VITA DEL BEATO

GABRIELE FERRETTI

 

 

UN SANTO PATRONO

PER I GIOVANI

 che debbono operare una scelta di vita

 

Contrariamente a quanto fece il giovane del Vangelo egli lasciò le sue grandi ricchezze e seguì Gesù nella povertà e nell’umiltà, divenendo così esempio e stimolo per “i giovani” che devono operare una scelta di vita per seguire Gesù nella rinuncia ai beni terreni (cfr. Mc.10,17-31)

 

Mentre usciva per mettersi in viaggio, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre». Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: và, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi». Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni.

Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio!». I discepoli rimasero stupefatti a queste sue parole; ma Gesù riprese: «Figlioli, com'è difficile entrare nel regno di Dio! E' più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Essi, ancora più sbigottiti, dicevano tra loro: «E chi mai si può salvare?». Ma Gesù, guardandoli, disse: «Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio! Perché tutto è possibile presso Dio».

Pietro allora gli disse: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». Gesù gli rispose: «In verità vi dico: non c'è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo, che non riceva già al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna».

(Mc.10,17-31)

 

Il Beato Gabriele nacque in Ancona dalla nobile famiglia dei Conti Ferretti nel 1385. Il Conte Liverotto, suo padre, e Alvisia, sua madre, educarono Gabriele alle più squisite virtù cristiane, specialmente alla purezza che traspariva dal suo comportamento angelico. A 18 anni si fece Religioso francescano nell'Ordine dei Frati Minori. Nel chiostro studiò filosofia e teologia con raro profitto, per cui, ordinato Sacerdote, si dedico con frutto alla predicazione, convertendo molti peccatori. Ebbe da Dio il privilegio di conoscere il futuro, e il dono di guarire i malati con il semplice segno della Croce o al contatto della sua tonaca. Nutrì tenera devozione alla Vergine Santissima, che spesso gli appariva con il Bambino Gesù tra le braccia nel silenzio della cella o nel bosco del Convento. Il 12 novembre 1456, dopo una vita piena di virtù e di miracoli a favore degli umili e dei sofferenti, dolcemente spirava. San Giacomo della Marca, ai funerali solennissimi, ne tesseva l'elogio dinanzi al Vescovo, al Senato e al popolo Anconitano. Presso le sue spoglie incorrotte, che si venerano nella Chiesa di San Giovanni Battista in Ancona, si moltiplicano da secoli grazie e miracoli; e i malati, benedetti con l'olio della lampada del Beato Gabriele, ottengono la sua celeste protezione.

Il Papa Beato Pio IX (Giovanni Maria Mastai Ferretti), beatificato il 3 settembre 2000 da Giovanni Paolo II, è un discendente del Beato Gabriele, attraverso i Conti Ferretti di Ancona, che provengono ancor più remotamente dalla Svizzera e dalla stirpe “germanica” ed era molto devoto al suo antenato, alla cui intercessione attribuiva una particolare protezione per lui e per la Chiesa.

 

 

http://www.lavoce.an.it/indice%20religione/gabriele%20ferretti/capitolo%201.htm

 

http://www.fuocovivo.org/MOVIMENTO/la%20miracolosa%20traslazione.html

 

 

 

 

VITA DEL BEATO GABRIELE

DEI CONTI FERRETTI

FRATE MINORE

COMPATRONO DELLA CITTA’ DI ANCONA

 

Biografia scritta da Padre GIULIO MENCARELLI

 

PREFAZIONE

 

Scrivere la vita di un Santo significa esporsi a un duplice pericolo: lavorare invano rispetto a un pubblico disattento o impoverire e falsare la prospettiva più bella del protagonista. Il pubblico ama il giornale d'informazione politica e sportiva, la rivista illustrata di attualità mondana, i fumetti di avventure eroiche, i settimanali umoristici e persino immorali; solo raramente si compra un libro che non sia un romanzo di moda per la celebrità dell'autore e per le polemiche che ne sono, per esso, derivate. Gli spiriti sono disorientati dal frastuono pubblicitario e dalla réclame cinematografica, in modo tale che con difficoltà ci si curva per una lettura seria, che sia priva di queste attrattive esterne.

            La nostra penna coglie facilmente i tratti appariscenti e palpabili della vita quotidiana: ogni creatura tende a ciò per educazione, per imitazione e per istinto. Lo sforzo di esprimersi comincia quando si tenta di illuminare i moti reconditi dello spirito, la tacita ascesa della santità, il mistero di Dio e la tragedia che si nasconde nel cuore umano. In genere, la vita del Santo è priva di azioni scenografiche e chiassose che possono richiamare l’attenzione: lavorìo tutto interiore, partecipazione integrale ad un programma 1ungamente vagheggiato, mondo di esperienze soprasensibili e spirituali.

            Il Padre Giulio Mencarelli, in questa breve vita del Beato Gabriele Ferretti, in occasione del quinto centenario della morte, ha superato brillantemente l'uno e l’altro pericolo, presentando un libretto attraente come un settimanale, e cogliendo nella tenue trama gli intimi palpiti del suo eroe. La biografia, infatti, che non ha nulla dello schema tradizionale e non si appesantisce in ricerche storiche o in tirate polemiche, procede, agile e svelta, per quadri cinematografici e visioni intuitive che si animano dei diversi scenari: dall'apparizione della Vergine nel bosco, al "fioretto" d'umiltà di fronte a San Giacomo della Marca; dalla descrizione della peste cittadina al racconto della morte a "San Francesco ad Alto". Le tappe stesse della vita non sono rivissute in sé, ma riassunte in cornici che ne allargano il respiro e ne fanno gustare il lento procedere; è un naturale svilupparsi di interessi, un progressivo rivelarsi di una forte personalità, come pilastri di un ponte maestoso o quadri di una superba galleria: il Conte Ferretti, il Francescano, il Superiore, il Santo.

Quest’ultima caratteristica non sorprende il lettore che ha già tutto intravisto nel capitolo introduttivo: "Il vero volto del Beato”. La sua "Vita" non consiste nella rievocazione di date cronologiche o nei frammenti di esistenza biologica, ma nel perenne avvicinarsi al suo schema interiore, nella tensione verso l’ideale, ove si trasfigurano le suggestioni del titolo nobiliare, la spiritualità dell’abito francescano e la missione di Superiore. Nella febbre di Dio, nel fervore di ogni giorno, nell'ansia di un desiderio ineffabile, nella sete struggente di un'acqua soprannaturale è il filo conduttore, il segreto di questa biografia. La quale non si ferma sul sepolcro del Beato Gabriele, procedendo nei secoli a decantarne il culto e a ricordarne le vicende della devozione.

Vi penetrano così narrazioni di episodi commoventissimi, accenni di umane miserie e squisiti ricordi di solidarietà fraterna. Non solo, ma con la storia del Beato Gabriele, il Padre Giulio Mencarelli ha toccato sobriamente la genealogia della illustre famiglia dei Conti Ferretti, i fasti dei Francescani in Ancona e la operosità ardente di oggi, ove si rivela la non mai interrotta vitalità di una azione che tende ad allargarsi sempre più per tutti stringere in un abbraccio di fraternità operosa e fattiva.

Il popolo di Ancona che vide il Beato Gabriele coraggioso assertore di carità cristiana e di amore patrio, ha potuto vedere, nel recente passato, durante la furia della guerra devastatrice, gli umili figli di San Francesco ancorati sulle rovine fumanti del convento di San Giovanni di Capodimonte, curvarsi su tutte le miserie, penetrare nei più umili tuguri e sfamare migliaia di bisognosi. Sono pagine di epica grandezza, sono squarci di cielo sereno su un mondo arso dall’odio e spasmodicamente proteso verso mète che solo la presenza di Gesù e dei Santi può giustificare e rendere attuabili per il progresso dell'umanità.

Padre ARMANDO QUAGLIA

 

Capitolo I

IL VERO VOLTO DEL BEATO

 

IL BOSCO DEGLI ANGELI

            Uno scultore del secolo quindicesimo ci ha lasciato un bellissimo mezzo rilievo (oggi nel Museo di Ancona), raffigurante l'immagine della Vergine, che con il Bambino al seno appare tra un bosco di pini al Beato Gabriele Ferretti (1).

            Questo delicato lavoro, che viene dall’ex convento dei Frati Minori di “San Francesco ad Alto" (2), ha fissato nel marmo il più dolce episodio dell’ex Conte Ferretti.

            La lunetta artistica commenta i colloqui di Frate Gabriele con la Madre di Gesù, tra i pini del suo convento (3).

