vi­vere.

 

Avvisaglie di tempesta

II Sinedrio, l'organo di governo ebraico vedendo quello che era successo dopo la morte di Gesù, era fortemente preoccupato:

- Uccidendo quell'uomo non ab­biamo combinato un bel niente. Anzi, adesso è peggio. I suoi disce­poli dicono che egli è risorto e la gente ci crede.

- Bella figura ci abbiamo fatto! Quando passiamo per strada, la gente si sbellica dalle risate.

- La colpa è la nostra che stiamo a guardare come pupazzi.

- E che vorresti fare?

- Me lo domandi? Prendiamo i capi e mettiamoli alle strette: o la smettono con queste storie op­pure...

- Hai ragione! Quel Pietro va raccontando lui stesso che, quella maledetta sera del processo, si era fatto mettere fifa da una serva. Chiamiamolo qui davanti e mettia­mogliela noi una bella paura.

L'avevano chiamato, insieme a Giovanni, ma non gli era andata bene. Pietro era un altro rispetto allo spaesato pescatore di prima. Si era messo a fare un discorso che a momenti li convinceva tutti.

- Ma questo dove ha imparato a parlare così bene?

- Cosa gli facciamo a questi due?

- Questi sono pericolosi!

- Mettiamogli una bella paura e proibiamo loro di parlare di Gesù. Vedrete che funzionerà.

Ma non aveva funzionato. Pietro e Giovanni, prima di andarsene, gliele avevano cantate chiare:

- Voi dovreste sapere bene che è meglio obbedire a Dio piuttosto che agli uomini. E noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato (Atti 4, 19). Punto e a capo.

Appena usciti dall'aula del sine­drio, avevano ricominciato a par­lare del risorto e ad organizzare la comunità che ogni giorno diventava pltù grande.

passarono così circa tre anni. La notizia della risurrezione di Gesù prendeva sempre più campo e si stava diffondendo anche fuori di Gerusalemme: vere e proprie folle venivano dalle città vicine per ascoltare gli apostoli e chiedere la guarigione dei malati.

I^l sommo sacerdote, capo del sinedrio, letteralmente inferocito, (Atti 5, 17) decise che era ora di passare alle maniere forti e diede ordine di imprigionare gli apostoli: glielo avrebbe fatto vedere lui se era il caso di farla finita con questa storia. Il giorno dopo, convocò il sinedrio e mandò a prendere i prigionieri. Il capo delle guardie tornò che quasi dovevano reggerlo in quattro.

- Ma cosa è successo?

- I prigionieri non ci sono.

- Come, non ci sono?

- Non ci sono. Sono andato giù. Le guardie stanno davanti alla porta della prigione. La prigione è chiusa, ma dentro non c'è nessuno.

- Ma come non c'è nessunoooo? Io...

In quel momento arrivò un tale che si sforzava di non morire di una risata:

- Quelli che avete messo in prigione stanno nel tempio a parlare al popolo.

- Come? - urlò il sommo sacer­dote infuriato - Andateli a prendere e portateli qui!

Il capo delle guardie prese quattro soldati e partì tutto baldan­zoso, deciso a far loro pagare la figuracela che gli avevano fatto fare ma, arrivato nel tempio, dovette abbassare la cresta perché la gente voleva prenderli a sassate. Allora fece il diplomatico:

- Non vi preoccupate; non è niente di grave: è soltanto una for­malità!

Nel sinedrio, il clima era infuo­cato, il Sommo Sacerdote si mise a gridare:

- Vi avevamo espressamente or­dinato di non insegnare più nel nome di costui (molti notarono che egli non aveva avuto il coraggio di nominare Gesù!), ed ecco che voi avete riempito Gerusalemme della vostra dottrina.

Pietro, a nome di tutti gli apo­stoli, stavolta, tagliò corto:

- È meglio obbedire a Dio piut­tosto che agli uomini, a quel Dio che ha fatto risuscitare Gesù che voi avete fatto crocifiggere.