Maria, dice lo storico, conduceva spesso al nobile Gabriele, Gesù tra schiere angeliche; e, nel silenzio verde di “San Francesco ad Alto” si elevavano squisite melodie d’amore. Questa tenerezza per la Signora tutta pura, aveva chiamato il cielo fra gli alberi del bosco, dove Gabriele saliva estatico nella contemplazione della gran Madre di Dio! La selva del convento era diventata sacra come la Chiesa; i pini formavano con le loro punte come le guglie di una maestosa cattedrale; nel bosco abitavano gli angeli. Quando Gabriele pregava, essi erano là a portare in alto le preghiere; quando la Madonna appariva, essi erano schierati su nuvole invisibili e facevano corteo a Gesù che, dal seno di Lei, benediceva... (4).

 

LA LEGGENDA DEI PINI

Così la storia del bosco degli angeli.

            E questa storia è restata inviolata, per cui tu non puoi pensare al Beato Gabriele senza ricordare il bosco dei pini, le apparizioni di Maria, le schiere angeliche, il fraticello estatico: è l'immagine inconfondibile e vera del Conte Frate.

            I pini di "San Francesco ad Alto" (5) tramandarono questa meravigliosa leggenda: essi raccolsero fedelmente i sospiri di un dramma celeste, che di quando in quando si riproduceva nel bosco del convento! In questo dramma vivo sta tutta una storia vera, quella del nobile Conte Ferretti, che si era fatto figlio di Frate Francesco.

            Anche Carlo Crivelli (6) se ne ricordò: e quando gliene parlarono, egli, che non aveva visto l’ex Conte Frate, interrogò i pini…

 

LA FEDELTA’ DELL'ARTE

            Là, nell’orto del convento, era restato il bosco e il pino annoso sulle cui fronde, come in un nido, la Vergine appariva tra nubi candide, con il Bimbo al seno! Il genio dell'artista veneziano, in quegli anni celebre (7), colse tutta l’anima di quel dramma e lo fissò sulla tela.

La figura di Gabriele estatico, ginocchioni davanti alla Vergine, che appare tra i pini, in un corteo di angeli, resta così consacrata.

            La tua fantasia, o lettore, e la mia, animata dalla devozione plurisecolare, vedrà sempre così il Beato di Ancona; l’arte ha toccato a meraviglia l'episodio che commuove la pietà cristiana; essa è in sintonia perfetta col nostro cuore credente; essa sintetizza la vera vita del Beato, per cui nessuna mano d'artista se ne potrà più distaccare; e se, anche oggi, tu sali il Colle Astagno, vedi troneggiare sulle Spoglie gloriose del Conte Frate una tela (8), che il Parocel ha dipinto con l’animo invasato dalla leggenda che i pini raccontano.

 

LA TRAMA SCINTILLANTE

            Non fa meraviglia, che il Conte Ferretti si abbandonasse a questa storia prodigiosa d'amore.

Egli apparteneva alla schiera dei cavalieri (9), che Francesco d'Assisi aveva lanciato nel torneo per la gloria della grande Castellana d'Italia (10). E bisognava conquistare il primato della devozione e dell'amore alla Donna tutta pura ed immacolata.

Era ancora fanciullo, ma come per istinto si era dedicato al servizio della celeste Signora!

Alvisia Sacchetti-Ferretti, la contessa madre, aveva scoperto questo gioco incantevole della Grazia di Dio; la tela si ordiva piano piano,  e gli appuntamenti di Gabriele con le deliziose immagini di Maria, si moltiplicavano…; finché venne il giorno in cui gli agi e le grandezze della casa paterna non gli dicevano più nulla; tutto era scialbo! tutto, una delusione! tutto, una malinconia!

Per questo si rifugiò nel romitorio di Santa Maria.

 

NEL ROMITORIO DI SANTA MARIA

            Sul monte Astagno, tra il bosco di pini, sorgeva un umile oratorio (11), dedicato alla Vergine del Cielo. Intorno intorno i Frati Minori avevano costruito capanne per raccogliersi nella gioia della preghiera e della penitenza...

            La tradizione vuole che Francesco d’Assisi (12) abbia indicato tale luogo ai suoi Frati come il più adatto alla preghiera e, salpando per l'Oriente, abbia comandato di edificare un conventino accanto all'oratorio della Vergine. I Frati Minori incominciarono così ad abitare il bosco dei pini, ed erano come la guardia d’onore della Madonna.

            Da Capodimonte, la Ancona medievale si distendeva verso il Guasco; quella cima verde aveva richiamato il cuore di Gabriele...; fu lassù che l'idillio del Conte Ferretti con la mistica Signora degli Angeli, sfociò nel più bel dramma fiorito di meraviglie e di apparizioni.

            Tra queste meraviglie si dipana la vita quotidiana del Beato Gabriele; e tra colloqui segreti, estasi, canto di Angeli, sorrisi di Maria, Egli scrive il suo poema di amore per la Gran Madre di Dio!

            A colloquio con i confratelli, parla sempre di Maria; scendendo verso la sua città, invita i fanciulli ad onorare Maria; quando istruisce il popolo, si fa, dal pulpito, cantore innamorato delle glorie di Maria...; esorta tutti alla devozione più tenera e all'amore più cordiale per la Madre del divino Amore!

            L’ampia distesa azzurra dell'Adriatico è, per il Beato di Ancona, solo un canto alla Stella del mare; la cima del Monte Conero (13), e tutto quel promontorio che disegna il golfo dorico, è un ricordo di Maria, torre di fortezza; il verde del bosco, che racchiude il romitorio nel profumo delle sue resine e dei fiori, è la sua più verde speranza in Maria; il cielo, la terra, gli uomini, le cose, ogni atomo, ogni sospiro... sono tutte sillabe del poema universale che il suo cuore fa scandire alla natura e fa intonare da tutto l’universo a Maria.

 

MARIA IL TEMA

            Nel convento di “San Francesco ad Alto" c'erano i fratini (14). Cari giovinetti! come Gabriele, lasciando la madre terrena e la casa paterna, per seguire l’ideale francescano, essi devono innamorarsi di Maria.

            Intanto il Beato ha avuto dai Superiori un compito delicato: educare la gioventù dell’Ordine Serafico.

            Lo spirito, l’anima, della più bella pedagogia non poteva essere che Maria; il tema, la gran Madre di Dio; il motivo dominante, la Vergine; tutti gli affetti, i più puri, per la Regina del Cielo!

            La Madonna gradì l’omaggio e ricompensò visibilmente il Conte Frate.

 

GIGLI E ROSE D’ORO

Un giorno, divenuto Superiore del convento di Ancona, comandò ad un fratino, di nome Luigi, di recitare ogni giorno la corona della Beata Vergine (15).

            Ma per una volta fra Luigi aveva dimenticato la recita del Rosario; e, quando il novizio si recò alla mensa, il Beato, interiormente illuminato di ciò, ingiunse al fratino di levarsi dalla tavola e andare in chiesa a compiere l'atto di devozione a Maria. Era trascorso del tempo, ma il novizio tardava a ritornare in refettorio; mandò quindi un altro religioso per vedere… Una visione straordinaria trattenne anche il secondo religioso: un angelo aleggiava sul capo di fra Luigi, che pregava la Vergine, e mentre le labbra del novizio dicevano “Ave Maria”, l'angelo infilava rose e poi, al Gloria, un giglio d'oro… dieci rose e ancora un giglio d'oro....

Nel frattempo si mosse il Beato Gabriele e, giunto in Chiesa, assistette con gli occhi pieni di lacrime all'incantevole spettacolo. Quando la recita della corona terminò, l’angelo depose il serto prezioso sul capo del novizio e disparve (16)!

            Il fratino del Beato perseverò poi fino alla morte nella vera devozione all'Immacolata.

            Per molti anni nella chiesa di "San Francesco ad Alto" proprio presso l'altare di Maria, nel luogo che era stato teatro di quella visione, restò un soave profumo di rose e di gigli (17).

 

IN MARIA IL SOLE DELLA PUREZZA

            Gabriele si accendeva così sempre di più all’amore per la sua Regina; ne imitava ogni virtù; si esercitava nell'umiltà, la virtù principale della Madonna; e vegliava presso il suo altare senza mai stancarsi. Ma il suo volto si irradiava di luce quando Maria gli appariva tra i pini del convento e le sue pupille balenavano i raggi della purità del cuore.

            E quando più tardi, trasfigurando la sua giovinezza sopra l’altare di Dio, sentirà la gioia quasi infinita di essere sacerdote, la stessa luce del bosco entrerà nella chiesa per vedere finalmente il cantore di Maria, divenuto portatore di Gesù.

            Nel convento, San Francesco gli aveva parlato di penitenza, perché il giglio si difende con le spine, e la sua purezza trionfò in un profumo liliale; sull'altare, Maria gli affiderà il suo purissimo Figlio Gesù, perché al passaggio di Gabriele il mondo ritrovi l’innocenza!

La sua vita fu così una festa; ed il suo volto è Maria.

 

IL SUO VOLTO E' MARIA!

            Gabriele servì così la Madonna, da autentico cavaliere senza macchia e senza paura; e la Regina degli Angeli gli dà la sua impronta: difende il suo "angelo" e predilige il suo "sacerdote".

            Ancona sentì nel Beato tutta questa sintesi festosa; tutti gli accordi soprannaturali tra la Madre ed il Figlio!

Ed è naturale che i nostri occhi non si stanchino di rimirare questi bozzetti di limpida poesia: l’estasi di Gabriele tra i pini del convento, le apparizioni di Maria, il Bimbo al seno..., mentre i Cherubini stanno a contemplare.

 

 

Capitolo II

IL CONTE FERRETTI

 

I GENITORI DEL BEATO

Il Padre Antonio Talamonti (1), illustre storico francescano, nella sua opera: "Cronistoria dei Frati Minori della Provincia Lauretana delle Marche", inizia a tracciare le gesta del Beato Gabriele, così: "Questo santo Religioso, gloria della città di Ancona, onore dell’Ordine Serafico e della provincia Lauretana (2), come fondatamente si deduce dalle diverse epoche della sua Vita, nacque circa il 1385 (3), dalla signora Alvitia (Alvisia) di Simone Sacchetti e da Liverotto Ferretti podestà e capitano del popolo di Firenze, podestà di Genova e di Brescia, ambasciatore della sua città alla Sede Apostolica.

            Gli onorifici impieghi e le alte cariche occupate dal conte Liverotto ci dimostrano i singolari meriti del padre del Beato e la grande considerazione in cui era tenuta la famiglia Ferretti, la quale fin da quei tempi vantava antica e nobile origine”.

 

LA GENTE FERRETTA... IN ITALIA

            "Essa infatti discendeva dal conte Antonio, oriundo da illustre stirpe germanica. Il pio Conte, circa il 1228, dalla sua patria si recò in Italia, per recare aiuto alla Santa Sede contro Federico II, e prese dimora nella città di Ancona " (4).

            "I Ferretti, stabilitisi in Italia e divenuti Signori del piccolo paese,  che da loro prese il nome di Castelferretti, molto si distinsero nel valor militare, nelle cariche civili e nelle ecclesiastiche dignità" (5).

            Qui ci dobbiamo fermare, perché lo spazio e lo scopo del presente lavoro non ci consentono di illustrare le gesta della nobile famiglia, donde il Beato ha sortito i natali.

 

IL SUO NOME: GABRIELE

            Il conte e cavaliere Liverotto era nato in Italia dal Cavalier Francesco, primo conte di Castelferretti. Nel 1378 impalmò la nobile fanciulla Alvisia di Simone Sacchetti (6) portando in casa Ferretti una ricchissima eredità.

            Ma la più grande dote degli illustri sposi e la più grande eredità furono i loro numerosi figli (7), che si distinsero per nobiltà, scienza e virtù.

            Tra i dieci figli maschi, il fiore più bello della nobile coppia Liverotto e Alvisia Ferretti, fu il Beato di Ancona.

            Il Servo di Dio nacque nel 1385 e mamma Alvisia lo volle chiamare Gabriele. Questo nome fu un dolce presagio per la vita del fanciullo: angelico come l’Arcangelo Gabriele, santo come un messaggero di Dio.

 

UNA PAGINA BIANCA

            I suoi primi passi sfuggono alla penna dello storico; tuttavia è pacifico che Mamma Alvisia improntasse l’educazione del fanciullo alle più sode virtù cristiane. E se la nobiltà del casato esigeva nel piccolo Gabriele una vita principesca, l’amore di Dio costruì nel tenero fanciullo un ricco edificio di bontà.

            Squisiti accenti di pietà; commoventi atti di rinuncia del piccolo conte; una deliziosa pietà verso la Madonna, sono le prime conquiste del Beato Gabriele.

Il tempo ci ha rubato anche il giorno fatidico della sua Prima Comunione. Ma ci piace ripensare a quell’incontro angelico di Gabriele con il suo Dio Eucaristico, come il preludio il più dolce, al giorno in cui si presenterà solennemente all’Altare col crisma di Sacerdote di Cristo!

Forse Gesù sarà disceso nel suo cuore fra tanta festa in casa Ferretti: nella cappella del palazzo le torcie e i candelabri si saranno moltiplicati in un incendio fantasmagorico per la Prima Comunione del Contino, simbolo di quell’incendio mistico, che ardeva nel suo cuore per Gesù.

Così ci è lecito ricostruire la pagina più bianca della fanciullezza di Gabriele.

            Questo è l’episodio, che deve aver sintetizzato tutta la sua adolescenza fino al giorno in cui, per rispondere a Cristo, lascerà il palazzo per il romitorio dei Frati Minori a Santa Maria ad Alto.

 

 

Capitolo III

FRATE GABRIELE

 

FRANCESCO NELLE MARCHE

            Nel secolo XIII il Poverello di Assisi, San Francesco, si era spinto dall’Umbria fino alle Marche. Al suo passaggio gli uomini rimanevano attoniti e le sue parole penetravano gli animi. Soprattutto li trascinava l’esempio di una vita vissuta secondo lo spirito evangelico. Alcuni lo disprezzavano; le donne lo compassionavano; i bambini lo volevano vedere…; era vestito rozzamente come un uomo dei campi, ma gli spiriti forti intuivano negli occhi del Santo umbro il sublime ideale della povertà.

            Dietro di lui corsero i giovani, i generosi, i cuori puri, i cantori della vita vera, i conquistatori. Le Marche furono scosse da questa parola che veniva dall’Umbria; lo fecero proprio, e in pochi anni tutta la regione conobbe il movimento francescano.

 

AD ALTO, AD ALTO!

            Il fenomeno prese proporzioni vaste, e ogni paese desiderava avere qualcuno dei seguaci del Poverello; almeno una casa, nel proprio territorio, di quei frati, che il Santo umbro aveva chiamato per umiltà "minori".

            Ancona, adagiata come una matrona sulle pendici del Guasco, aspettava con tale animo il Poverello. Dal suo golfo, San Francesco avrebbe salpato per l’Oriente.

            Al suo arrivo nella città dorica, il popolo e il Senato gli aprirono le braccia come ad un loro concittadino; quindi lo pregarono di lasciare, come pegno certo della sua considerazione, qualcuno dei suoi frati, che predicasse,  che facesse loro del bene...

            Alle richieste insistenti, San Francesco indicò il luogo, dove i suoi frati avrebbero dovuto abitare. "Ad Alto, ad Alto!" prese a dire il Santo, indicando il colle Astagno, che sovrasta la città e che era ricoperto di pini (1).

            Su Capodimonte i francescani piantarono le tende. San Francesco intanto partiva per l’Oriente con il desiderio di convertire il Sultano dell'Egitto, e vedere i Luoghi Santi...

            Quando ritornò, il popolo anconitano aveva costruito tra i pini del colle Astagno il conventino per i suoi Frati, intorno alla chiesina dedicata alla Vergine Santissima.

Il convento era situato nel pendìo del colle; poi, nella infausta soppressione delle famiglie religiose, avvenuta nell’anno 1861, fu chiuso e requisito dal governo (2); oggi rimane la sola struttura dell’antico convento di "San Francesco ad Alto" che, con la aggiunta di recenti fabbricati, è stato trasformato in Ospedale Militare (3).

 

… IN VIA DEL COMUNE

Il Conventino di Santa Maria ad Alto, costruito fin dai primordi dell'Ordine Francescano (4), era mèta continua degli anconitani.

            I Frati Minori crebbero di numero; e i fedeli sentivano insufficiente la chiesina di Santa Maria, per cui, aderendo al desiderio del popolo e dei magistrati di Ancona, i Frati Minori edificarono un'altra casa in Via del Comune, proprio al centro della città che fu chiamata "Santa Maria Maggiore" e poi "San Francesco alle Scale" (5). Il popolo così ebbe due conventi di frati francescani; e mentre "San Francesco alle Scale" (6) era più capace per ospitare i frati e più comodo per i fedeli, Santa Maria ad Alto era più riposante per lo spirito e per la preghiera.

 

IL CONTE A S. MARIA AD ALTO

            Gabriele aveva tanto pregato da giovanetto, perché il Signore illuminasse il suo cuore.

Conte non sarebbe stato; no, proprio non lo sentiva.

            La vita galante della sua casa patrizia, sebbene mamma Alvisia e il conte Oliverotto fossero sinceramente cristiani, era in netto contrasto con le sue segrete aspirazioni e non lo rendeva felice.