A queste parole, successe un puti­ferio e i membri del sinedrio vole­vano metterli a morte seduta stante.

Ma Dio ha sempre i suoi assi nella manica.

Una fariseo di nome Gamaliele, che godeva una stima grandissima presso il popolo, ottenuta con fatica un po' di calma, chiese che gli imputati fossero momentanea­mente condotti in un'altra stanza, perché doveva dire cose molto im­portanti. Il sommo sacerdote ac­cettò a malincuore il consiglio e, nel silenzio generale, Gamaliele co­minciò a parlare:

- State attenti a quello che fate! Se questi uomini sono degli imbro­glioni, faranno la fine degli imbro­glioni: fra pochi giorni nessuno si ricorderà più di loro. Se invece quello che dicono è vero e viene da Dio, allora state bene attenti, perché non potete mettervi contro Dio.

I componenti del sinedrio non potevano respingere un discorso posto in questi termini: avrebbero perso la faccia davanti a tutto il popolo, che già li vedeva come fumo negli occhi.

- Va bene, facciamo come dici tu - disse il sommo sacerdote - ...al­meno per adesso. Questo però non vuol dire che quei quattro ignoranti che pretendono di spiegare a noi, a noi che siamo i rappresentanti del popolo e gli interpreti ufficiali dei libri sacri, la volontà di Dio. Frusta­teli come si deve e rimandateli a casa! (Atti 5, 17-42).

Gli apostoli se ne tornarono a casa contenti di aver testimoniato, sulla loro pelle, la fede nella risurre­zione di Gesù. Come avrebbero potuto continuare a dire che Gesù non era risorto, che essi si erano inventato tutto? Uno che ha le traveggole smette di averle quando sente le frustate sulle spalle.

Essi però erano anche preoccu­pati: la tempesta era soltanto stata rimandata perché il sinedrio non avrebbe pazientato a lungo. Biso­gnava rimboccarsi le maniche e darsi da fare per prevenire i colpi.

 

I primi appunti scrìtti

Finora la comunità cristiana era tutta raccolta a Gerusalemme, sotto la responsabilità di Pietro e degli altri apostoli. Cosa sarebbe suc­cesso se essi fossero stati arrestati o uccisi? Chi avrebbe pensato ai po­veri? Chi avrebbe amministrato i soldi ricavati dalle vendite dei campi e degli altri beni?

C'era poi una preoccupazione an­cora più forte: garantire la fedeltà all'insegnamento di Gesù. Gli apo­stoli controllavano di persona che tutto quello che si diceva su di lui fosse assolutamente corrispondente alla verità. Essi ricordavano benis­simo il suo comando: "Neppure una virgola di quello che dico deve es­sere cambiata" (Mt. 5, 18).

Ma cosa sarebbe successo se la comunità fosse stata dispersa? Chi avrebbe garantito che le parole di Gesù, adoperate negli incontri di preghiera, sarebbero rimaste in­tegre? Come ci si sarebbe difesi dai soliti mitomani che si vantavano di aver conosciuto Gesù senza averlo mai visto e che ardevano dalla vo­glia di raccontare le loro fantasie?

Da gente pratica ed esperta della vita, essi sapevano quanto è facile distorcere le voci, ampliarle, trasformarle. Quante volte, nella sua Cafarnao, Pietro aveva sentito rac­contare, come se fossero state vere, storie completamente inventate e liate nel giro delle chiacchiere! tante volte, al contrario, cose vere però diventate incredibili perché rinate dalle esagerazioni e dalle giunte? C'era poi da fare il conto la malignità di quelli che avevano fatto uccidere Gesù e che tentavano in tutti i modi di mettere calunnie sul suo conto.

Bisognava assolutamente intervenire!

 

La comunità si rimboccò le maniche. Qualche apostolo aveva familiarità con la penna. Matteo, per esempio, nel suo mestiere di esattore delle tasse, era stato per anni d'avanti ai libri contabili. Probabilmente fu proprio lui a stendere i primii appunti scritti per offrire alle comunità testi sicuri sempre uguali.