            Sentiva prepotentemente il bisogno di evadere dalla vita comune della sua famiglia.

            Il senso della solitudine e della preghiera si era approfondito nel suo cuore.

            Lo spirito di fortezza gli faceva disprezzare ormai ogni delicatezza e tutti gli agi della sua famiglia cospicua e patrizia.

            Cristo era nato povero e chiamava beati coloro che fossero distaccati dalle ricchezze e comodità della vita terrena; beati coloro che fossero puri di cuore, perseguitati... Gabriele intuì profondamente il Cristo, ed ora cercava la soluzione.

            Quei frati minori di Santa Maria ad Alto, che di quando in quando bussavano al suo portone per chiedere la carità cristiana, avevano senz'altro lasciato qualche traccia nel giovane contino di Casa Ferretti.

 

A 18 ANNI

Nell'alterna vicenda tra la vita mondana e la conquista delle virtù, Gabriele aveva scelto: sarà francescano!

            Nelle sue vene scorreva sangue nobile; per ciò i parenti non si potevano rassegnare che il contino vestisse una tonaca di bigello, camminasse scalzo, si radesse il capo, e andasse perfino ad elemosinare!

            Forse la mamma avrà anche pianto dinnanzi alla decisione del suo caro Gabriele. Ma Cristo chiamava: e il conte Ferretti, superando ogni ostacolo, ogni opposizione, seppure dolce, dei buoni genitori, diede addio al sangue nobile, alla sua casa, ed entrò nella famiglia dei francescani.

            Il sentimento si era ribellato, ma Gabriele aveva vinto il cuore come un re!

 

A CAPODIMONTE

Giunto a Capodimonte Gabriele si vestì da frate minore (7). La storia non ci ha tramandato nulla di questo fatto, neppure la data, ma con orgogliosa certezza ha puntato il dito sull’episodio centrale: il conte si è fatto frate!

Non vedi, lettore, i velluti e lo spadino, i ricchi calzari, la cinghia tempestata di gemme del contino, abbandonati per terra davanti all'altare di Santa Maria ad Alto? E non vedi lui, il contino Gabriele, scalzo, raso, con il sacco di San Francesco sulle spalle e la corda ai fianchi?

La fantasia corre a ricostruire la scena; le immagini si frangono come onde e si rincorrono in visioni cariche di sentimento: Ancona patrizia, la Gente Ferretta, la nobiltà del sangue, alle spalle; davanti, l'altare della vita religiosa, e lui, il contino, candidato al sacrificio.

La nostra fantasia si perde nella mistica fantasmagoria di una vestizione religiosa; un vero poema tracciato da audaci pennellate nell'animo di Gabriele, ormai novizio francescano.

 

L'OFFERTA

          A Santa Maria ad Alto, il giovane Gabriele pregò; studiò la vita e la Regola dei Frati Minori; e dopo un anno si consacrò a Dio, emettendo i voti di povertà, castità e obbedienza.

          Con questo atto, che il Diritto Canonico definisce “Professione Religiosa”, il Beato dà l’addio definitivo al mondo.

          E’ grande il gesto di Gabriele: Egli ha fatto proprio come Francesco! Questi uscì dalle mura della città di Assisi, ma non andò lontano per dedicarsi a Dio, e ciò per sfidare il rispetto umano! Lui, il Conte Gabriele, uscì fino al bosco dei pini del Colle Astagno, senza andare più oltre. Eppure il palazzo avito, i genitori conti, la nobiltà dei parenti vicini non facevano più breccia nel suo cuore ormai perduto nell’offerta totale, per ritrovarsi solo e tutto in Dio!

 

STUDIO E PREGHIERA

Cappuccio in testa e mani in manica, Gabriele novizio passava dalla cella all'oratorio di Santa Maria ad Alto, come una visione.

Era tutto concentrato in Dio nell'esercizio della vita religiosa e nella sua preparazione al Sacerdozio.

Dice lo storico che non si insuperbì dei lusinghieri progressi che faceva nello studio. La sua intelligenza limpida come il suo cuore, si approfondiva nello studio della scienza teologica, onde penetrare le Verità cristiane.

Quando la preparazione culturale fu terminata e la vita religiosa praticata fervidamente, il conte Ferretti salì l'altare per cantare la Prima Messa.

 

SACERDOTE DI CRISTO

Vorrei qui poter descrivere tutti i sentimenti e gli alti pensieri che entusiasmarono frate Gabriele, nel giorno della sua Ordinazione Sacerdotale. Vorrei farvi sentire l’eco di quel giorno trionfale; ma la storia tace.

Forse Ancona fu tutta in festa; e la sua casa, e la sua mamma?

O forse il romitorio di Capodimonte ha racchiuso gelosamente, nel silenzio delle sue sacre mura, le gioie intime del primo sacerdozio di frate Gabriele?

Certamente la felicità di essere sacerdote francescano, unita alla consapevolezza dell'altissima dignità a cui una umana creatura viene da Dio così elevata, ha fatto fare passi da gigante al Beato sulla via della virtrù.

 

SACERDOS IN POPULO!

La città di Ancona forse aveva riso alla notizia che il figlio del conte Liverotto si era ritirato a Capodimonte. E per quanto amasse i francescani, certamente non si sarebbe sentita di vedere sotto quel rude saio il contino Ferretti. Il giovane Gabriele non si allarmò per questo; egli sapeva che si sarebbe allontanato dalla sua città, dalla vita comune, per poco!

Infatti, ormai Sacerdote, Egli ridiscendeva il colle Astagno, per donare alla sua Ancona un sorriso e il senso di una vita superiore a quella della semplice nobiltà di sangue.

Ancona non se ne doveva adontare, se per un poco le aveva voltato le spalle e in un modo brusco; ma doveva sentire che il conte Ferretti aveva sostituito ad una nobiltà gentilizia, che l'avrebbe illustrato soltanto civilmente, un'altra discendenza, dal calvario all'altare, alle anime…

Il popolo anconitano lo capì, e nel sacerdozio del Padre Gabriele trovò la sua salvezza, la sua gioia.

 

IN MEZZO Al POVERI

            Quando San Francesco restituì a suo padre, il vestito ricco davanti al Vescovo di Assisi, lo fece per amore della libertà. “Da oggi innanzi – proclamò solennemente il figlio di Pietro Bernardone - griderò più forte: Padre Nostro che sei nei cieli”.

            Gabriele aveva capito che il titolo della sua nobiltà terrena, anche se lo rendeva invidiabile agli occhi di molti, gli avrebbe troncato la strada per accostarsi a tutti; per questo come Francesco, si spogliò di tutto...

Appena frate minore, egli si trovò tra i malati, tra i poveri. Lui, che era stato conte, aveva bisogno di bruciare la distanza che separa la povera gente dalla nobiltà terrena, dall' aristocrazia, dal sangue blù!

Lui, doveva essere come Gesù...! E, come per non essere egoista era uscito da Casa Ferretti, così, per seguire l'alto ideale d'amore, ridiscenderà in mezzo al popolo, il più povero, il più bisognoso, con il crisma del suo apostolato.

Ancona aveva trovato il padre!

 

NEL SEGNO DI CROCE

Passando di porta in porta, elemosinava senza vergogna il pane per i frati; confortava le vedove, consigliava, istruiva, benediceva i bambini, consolava i malati...

Un apostolato di carità immenso; intessuto di prodigi e di episodi senza numero.

Correva sempre, Gabriele!

Era chiamato al capezzale degli infermi ; entrava nelle case dove Dio era bestemmiato; e quando occorreva, levava la sua mano per benedire.

Il segno di croce del Beato era un prodigio. Molti malati guarivano a quel semplice segno che Padre Gabriele tracciava.

Cassandra, figlia del Conte Ferretti e sposa ad un nobile anconitano, soffriva da alcuni anni un grave tumore in una gamba; chiamò il padre Gabriele, che la confessò e consolò con dolci parole; prima di lasciare l'inferma, tracciò su di lei il segno della croce: dopo due giorni Cassandra era perfettamente guarita (8).

Tra i numerosi miracoli (9), che Dio si è compiaciuto di operare per mezzo del Beato, ancora vivente, riferiamo la guarigione istantanea di Pietro De Santis. Questo caro concittadino del Beato era oppresso da un male mortale e ridotto in fin di vita. La moglie corse a Capodimonte, scongiurando il Padre Gabriele a recarsi presso il letto del suo Pietro. Ma appena giunse Gabriele, il malato perdette i sensi e sembrò spirare. Il Beato però invitò ugualmente l'infermo a fare atti vivi di fede, sussurrò preghiere e, dopo averlo benedetto, Pietro De Santis, come se si fosse destato da un profondo sonno, si alzò subito dal letto completamente guarito (10).

 

I SUOI PREDILETTI

Erano ormai trascorsi vari anni, circa quindici, da che il Beato si era vestito da frate minore; e già da alcuni anni passava per le vie di Ancona come sacerdote del buon Dio facendo veramente del bene.

Il popolo lo sentiva profondamente vicino con la sua santità, con i suoi consigli, con il suo zelo, e... con i suoi miracoli.

Ancona correva ai suoi piedi per ricevere i Sacramenti e soprattutto il perdono di Dio!

Gabriele, proprio come Gesù, aveva delicatezze squisite per i poveri peccatori. Egli li affidava alla Madonna, per cui il loro cuore traviato ritornava sulla via retta.

E tutti sentivano una profonda riconoscenza per il buon Padre spirituale! I Frati Minori, suoi confratelli, segnalarono le sue virtù e le sue doti ai Superiori maggiori che lo elessero, nel 1425 (11), Guardiano del Convento di Ancona.

 

RESTAURI AL CONVENTO

Forse l'umiltà del Beato, gli avrebbe proibito di accettare il compito di Superiore, ma Egli che era stato sempre ubbidiente, chinò il capo.

Più che superiore, fu il padre dei suoi confratelli, e, perfetto figlio di San Francesco, inculcò più con l'esempio che a parole l’osservanza della Regola francescana.

Ai suoi sudditi insegnava l’umiltà, comandando con discrezione, correggendo con dolcezza, esercitando uffici umili nel convento e, per primo, lavorando. Scendeva lui stesso in città a chiedere l'elemosina per i suoi frati.

Nella nobiltà del suo animo studiava squisitezze verso i bisognosi, dimostrava sincera delicatezza con i suoi “fratelli” anziani.

Ancona quasi non si accorse che il suo concittadino era il Superiore dei frati di Capodimonte, perché il manto della sua umiltà lo nascondeva; il popolo tuttavia aumentava la sua fiducia nella sua persona veramente nobile come la sua dignità sacerdotale; e appena intuì un desiderio, una necessità per il suo convento, rispose in pieno.

Era l'ora della riconoscenza!

Il conventino di Santa Maria ad Alto, ormai vecchio e deteriorato, aveva urgente bisogno di restauri. Il Beato si mise all’opera e, con il concorso plebiscitario dei suoi concittadini, restaurò e ingrandì la dimora dei frati. Aggiunse all'antica una nuova chiesa, perfezionata poi dal Padre Bernardino Ferretti, nipote del Beato e guardiano anche egli del convento di Capodimonte (12).

Il Beato Gabriele non si fece vincere in generosità e, per riconoscenza, moltiplicò la sua attività apostolica in mezzo agli anconitani, implorando con i suoi religiosi ogni benedizione sui benefattori del convento.

 

LA MORTE FA STRAGE

Ad ogni sciagura piccola o grave che colpiva Ancona, Gabriele era chiamato alla ribalta.

Se la famiglia si divideva, Gabriele veniva scelto a paciere; nelle più gravi delibere per il bene del popolo, Gabriele veniva interpellato; prima di prendere decisioni gravi, i magistrati dorici cercavano il consiglio illuminato del concittadino ritenuto il più sapiente e ormai, dai più, veramente santo.

Intorno agli anni 1425-27 le Marche furono colpite dalla terribile epidemia della peste (13).

Ancona, centro della regione, poteva diventare da un momento all'altro un cimitero.

Il Senato vegliava sulla incolumità gravemente minacciata dei cittadini, ma ogni precauzione fu inesorabilmente troncata, e la peste vinse.

Nel settembre 1427, la morte infestava la città dorica. Finivano sotto i suoi colpi funesti vittime e vittime. Le vie e le piazze erano piene di lutti; il mare mugolava lugubre e triste; le belle contrade, i casolari erano devastati dal terrore.

Il Beato non aspettò che lo venissero a chiamare.

Sinceramente affezionato alla sua città, eroicamente amante del prossimo, sfidò il contagio e si gettò nella breccia per consolare, benedire, salvare...

Quel popolo non sapeva più a chi rivolgere i suoi sguardi atterriti dalla morte. Ogni giorno decine e decine di bare! Gabriele, il padre spirituale della città, era per tutti l'angelo del conforto.

Alla notte pregava per gli appestati; e in tutte le ore del giorno correva di giaciglio in giaciglio, dove il bisogno era più grave (17).

 

SANTITA’ RIVELATA

Si conobbero così gli eccelsi doni di cui Dio aveva arricchito il Beato in premio dell'angelica sua vita e della tenera devozione alla Madonna.

Quando l'epidemia ingigantì e nessuno sarebbe potuto più scampare, il Beato diede mano ai prodigi.

Ancona non deve morire! Ancona, che ospitò generosamente Francesco e i suoi frati! Ancona, che dava il pane da oltre due secoli ai figli del Poverello! Ancona, devota del suo conte frate!...

Chi può dire le guarigioni che Gabriele ha operato tra gli appestati?

Chi rassicurò te, Parroco di Sant’Egidio di Ancona, te e i tuoi familiari colpiti dalla peste, che non sareste periti?

Chi profetizzò al nobile Clemente che il suo figlio lontano e colpito dalla peste sarebbe ritornato da Venezia in Ancona, presso la casa paterna, perfettamente guarito?

Perché disperi, popolo d’Ancona? Gabriele è davvero l'angelo inviato da Dio; egli è con te per la tua salvezza, egli implora la Misericordia perché il flagello cessi!

Quando l'epidemia passò, e negli anconitani restò soltanto il ricordo di tanta strage, la città beneficata non dimenticò il suo concittadino. A buon diritto, lo ha scelto per suo Compatrono.

 

AI PIEDI DEL CROCIFISSO

Nel bosco del convento il Beato riceveva gli augusti sorrisi della Madonna, ma i suoi slanci d'amore finivano ai piedi del Crocifisso.

Sensibile alle armoniose bellezze del creato, Gabriele, come il Serafico Padre, sentiva in ogni creatura il palpito paterno di Dio; ma l'apice di questo amore, che lo teneva in continua e intima unione con il Signore, era il Mistero dell'Incarnazione. Nella contemplazione di questo Mistero stava lungamente davanti al Crocifisso della chiesa (15), già testimone dei rapimenti del suo confratello Beato Pietro da Treia.

Questa devota Immagine è ricordata da tutti gli storici come “il Crocifisso del Beato Gabriele” (16), che rivelò al Servo di Dio quelle sublimi ascensioni del cuore umano nel dolore, per cui Gabriele seppe intendere la povertà, la malattia e gli afflitti d'ogni specie.

Sulle carni innocenti del Cristo Crocifisso, il Beato aveva letto la passione dei fratelli; e per questo fu l'eroe della Carità.

 

 

Capitolo IV

 

SUPERIORE DEL PICENO SERAFICO

 

ADDIO, ANCONA

Dopo che Padre Gabriele aveva terminato la chiesa, i restauri del convento e i muretti degli orti di “San Francesco ad Alto”, l'attenzione dei cittadini e dei suoi confratelli si concentrò nella sua persona.

Gabriele era stato un realizzatore! Ma, poiché le conquiste più grandi sono quelle dello spirito, aveva lavorato senza spegnere lo spirito di devozione (l).

Ora gli anconitani quasi lo veneravano, e i confratelli lo avrebbero voluto per sempre loro superiore; ma dopo qualche anno, circa il 1434, dovette abbandonare il Convento di Ancona per assumere il governo della Provincia Serafica delle Marche (2).

I frati, radunati a capitolo, scelsero, nella persona del Beato Gabriele, il loro Vicario Provinciale.

Aveva ormai 48 anni: Dio chiamava a lavorare in un campo più vasto colui che non dubitiamo di definire l'apostolo e il benefattore, l'angelo di Ancona; il padre della sua città; il difensore degli umili e l’amico dei poveri (3).

 

IL TRASCINATORE

            La fama del predicatore efficace aveva raggiunto tante città del Piceno. Le folle erano entusiaste di sentire le sue parole piene di dottrina e di carità.

            Era passato per le Marche a piedi; era conosciuto in tutti i paesi; aveva predicato con frutto, convertendo peccatori e suscitando ondate d’entusiasmo verso la Madonna.

            Ora, in veste di Vicario Provinciale, riprendeva il cammino della regione per visitare i suoi confratelli sparsi un po’ dovunque. Il conte Frate passa così, a piedi, di contrada in contrada; molti lo riconoscono; molti ammirano la sua figura d’apostolo; attira l’attenzione di tutti, e i giovani si sentono trascinati. Molti infatti chiedono di farsi frati minori.