Nello stesso tempo, furono scelti uomini per l'amministrazione beni. Essi furono chiamati dia-servitori, perché il loro compito principale era quello di servire poveri della comunità (Atti 6,1-7).

 

La prima persecuzione

Gli apostoli non si erano sba­gliati. Nel 34, appena quattro anni dopo la morte di Gesù, la persecu­zione scoppiò furiosa e la prima vittima fu proprio il più zelante e coraggioso dei diaconi: Stefano.

Gli apostoli furono costretti a nascondersi in Gerusalemme; tutti gli altri furono dispersi nella Giudea e nella Samaria, lontano il più possibile dai luoghi di influenza del sinedrio (Atti 8, 1-4).

I persecutori pensavano che sa­rebbe stato facile distruggere una comunità ancora giovane e male organizzata: bastava rompere i col­legamenti con i capi, impaurire i più deboli, impedire ad altri di entrarne a far parte.

Successe tutto il contrario perché tutti quelli che erano stati costretti a fuggire da Gerusalemme, dovunque andavano, si mettevano a parlare di Gesù.

Nei suoi tre anni di vita pubblica, Gesù aveva viaggiato attraverso tutta la Palestina, in alcune città, come Cafarnao, si era fermato a lungo; in altri paesi, era passato una volta o due; in altri ancora non era mai andato, ma gli abitanti si erano spostati altrove per ascoltarlo; altri lo avevano conosciuto a Gerusa­lemme, durante i pellegrinaggi an­nuali. Tutti ricordavano con simpatia e ammirazione questo maestro che parlava così bene e che compiva miracoli strepitosi. È fa­cile quindi immaginare l'interesse della gente quando sentivano dire che quel Gesù, quello che era pas­sato di lì, che aveva mangiato in quella casa, che aveva guarito quella donna, che aveva convertito a miglior vita quel delinquente... sì, sì, proprio lui, era risorto.

Molti si convertivano:

- Ma certo! Come mai non lo abbiamo capito subito? Non poteva essere se non il Figlio di Dio. Chi altri avrebbe potuto fare quello che faceva lui?

Ogni convertito diventava a sua volta annunciatore e testimone della risurrezione di Gesù, comin­ciando a vivere come lui aveva detto. La curiosità della gente era vivissima: tutti volevano sapere di più, conoscere più a fondo.

- Cosa è successo a questo Gesù?

- Dio lo ha fatto risorgere dalla morte a cui l'avevano condannato il sinedrio e Pilato.

- Perché mai i nostri capi e Pilato lo hanno fatto uccidere? Come lo hanno fatto morire?

- Lo hanno crocifisso.

- Ma perché lo hanno croci­fisso?

- Perché si era messo contro i Farisei, i Sadducei, i Sacerdoti... contro tutti Ì pezzi grossi.

- Ma questo contrasto da cosa na­sceva?

- Da quello che lui faceva e da quello che diceva.

C'era bisogno di qualcosa di scritto per sostenere questi annun­ciatori pieni di entusiasmo, ma non sempre preparatissimi.

 

Le prime raccolte scritte

Nascono cosi, sempre sotto il controllo degli apostoli, le prime raccolte scritte. Esse erano fatte per sostenere la predicazione orale. Non seguivano lo svolgimento della

vita di Gesù, che molti conosce­vano, ma le esigenze dei predicatori e degli ascoltatori. Esse erano quindi composte per argomenti:

- i fatti riguardanti la risurre­zione.

- il racconto della morte,

- Ì miracoli.

- gli insegnamenti.

Tutto quello che riguardava l'uomo Gesù: dove era nato, cosa aveva fatto da ragazzo, come era fatto fisicamente, che carattere aveva... veniva raccontato a voce. Molti queste cose le conoscevano perché lo avevano visto. E poi. per chi voleva saperne di più, era an­cora viva sua madre, c'erano i suoi parenti, gli amici...

D'altra parte questi particolari non interessavano più di tanto. La gente si convertiva perché lui erti risorto e perché aveva insegnato cose nuove e eccezionali non perché, da bambino, aveva aiutato Giuseppe nella bottega, perché por­tava la barba, perché era bello, perché era stato tre volte a Gerusa­lemme.

 

Il ciclone Paolo

II risultato più imprevedibile e strepitoso della persecuzione fu la conversione di uno dei più accesi persecutori: Saulo di Tarso, chia­mato anche con il nome romano di Paolo.

L'ingresso nella comunità cri­stiana di questo uomo battagliero e instancabile costituì un momento fondamentale per la chiesa di Gesù. Fariseo zelante, abituato a vivere la fede di Mosè in mezzo ai pagani, cittadino romano e quindi con la mente aperta a tutto il mondo allora conosciuto, appena riusci a supe­rare la paura e la diffidenza di quelli che aveva perseguitati, iniziò a spingere perché il vangelo fosse por­tato a tutti.

Non era facile superare le resi­stenze degli ebrei che erano abituati a considerarsi l'unico popolo che Dio si preoccupava di salvare, Ma al vangelo stavano troppo stretti i vecchi confini della religione ebraica e anche Pietro stava com­prendendo che la salvezza di Gesù era per tutti gli uomini.

D'altra pane, le comunità nate lontano da Gerusalemme - e quindi meno legate alla stretta osservanza della legge di Mosè - durante la prima persecuzione, davano ottima prova di sé. La comunità di Antiochia, dove aveva cominciato ad operare Paolo, non aveva niente da invidiare a quella cresciuta al­l'ombra del vecchio tempio degli ebrei. Qui, per la prima volta - siamo intorno al 38 d.C, a circa cinque anni dalla morte di Gesù - i discepoli di Gesù furono chiamati "cristiani" (Atti 11, 26).

Non mancavano però i problemi. Gli apostoli tenevano ancora salda­mente in mano la responsabilità della Chiesa e potevano controllare in prima persona la predicazione su Gesù. Ma le cose si stavano facendo difficili, sia per la diffusione velocissima del vangelo, sia per l'adden­sarsi di nuovi temporali.

Nel 43 circa d.C., Erode Agrippa, nipote di quell'Erede a cui Pilato aveva inviato Gesù per farsi togliere le castagne dal fuoco, scatena una nuova persecuzione: fa uccidere l'apostolo Giacomo, il fratello di Giovanni, e fa imprigionare Pietro. La Chiesa si mette di nuovo in stato di allarme e si prepara a sostenere le difficoltà di una nuova dispersione. Vengono stimolate altre raccolte scritte per le preghiere comuni e per la catechesi, cioè per l'approfondi­mento della fede dei nuovi convcr­titi, in modo che la fedeltà alla parola di Gesù fosse comunque ga­rantita. Paolo, scrivendo ai cristiani di Corinto, ricorda di aver "tra­smesso" loro un testo sulla Cena del Signore che egli stesso aveva "rice­vuto". Chi legge quel brano (I Cor II, 23-26) con un minimo di atten­zione si accorge che è un testo riportato a memoria. Di questi brani ne giravano molti, Paolo ce ne da un altro esempio con il famoso inno della lettera ai Filippesi (Fil 2, 6-11).

Nel 46 d.C., Paolo inizia le sue missioni attraverso il mondo e nel 51, da Corinto, scrive le lettere ai Tessalonicesi. Queste sono i primi testi scritti del Nuovo Testamento. I vangeli, cosi come li conosciamo noi, ancora non esistono. In pochi anni di frenetica attività, Paolo scri­verà numerose lettere (ai Filippesi, ai Corinzi, ai Calati, ai Romani) che le comunità si scambiavano e leggevano con devozione. Queste lettere risultavano abbastanza diffì­cili - anche Pietro le trovava piut­tosto impegnative (2Pt 3, i5-16) perché approfondivano gli insegna­menti di Gesù e li trasformavano in consigli per la vita di ogni giorno.