            Forse San Francesco ebbe pochi figli che, come Gabriele, accoppiassero così bene le austerità del suo Ordine con le bellezze dello spirito serafico, tanto da rendere smagliante anche la povertà, da conquistare tanti cuori, da suscitare tante vocazioni.

 

TRIONFO DI VITA RELIGIOSA

            Il Piceno Serafico si scosse; e nei suoi conventi, già ricchi di scienza e di pietà, passò un brivido nuovo che animò i frati alla perfezione religiosa e all’apostolato.

            Il passaggio del Vicario Provinciale era come un risveglio primaverile, e sul già rigoglioso albero della vita serafica del Piceno scorreva nuova linfa d’idealità e di gloria.

            Il Beato portava il fervore nei buoni; un po’ di forza negli stanchi; un sollievo per i vecchi; un po’ di animo, un po’ di vita per tutti. La sua personalità, improntata allo spirito di Francesco, produceva una rigogliosa fioritura nell’animo dei suoi confratelli.

            Bisognava aprire intanto nuovi conventi.

            I giovani, conquistati dal santo frate, insistevano per entrare nell’Ordine serafico; e il Beato Gabriele procedeva alla fondazione di conventi, quali Santa Maria delle Grazie a San Severino Marche, San Nicolò ad Ascoli, e la SS.ma Annunziata ad Osimo.

 

SANTA MARIA DELLE GRAZIE IN SAN SEVERINO MARCHE

            Il Pontefice Eugenio IV dà ampia facoltà al Beato di aprire conventi (4).

            A San Severino Marche invia un nutrito gruppo di santi religiosi che presero possesso di Santa Maria delle Grazie. Il Convento-Santuario era edificato in luogo solitario, tra il verde delle boscaglie, méta continua di fedeli, che si recavano a venerare la devota immagine della Madonna.

            Questo luogo fu poi reso più celebre dalla santa dimora e dalla preziosa morte del Sanseverinate San Pacifico Divini, avvenuta il 24 settembre 1721 (5).

            Oggi il Convento-Santuario è mèta di pellegrini, che vanno a visitare le sacre spoglie di San Pacifico, molto venerato nei dintorni.

            I Frati si dedicano all’educazione dei giovinetti, che si incamminano allo stato religioso francescano, per cui i “Fratini di San Pacifico” rendono più bello il convento fondato dal Beato Gabriele.

 

SAN NICOLO’ AD ASCOLI PICENO

            I Frati Minori avevano in questo territorio un piccolo convento, situato al di là del fiume Tronto; si chiamava San Savino ed era lontano dalla città. Gli ascolani, che amavano e stimavano i frati minori, li avrebbero voluti più vicino per poter frequentare più spesso i santi Sacramenti nel loro convento.

            Il Beato accettò quindi di aprire proprio alle porte della città il convento di San Nicolò, dove traslocò da San Savino numerosi pii religiosi (6). Ma da questo luogo i Frati Minori partirono presto perché era poco salubre.

 

L’ANNUNZIATA AD OSIMO

            Il Vescovo Andrea della diocesi di Osimo (7) cullava da tempo il desiderio di avere una comunità di Frati Minori  nella sua diocesi.

            Chiamò perciò il Beato Gabriele e fu scelto un luogo ameno proprio vicino alla città. Il popolo accolse i frati minori con viva gioia, e gli osimani fecero a gara per dare offerte onde erigere subito la nuova costruzione.

            Ma un triste episodio spezzò l’impresa. Mentre il Beato stesso dirigeva i lavori della nuova fabbrica sul terreno donato dal Comune, alcuni maligni riuscirono a far cessare l’opera e costrinsero il Vicario Provinciale dei Frati Minori a lasciare la città con evidente dolore dei buoni.

            Il Santo Vescovo Andrea intervenne subito per provvedere all’increscioso incidente, sollecitando l’autorità del Ministro Generale dell’Ordine e dello stesso pontefice Eugenio IV per mettere a tacere i cattivi e riavere i Frati Francescani (8).

            Gabriele ritornò; e il buon popolo osimano (9) fece grande festa quando la fabbrica fu ultimata.

            Il beato dedicò anche questo luogo alla Madonna e arricchì il nuovo convento con una meravigliosa comunità. La SS.ma Annunziata fu sempre uno dei conventi più gloriosi del Piceno serafico.

            Oggi il convento è distrutto e la chiesa è trasformata a sacrario dei caduti osimani nella Guerra 1915-18.

            L’ex area del convento e degli orti è trasformata in cimitero.

 

ASSISI LO CHIAMA!

            Non era ancora compiuta la fabbrica del nuovo convento di Osimo, che il Beato Gabriele vi convocava la congregazione provinciale. Era l’anno 1441 e stava predicando nella città di Osimo San Giacomo della Marca (10).

            Per l’agosto di quello stesso anno, Gabriele prenderà la via di Assisi. Solo, con abito rozzo, umile, si mise in cammino verso la Porziuncola. A Foligno non fu riconosciuto come Vicario Provinciale e un fratello laico del convento di San Bartolomeo lo mandò a servire la messa come un chierichetto. Il Beato obbedì; il superiore di Foligno si scusò dell’errore commesso dal fratello laico, ma Gabriele si dichiarò assai onorato di aver fatto il servizio degli Angeli (11).

            In Assisi pregò, meditò, ricevette i sorrisi della Madonna e la benedizione di San Francesco.

            Dopo la Porziuncola, pellegrinò a Loreto dove chiede alla Madonna grazie e favori per il Piceno Serafico.

 

 

 

Capitolo V

 

GABRIELE SANTO

 

ROMA STA A GUARDARE

            Le sue rare doti di mente e di cuore l’avevano messo in vista presso i superiori e i concittadini per cui fu eletto Guardiano di  Ancona; la stima degli uomini si ingrandì tanto che i Frati delle Marche lo elessero Superiore Provinciale; ma la fama della sua santità, unitamente alle sue doti di governo e di apostolato, oltrepassarono ben presto i confini della regione.

Ad “Ara Coeli”, centrale dell’Ordine Serafico (1), era pervenuta chiara l’eco delle sue virtù e delle sue doti singolari. Da Roma, il Ministro Generale dell’Ordine, Fra Guglielmo da Casale, aveva puntato gli occhi su Frate Gabriele.

 

SAN GIACOMO ASPETTA GABRIELE IN BOSNIA

            La Chiesa stava reclutando i figli migliori dell’Ordine francescano per la “Crociata della Verità“ nei paesi del Danubio.

Quando San Giacomo della Marca, che predicava in Bosnia con il fior fiore di Apostoli Frati Minori, ebbe bisogno di nuovi operai specializzati per combattere l’eresia manichea, suggerì il nome di Fra Gabriele. L’amicizia spirituale di San Giacomo col Beato era grande; e Fra Gabriele non poteva dire di no. Il Ministro Generale Fra Guglielmo poi, aveva comandato, e il Servo di Dio non poteva disubbidire.

Il campo di lavoro era arduo e difficile per le eresie che infestavano la Bosnia, e il Beato si armava per partire alla conquista del Regno di Cristo.

Il Padre Gabriele era in quel tempo Vicario Provinciale e percorreva il Piceno con grande frutto spirituale, nel difficile compito di Ministro dei Frati Minori.

In mezzo al vasto e intenso lavoro, non dimenticava Capodimonte e la sua città. Anzi a “San Francesco ad Alto” lo sentivano sempre vicino e gli anconitani continuavano a rivolgersi a lui in molte circostanze.

Quando si sparse la notizia dell’imminente partenza di Padre Gabriele per i Balcani, il consiglio municipale di Ancona del 22 Febbraio 1438 si riunisce e delibera di presentare subito una supplica allo stesso sommo Pontefice Eugenio IV, perché voglia dispensare il Frate anconitano dal recarsi a predicare in Bosnia.

Nessuno voleva rassegnarsi a vederlo partire dalle Marche e dall’Italia, e specialmente Ancona non poteva restare priva dell’amorevole assistenza del suo illustre e santo concittadino (2).

 

IL PERICOLO SCONGIURATO

             In Bosnia San Giacomo aveva avuto ragione dell’eresia dei Manichei; e, dopo averla estirpata con la sua eloquenza, si trasferiva con tutta la sua volante serafica nel regno di Boemia per mettere pace tra quel popolo e l’imperatore Sigismondo.

Le ultime notizie della Bosnia arrivarono velocemente a Roma, e Frate Gabriele non partì più, perché gli eretici erano stati sgominati!

Così il Beato restò nelle Marche e, come abbiamo detto in altra parte, continuò il suo buon governo nel Piceno Serafico, propagando il movimento francescano, operando conversioni e compiendo opere di santità in mezzo al popolo.