La situazione era un po' strana: i cristiani potevano avere sotto gli occhi i commenti di quello che Gesù aveva detto ma non possede­vano ancora testi scritti che raccogliessero ìn modo ordinato il suo insegnamento. Era come avere sotto mano un libro con tutte note, ma senza il testo. Affiorava così sempre più forte nei responsabili della Chiesa l'esigenza dì offrire ai cristiani, ormai sparsi in tutto il mondo allora conosciuto, docu­menti ordinati che costituissero un sicuro punto di riferimento per tutte le comunità cristiane e che le mettessero al riparo da "favole arti­ficiosamente inventate" (2Pt 1, 16) che cominciavano a circolare nu­merose e che, con i loro racconti fantasiosi, mettevano a rischio la storicità di Gesù.

Bisognava provvedere.

 

Tre vangeli in uscita: Marco, Matteo, Luca

Agli inizi degli anni 60 d.C., Pietro arrivò a Roma. La piccola comunità di Gerusalemme ormai è un ricordo lontano. Spontaneo e genuino come sempre, egli è orgo­glioso e contento. Gesù, l'avventura della sua vita, poteva essere soddisfatto: il suo vangelo era stato an­nunciato fino ai confini del mondo allora conosciuto.

Il fatto di essere a Roma, la capi­tale del mondo, lo stimolava a cer­care nuovi strumenti per aprire le strade a Gesù e per consolidare la fede di coloro che già l'avevano ac­colto.

In quello stesso periodo, arrivò a Roma anche il suo amico e "carissimo fratello Paolo" (2 Pt 3, 15) per affrontare il tribunale dell'impera­tore. I due si incontravano e si incoraggiavano a vicenda. Tra di loro c'erano state delle divergenze di opinioni e anche qualche scontro piuttosto duro, ma ormai c'era sol­tanto una grande stima. Paolo rico­nosceva in Pietro colui al quale Gesù aveva lasciato il compito di governare la sua Chiesa; Pietro am­mirava in Paolo lo straordinario coraggio e l'infaticabile sete di far conoscere il vangelo anche ai più lontani paesi. Non è difficile imma­ginare i loro discorsi mentre, dal­l'alto di uno dei sette colli, ammiravano quella grandiosa città e la vedevano ormai conquistata e sconfìtta dal messaggio di amore e di fratellanza di Gesù:

- Paolo, le tue lettere sono molto profonde e difficili. Speriamo che i nostri cristiani le capiscano fino in fondo.

- Pietro, non dimenticare che in tutti i battezzati c'è lo Spìrito di Gesù. Ci pensa lui ad aprire i cuori e le menti.

- Hai ragione. Io credo però che sia arrivata l'ora dì raccogliere gli insegnamenti di Gesù in forma or­dinata. Nessuno, quando noi non ci saremo più, deve avere la possibi­lità di falsare quello che il maestro ci ha detto. Tu che ami tanto scri­vere, perché...

- Come ci pensi? lo non ho cono­sciuto il maestro di persona, non ho mangiato con lui, non l'ho ascoltato la sera intorno al fuoco, non l'ho seguito in mezzo alle folle entu­siaste... Poi, appena sarà finita questa storia del processo, voglio andare in Spagna. La parola di Gesù deve arrivare anche là.

- Lo so che vuoi andare in Spagna. Paolo, sei meraviglioso: sei arrivato per ultimo, ma hai fatto più di tutti noi.

- Zitto, Pietro, non mi costrin­gere a ricordare che io vi ho perse­guitato, che ho partecipato alla uccisione del primo cristiano che ha dato la vita per Gesù. Se anche varcassi i confini dell'impero, sarei sempre in debito con tutti voi.

- La tua persecuzione è stata per noi una benedizione, ci ha spinto fuori da Gerusalemme. Gesù ce l'aveva detto che Dio sa ricavare il bene anche dal male... Tornando al discorso di prima, a chi potremmo affidare il compito di ordinare e mettere per iscritto l'insegnamento di Gesù?

- Perché non lo chiedi a Marco? Ti sta sempre vicino come un figlio, è un giovane sveglio, sa scrivere bene. Io posso dirlo a Luca, anche lui ama scrivere e lo sa fare moltobene.

Sicuramente Pietro dovette darsi una manata sulla fronte:

- Come ho fatto a non pensarci prima? Marco è la persona adatta.

Marco accettò di buon grado e si mise subito all'opera.

Raccolse i testi scritti che erano in circolazione, li mise in ordine, li completò con i ricordi vivi di Pietro e nell'anno 64 d.C., fece alla Chiesa il dono del primo vangelo.

Pochi anni dopo, uscirono anche i vangeli di Matteo e di Luca. Questi tre libri - chiamati sinottici perché, messi vicini, possono essere letti con un solo colpo d'occhio dal momento che, almeno apparente­mente, sono quasi simili e utiliz­zano molto materiale comune -ebbero una diffusione straordinaria e spazzarono via i tanti libricini che cominciavano a pullulare che, in seguito, avrebbero dato vita ai van­geli chiamati "apocrifi": falsi, non autorizzati.

 

Il vangelo di Giovanni

Nel 67 d.C., durante la persecu­zione di Nerone, Pietro e Paolo furono uccisi a Roma. La giovane Chiesa di Gesù, senza armi e senza potere, sembrava dovesse crollare sotto i colpi dell'impero più grande che la storia avesse mai conosciuto. Invece il sangue dei martiri diven­tava seme di nuovi cristiani e coloro che invocavano il nome dì Gesù si moltipllcavano ogni giorno.

Verso la fine del primo secolo, i cristiani erano diventati una po­tenza in grado di contrapporsi con il loro messaggio di fratellanza, di pace, di uguaglianza, di amore per i più piccoli e poveri al vecchio im­pero romano basato sulla forza delle armi e sul lavoro degli schiavi.

Giovanni, l'apostolo amato da Gesù, sopravvissuto alle torture della persecuzione, viveva relegato a Patmos, un'isoletta del mare Egeo. Era molto vècchio, tanto che si era sparsa la voce che non sarebbe mai morto, ma la sua testa era sveglia, la sua fede fortissima e il ricordo del maestro vivissimo. Da Patmos, egli scrisse l'Apocalisse, un libro che dava coraggio ai cristiani impauriti dalla persecuzione, sve­lando quello che sembrava una cosa incredibile: Roma sarebbe crollata e Gesù avrebbe trionfato su quel regno e su tutti i regni che lo avreb­bero seguito.

Poi si era stabilito ad Efeso. Qui, incoraggiato e attorniato dai suoi discepoli, aveva deciso anche lui di scrivere il vangelo. Egli conosceva bene i libri dei suoi amici e non aveva nessuna intenzione di scri­verne un altro simile. Lasciò da parte tutti i fatti conosciuti, ne scelse alcuni che essi avevano ta­ciuto e li raccontò in forma di meditazione, per aiutare i cristiani ad approfondire la loro fede e la loro vita cristiana. Il suo vangelo uscì nel 96 circa d.C.

 

Quattro libri per un solo Gesù

Non era pericoloso avere quattro libri che parlavano di Gesù? Non sarebbe stato meglio metterli in­sieme e farne uno soltanto, più completo? Molti cristiani erano - e sono tuttora! - di questa idea ma gli apostoli non ne vollero sapere.

- Questi libri non parlano di un uomo che è morto e sepolto come tutti gli altri pezzi grossi della storia - dicevano gli apostoli ai più insi­stenti: - ma di un uomo che vive in mezzo a noi. Anzi, questi libri sono la sua parola vivente per noi e per tutti coloro che verranno dietro di  noi. Come si fa a racchiudere in un libro uno che vive?

Non era facile convincerli!