 

RITORNO AD ANCONA

            Era ormai avanzato negli anni, ma San Giacomo della Marca Vicario Provinciale (3), pregò Gabriele di riprendere ad Ancona l’ufficio di Guardiano del convento di Capodimonte (circa il 1449).

Questo ritorno del Beato nella città dorica per la seconda volta Superiore del convento di “San Francesco ad Alto” suscitò un’ondata di sincero entusiasmo e tutti considerarono una grazia del cielo la sua presenza in città. Egli infatti apparve ai suoi concittadini e ai religiosi non più un uomo terreno, ma un angelo.

La sua santità s’imponeva all’ammirazione di tutti e Ancona ricominciò il suo pellegrinaggio quotidiano a Capodimonte per ricevere la benedizione prodigiosa del Beato e i frutti della sua sapienza (4).

 

UN PANE DI ZUCCHERO E UN TAPPETO

                La santità vuole chiarirsi ogni giorno di più: perciò Iddio permise proprio in questo secondo guardianato  del Beato, un episodio singolare per perfezionare la graziosa umiltà del suo Servo.

Padre Gabriele fu accusato, ed esageratamente, al Vicario Provinciale San Giacomo di Monteprandone, forse per qualche lieve difetto. San Giacomo della Marca, impose subito al guardiano di Ancona di dire la sua colpa in pubblico e di flagellarsi davanti ai suoi frati.

Il Beato, riunita subito la comunità, si sottopose con santa ilarità al comando del Vicario Provinciale e i religiosi ne furono commossi.

Il gesto di San Giacomo aveva costato tanta umiltà al Servo di Dio, ma anche tanta gioia spirituale; perciò Gabriele volle esprimere al Superiore Provinciale la sua riconoscenza.

In quel tempo San Giacomo stava costruendo il convento di Monteprandone, quando gli giunse questa lettera, che accompagnava un grazioso dono del Beato Gabriele (5): “poiché Vostra Paternità troppo si affatica qua e là scorrendo e governando la provincia, le trasmetto un pane di zucchero, acciocché si possa confortare alquanto, e perché di fresco ha dato principio alla fabbrica di un convento in Monte Prandone, le dono un tappeto che servirà per adornare la chiesa”(6).

 

INTIMITA’ CON IL VESCOVO BEATO ANTONIO FATATI

            I Frati di Capodimonte non dimenticarono più l’episodio di umiltà del Beato nell’eseguire la penitenza inflittagli da San Giacomo.

Da quel tempo in poi, le virtù del Beato Gabriele si chiarivano ogni giorno, e i Frati si ritenevano fortunati di averlo con loro.

Non sappiamo quando il suo secondo mandato di Guardiano ebbe termine (1452?), ma è quasi certo che il Beato non si mosse più da Ancona (7).

Infatti nel 1455, penultimo anno della sua vita, Egli scriveva al vescovo anconitano Mons. Antonio Fatati (8), eletto governatore della Marca nel 1450, dal Convento di “San Francesco ad Alto”, a Macerata.

Il venerando Presule e il Servo di Dio erano legati da profonda spirituale amicizia. Dall’esame poi di quel prezioso autografo, appare chiaramente che l’animo di Gabriele e l’animo del nobile vescovo Antonio, erano una cosa sola.

Il  Beato infatti, dopo aver detto che si sentiva ormai stanco per gli anni, formula auguri e impartisce consigli per il buon governo della sua diocesi; in ultimo confida con tutta umiltà serafica una necessità, per cui lo prega di provvedergli una tonaca nuova di panno pesante per difendersi dai rigori dell’inverno. La lettera (9) è l’unico autografo del Beato che sia arrivato fino a noi. Il prezioso manoscritto si trova presso la famiglia Fatati di Ancona, discendenti del Vescovo Antonio.

Noi ne abbiamo riportato la traduzione del Padre Giacinto Pagnani nell’appendice di questo lavoro.

Il Beato Gabriele fu quindi un buon consigliere del santo Vescovo Fatati, che ricorreva a lui con animo fraterno, per attingere consigli alle limpide sorgenti della sua rara sapienza.

 

A 70 ANNI: “UN PECCATORE…”, “UN INDEGNO”

Aveva firmato la lettera, forse l’ultima, al Vescovo Antonio, così: “Pregate il Signore per me peccatore…. Indegno frate minore, nel luogo antico di Ancona, 29 gennaio 1455”. Il Servo di Dio era ormai all’apice della sua vita terrena; aveva settant’anni; e più si sentiva prossimo al Cielo più si inabissava nella sua umiltà. Con occhio cristallino aveva cercato di carpire le altezze infinite di Dio, che gli appariva immenso, santissimo… aveva militato con passione nelle file del Francescanesimo; si era sforzato di accumulare grandezze per il suo Ordine…

Noi diciamo perciò, forse perché limitati o temerari: “Gabriele, hai speso bene la tua vita; tu hai fruttato il cento per uno; riceverai la ricompensa del servo buono e fedele”. Lui, invece, insiste a chiamarsi: “un peccatore…”, “un indegno”!          

 

L’ULTIMA CROCE

Le sue ali erano ormai protese verso la mèta: “nel 1456, nota lo storico (10), il Beato Gabriele cade gravemente infermo nel convento di Capodimonte”.

In quell’anno San Giacomo della Marca esercitava nella Provincia Picena l’ufficio di Nunzio, predicando e raccogliendo elemosine per la campagna contro i Turchi, per incarico del papa Callisto III (11); appena il Santo seppe che Gabriele era  gravemente malato, lui e il suo compagno nell’apostolato, Fra Giorgio Albanese, corsero in Ancona a “San Francesco ad Alto”.

Quando i due Santi, amici del Servo di Dio, giunsero, Gabriele era in fine di vita.

Il male aveva ormai ragione del suo corpo stanco e fragile, mentre l’anima anelava ai riposi del Cielo.

 

LA CELLA PIENA DI LUCE

          Il Beato si rallegrò di quella fraterna  premura; li pregò di non allontanarsi perché la fine era prossima.

In quella cella povera, tutto sembrava ricco; tre grandi anime erano riunite a convegno; il cielo era disceso tra quattro mura per cantarvi il poema della più dolce fratellanza.

Il Beato si sentiva proprio rapito, avendo vicino Fra Giacomo e Frate Giorgio.

Li  volle ringraziare e profetizzò: “Rallegratevi ed esultate, perché i vostri nomi sono scritti in cielo”. Era il 12 novembre 1456: Gabriele spirava in un mare di luce! (12).

I Frati di Capodimonte si raccolsero intorno al suo corpo, muti e sconvolti.

Ancona ebbe un brivido; il popolo pianse perché era morto il padre dei poveri.

 

 

Capitolo VI

 

ALONE DI GLORIA

 

PARLA SAN GIACOMO!

Tutta Ancona passò riverente e commossa, davanti alla bara.

I magistrati decretarono il lutto cittadino; Mons. Giovanni Caffarelli che sedeva sulla cattedra di San Ciriaco, giunse a Capodimonte con tutto il suo clero e il popolo per rendere l'estremo saluto a Gabriele.

Nella Chiesa di “San Francesco ad Alto” si levarono le voci dei Frati, che salmodiavano; poi il Vescovo di Ancona comandò a San Giacomo di parlare (l).

Il Santo improvvisò l'elogio del Beato in presenza del Senato dorico e di tutto il popolo; allora tutti si rallegrarono perchè Ancona aveva collocato un protettore in Cielo.

 

DALLA TERRA RAGGI DI LUCE

            Il Sacro corpo fu tumulato per terra, sotto il pavimento della Chiesa, a destra della porta centrale di “San Francesco ad Alto”.

            Così aveva voluto Gabriele perché i fedeli entrando, calpestassero il suo sepolcro (2). Ma Dio glorificò il suo servo; e poiché i malati proprio su quel sepolcro guarivano e i peccatori si convertivano (3), Callisto III in quello stesso anno 1456 ordinò a San Giacomo di compilare il processo delle virtù dell’umile  e santo Frate (4).

            Il Pontefice Callisto III, letto il documento di San Giacomo, ordinò con breve apostolico (5) che il corpo del Beato Gabriele fosse esumato e riposto in un sepolcro più decoroso (6).

            Per varie cause, che qui sarebbe lungo descrivere, il corpo del Beato rimase ancora per molto tempo sotto terra (7).

            I fedeli intanto non cessavano di pellegrinare ogni giorno alla tomba del Beato, ormai teatro di continui prodigi.

            Quell’umile quadrato del pavimento dietro la porta del tempio, era la mèta della fede, segnando il trionfo delle virtù del Beato, che sprigionava raggi luminosi di santità.