- Ma così le cose non vanno bene! Matteo mette certi episodi come fossero successi all'inizio, Marco li colloca alla fine della vita; Matteo fa parlare Gesù sul monte e invece Luca in pianura; Giovanni poi certe cose non le riporta per niente. Così non va bene: la gente si confonde.

- Lo volete capire che questi noi sono libri come gli altri? I fatti e le parole di Gesù ci interessano non perché sono accaduti qui o là, prima o dopo, ma perché hanno la capacità di cambiare la vita degli uomini e delle donne di tutti i paesi de| mondo e di tutti i tempi.

- Va bene, però i quattro evangelisti potevano mettersi d'accordo!

- Ma niente affatto! Essi hanno scritto per persone ed esigenze diverse e ognuno di essi ha fatto notare un aspetto del Maestro!

Come si fa a racchiudere tutta l'infi­nita ricchezza di Gesù in un rac­conto solo? Per capire qualcosa della terra, noi ci serviamo dei punti cardinali: essi sono quattro ma la terra è una sola... Sono quattro e nemmeno bastano perché dobbiamo ricorrere al Nord-Est, Sud-Ovest... È lo stesso per Gesù, tutti i libri della scrittura parlano di lui.

Questi ragionamenti, per quanto giustissimi, non calmavano il desi­derio di saperne di più. Quelli so­prattutto che avevano conosciuto Gesù personalmente non si rasse­gnavano a non vedere i loro ricordi riportati dai vangeli, che si stavano diffondendo nel mondo con una rapidità allora impensabile... I libri di allora erano in realtà ingom­branti rotoli di pergamena.

Marco, Matteo e Luca non si sal­vavano.

- Luca, ti sei dimenticato di quella guarigione strepitosa com­piuta a Cafarnao.

- Marco, come mai non hai ripor­tato quel meraviglioso discorso che il maestro fece quella sera a Gerusa­lemme, nel tempio?

- Matteo, hai lasciato proprio la parabola più bella, quella che mi convinse a diventare suo disce­polo.

...Ma i libri rimasero come erano. Gli evangelisti avevano una cer­tezza: quello che era uscito dalla loro penna era quello che il Signore voleva che fosse ricordato. Durante il loro lavoro, essi lo avevano sentito sempre presente accanto allo scrittoio. Era come se non fossero stati loro a scrivere, ma lo Spirito di Gesù.

I più incontentabili speravano in Giovanni. Si sapeva che l'apostolo, ormai vecchissimo ma lucido come un ragazzo, dietro le pressioni di tutti quelli che lo conoscevano, stava cedendo e si apprestava a scrivere il suo vangelo.

Ma anche Giovanni, pur riportando fatti che gli altri avevano tralasciato, non aveva nessuna in­tenzione di scrivere per i curiosi. Tutt'altro: il suo vangelo sarebbe stato quello che avrebbe tentato di far entrare i cristiani "dentro" al maestro, di metterli in contatto con i suoi sentimenti più intimi.

Come cavarsela con i curiosi di allora e di tutti i tempi?

Giovanni, che Gesù aveva chia­mato "il figlio del tuono" per la sua irruenza ma che ormai era diven­tato paziente e comprensivo, chiu­derà il suo vangelo scrivendo: "Vi sono ancora molte altre cose com­piute da Gesù, che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere" (Gv 21, 25).

Queste parole non placavano la curiosità di allora e non placano la nostra. Però esse ci fanno capire che nei quattro vangeli troviamo tutto quello che ci serve per ascoltare Gesù, per conoscerlo e per entrare in dialogo con lui.

 

Il quinto vangelo

 

II quinto vangelo lo scrive ognuno: ogni uomo, ogni donna, ogni ragazzo che si mette in ascolto della sua parola. Gesù infatti è il Risorto, non è sepolto né a Gerusa­lemme né nelle pagine di un libro. Egli è vivo e ci parla. Sempre. Basta imparare ad ascoltarlo.

 

Esplosione 2: Torna indietro