 

MIRACOLI E MIRACOLI

            San Giacomo si era messo subito al lavoro e alla fine dello stesso anno 1456 aveva presentato al Papa con le sue stesse mani il processo, che conteneva sessantatré miracoli autenticati e più altri trenta, scritti in un libro a parte (8).

            San Giacomo, tessendo l’elogio in presenza del popolo, aveva spontaneamente descritto le sue virtù per le quali Dio si era compiaciuto di glorificarlo, ancora vivente, con strepitosi prodigi.

            Mentre il sacro cadavere era ancora sopra la terra, molti malati furono portati a Capodimonte e al contatto delle sue sacre Spoglie furono guariti.

            Lucia di Ancona, era stata colpita in tenera età da un male alla mano sinistra, tanto ostinato e grave che ormai da molto tempo disperava di guarire; ma appena toccò il Beato e invocò il suo nome, la sua mano guarì.

            Un’altra pia donna anconitana, di nome Riccabella, aveva perduto la vista all’età di quattro anni; toccò le sue pupille sui piedi scalzi del Beato. La malata cieca da tanti anni riprese perfettamente la vista; e in segno di riconoscenza fece appendere al Sepolcro del Beato due piedi di argento (9).

 

IL SEPOLCRO DI GABRIELE SPRIGIONA LA VITA

            Un fanciullo, già morto, fu preso in braccio dai genitori, che non si rassegnavano a tanta perdita, e lo condussero subito a “San Francesco ad Alto”.

            Il cadaverino del fanciullo fu adagiato sopra il sepolcro del Beato Gabriele, mentre i parenti accendevano lumi e imploravano il miracolo… Ad un tratto tutti videro il corpicino rianimarsi ed alzarsi solo, da terra, vivo! San Giacomo, venuto a conoscenza dello strepitoso miracolo, volle vedere e parlare con il fanciullo risorto da morte per intercessione del Beato Gabriele (10).

 

PROCESSIONE D’INFERMI

            Una fanciulla epilettica fu condotta dal padre, Nicolò Della Rocca, sulla tomba del Beato. Aveva molta febbre, ma in quel medesimo giorno la fanciulla fu liberata dalle convulsioni e il padre giubilando la ricondusse a casa completamente guarita.

            Una signorina aveva perduto la favella. Accese una candela presso la tomba del Beato e tenendo in mano il cero, simbolo della sua viva fede, implorava la guarigione.

            D’un tratto la sua lingua si sciolse, e ricominciò a parlare perfettamente.

            “O Beato Gabriele, se mi otterrete la primitiva salute e la grazia di avere un figlio, vi prometto di chiamarlo con il vostro nome, e voglio che per due anni indossi l’abito di San Francesco”.

Con questi precisi accenti, una pia donna anconetana, di nome Costanza, implorava la sua guarigione presso il sepolcro del Beato. Erano sei anni che soffriva una incurabile emorragia; la scienza medica non sapeva cosa fare, ma il Beato guarì la sua devota, che, per riconoscenza, mantenne fedelmente le sue promesse (11).

Per lunghi venti anni un giovane era stato martoriato dalla lebbra. Le sue membra erano disfatte, e il suo cuore era spezzato dalla disperazione. Si trascinò a “San Francesco ad Alto” e lì, presso il glorioso sepolcro del Beato Gabriele, fu subito guarito dalla schifosa malattia (12).

 

LA VISIONE DI PADRE LUIGI

Nell’anno 1476 lasciava la terra anche San Giacomo della Marca, e nel 1478 il Beato Francesco da Castel d’Emilio, contemporanei ed amici del Beato.

Il Padre Luigi di Ancona, sacerdote francescano, si raccomandava a questi Beati Comprensori del Cielo per riavere la vista.

La fede di Padre Luigi fu premiata con una strepitosa visione; entrarono nella sua cella San Giacomo, il Beato Francesco e il Beato Gabriele; li vide, si inginocchiò; gridò al miracolo…

Tutti i frati del convento furono testimoni del miracolo; e, il giorno dopo, il Padre Luigi riprese a celebrare la Santa Messa come faceva prima di perdere la vista (13).

Questi e tanti altri prodigi furono operati dal Beato Gabriele. Nel corso dei secoli il suo sepolcro fu circondato da innumerevoli “ex voto”, che la furia demolitrice del tempo ha distrutto (14). Ciò è confermato da tutti i biografi del Beato; i quali dicono che i fedeli beneficati per sua intercessione, appendevano piccoli quadretti, “ex-voti” di argento e altri segni intorno al suo sepolcro.

Nel 1753 il Vescovo Nicola Manciforte enumerava nel processo di ricognizione e traslazione del corpo del Beato Gabriele dall’antico sepolcro alla prima cappella eretta a “San Francesco ad Alto”, 304 ex voto.

Così chiudiamo questa breve rassegna di grazie, e ci stringe il cuore perché lo spazio non ci consente di narrare altre meraviglie operate da Dio per mezzo del glorioso Beato Gabriele.

 

 

 

 

Capitolo VII

FASTI GLORIOSI

 

PAOLINA FERRETTI

Paolina Ferretti, sorella affezionatissima e devota del Beato Gabriele, aveva sempre avuto in animo di preparare un sepolcro degno del suo grande fratello.

E glielo aveva ingenuamente confidato quando era ancora vivente, per cui il Beato la rimproverò severamente esprimendo la volontà di essere seppellito umilissimamente.

Poi venne il tempo in cui la devozione fraterna di Paolina poté essere soddisfatta.

Il sepolcro infatti fu costruito con i suoi pii lasciti, durante il pontificato di Sisto IV (1371-1474) e di INNOCENZO VIII (1484-1492); e il corpo del Beato vi fu trasportato nel 1489, in forma privata e alla presenza di pochi testimoni (1).

Il superbo mausoleo fu eretto proprio secondo i desideri di Paolina, nonostante che Gabriele avesse scongiurato la pia sorella di non volere tanto onore, per lui umile frate minore.

 

IL SARCOFAGO

            L’opera monumentale si trovava a destra dell’altare Maggiore di “San Francesco ad Alto”, dentro il presbiterio.

            La parete frontale è ornata da festoni di fiori da un cestino di frutta, da una lampada ardente e da un libro aperto. Sopra il coperchio l’artista vi ha adagiato la statua del Beato: cappuccio in testa, mani incrociate, profilo nobile; la figura dorme su un ricco cuscino (2).

            Il Mausoleo porta scolpito nella parte anteriore queste parole: “Sepulcrum Beati Gabrielis”. Di fronte si apre anche una finestrella, da cui si poteva vedere il volto del sacro corpo.

            L’opera fu attribuita a Giovanni De Franceschi (3).

            Il sarcofago nel 1868 fu trasportato da “San Francesco ad Alto” alla Cattedrale di San Ciriaco.

            Noi abbiamo avuto la gioia di descrivere questo superbo mausoleo, osservando disegni e fedeli riproduzioni fotografiche, perché l’opera ora è semidistrutta dai bombardamenti di Ancona che nell’ultima guerra (1940-45) ha colpito la Cattedrale di San Ciriaco e la Cripta dove era stato collocato (4).

            Le spoglie preziose del Beato in quell’anno non c’erano più in Cattedrale, perché nel 1943 furono trasportate, per opera di Padre Guido Costantini, Frate Minore e Parrocco di San Giovanni Battista, a Capodimonte (5).

 

L’EFFIGIE DEL BEATO NELL’OPERA DEL CRIVELLI

            Il mausoleo descritto e l’onorata sepoltura facilitarono subito la devozione del popolo verso il Beato, perché i Frati Minori si adoperarono per rendere immortale la santità di Gabriele.

            Nel frattempo casa Ferretti si preoccupava di tramandare ai posteri  la vera effigie del suo grande antenato. E, pochi anni dopo il suo trapasso, il celebre pittore Carlo Crivelli delineava a vivi colori, propri dell’arte veneta, il quadro del Beato, estatico davanti alla Vergine, per incarico dei Conti Ferretti. L’opera incantevole, datata 1466, ha ornato la parete destra del presbiterio di “San Francesco ad Alto” sopra il mausoleo del Beato (6).

            Il capolavoro descrive la visione di Gabriele tra i pini del Convento.

            Nel 1861 il Convento e nel 1862 la Chiesa “ad Alto” furono chiusi per causa della soppressione dei religiosi; ma il prezioso originale si conservava già in casa Ferretti in Via Guasco (7). Non

è scomparso e il Padre Costantini afferma che il 28 gennaio 1943 la Contessa Venanzoni Ferretti gli riferì che il quadro del Crivelli si trovava a Londra (8). Infatti noi abbiamo ricavato dai registri del Museo dorico che il quadro del Crivelli si trova alla Galleria N