RIFLESSIONI SPIRITUALI VARIE

 

Vi propongo in questo ritiro alcune riflessioni varie sulla vita spirituale.

Partiamo dalla preghiera, sono molte le definizioni della preghiera, vediamole insieme alcune:

Un intimo rapporto di amicizia, nel quale ci si intrattiene spesso da solo a solo con quel Dio da cui ci si sa amati” (S. Teresa d’Avila); “E’ uno slancio del cuore, un semplice sguardo gettato verso il cielo, un grido di gratitudine e di amore nella prova come nella gioia. Insomma è qualcosa di grande, di soprannaturale, che mi dilata l’anima e mi unisce a Gesù(S. Teresa di Gesù Bambino); “Che lo sappiamo o no, la preghiera è l’incontro tra la sete di Dio con la nostra sete. Dio ha sete che noi abbiamo sete di Lui” (S. Agostino); “Lui mi guarda e  io lo guardo” (Un vecchietto al curato.d’Ars). Belle vero?

Ma ce n’è un’altra che a me piace di più ancora :

La preghiera è relazione personale con il Dio vivente” (CCC 2558).

Il Dio vivente è Dio Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo e “Dio è Amore”(1Gv 4,8.16). La preghiera è quindi è immersione nell’Oceano dell’Amore Trinitario.

La persona umana è stata creata da Dio Amore Trinitario “a sua immagine” (Gen 1,26), cioè Dio Trinità è AMORE PER ESSENZA e noi siamo AMORE PER PARTECIPAZIONE.

Dio Trinità tutto ha creato per effondere il suo Amore, per sovrabbondanza di Amore, e ha creato la persona umana per avere con essa un’intima relazione d’amore. La persona umana ha la capacità, unica tutte le creature visibili, di restituire a Dio Trinità l’Amore.

L’essenza dell’Amore di Dio Trinità per l’umanità è GRAZIA e MISERICORDIA, perché “Dio ci ha amati per primo” (1Gv 4,19), ci ha amati gratis, senza motivo, senza merito nostro e senza nessun bisogno di noi perché Lui è Dio Beato e se avesse bisogno delle creature non sarebbe né Dio né beato!

L’essenza dell’amore della persona umana per Dio Trinità è GRATITUDINE.

Per questo la relazione personale con Dio, cioè il pregare, parte sempre da parte nostra con un atto di riconoscimento della nostra INGRATITUDINE e l’affermazione della nostra attuale GRATITUDINE.

La Chiesa, nostra maestra di preghiera, ci insegna nella sua liturgia a premettere sempre ad ogni celebrazione un atto penitenziale, un riconoscimento cioè del nostro essere peccatori, cioè di aver mancato all’amore e quindi di essere stati INGRATI.

L’ingratitudine è il peccato peculiare dei figli: figli ingrati! Quante pene, quante sofferenze, quanti sacrifici per crescere quel figlio, quella figlia e poi? Poi, come purtroppo spesso succede, poi il disinteresse e l’abbandono. Quanta sofferenza cel cuore di tanti genitori perché hanno figli ingrati, essi partecipano al dolore di Dio verso noi suoi figli così troppo spesso ingrati verso il suo IMMENSO AMORE.

Immenso Amore nel quale siamo immersi e avvolti, ma che troppo spesso ci trova indifferenti, distratti e quindi ingrati.

 

*** I dieci lebbrosi ***

Lc 17 [11]Durante il viaggio verso Gerusalemme, Gesù attraversò la Samaria e la Galilea. [12]Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi i quali, fermatisi a distanza, [13]alzarono la voce, dicendo: "Gesù maestro, abbi pietà di noi!". [14]Appena li vide, Gesù disse: "Andate a presentarvi ai sacerdoti". E mentre essi andavano, furono sanati. [15]Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce; [16]e si gettò ai piedi di Gesù per ringraziarlo. Era un Samaritano. [17]Ma Gesù osservò: "Non sono stati guariti tutti e dieci? E gli altri nove dove sono? [18]Non si è trovato chi tornasse a render gloria a Dio, all'infuori di questo straniero?". E gli disse: [19]"Alzati e và; la tua fede ti ha salvato!".

 

La nostra preghiera, la nostra relazione personale con il Dio vivo inizia quando noi cominciamo a percepire questo IMMENSO AMORE e cominciamo quindi a dire il nostro GRAZIE. L’essenza della nostra relazione con Dio Trinità è tutta lì in quel GRAZIE che sale dal nostro cuore che si scopre AMATO DI UN AMORE ETERNO (cfr. Ger 31,3).

I nostri blocchi nella relazione con Dio Trinità, e quindi le nostre difficoltà più o meno grandi del nostro metterci in preghiera, derivano dal nostro non percepire questo amore perché vorremmo essere amati a modo nostro e identifichiamo l’amore che Dio dovrebbe avere per noi con ciò che noi desideriamo Egli facesse per noi. In altre parole noi talvolta ci crediamo non amati da Dio perché Egli non si comporta come noi vorremmo che si comportasse: due esempi.

Il primo, il fratello del figliol prodigo (Lc 15,25-30); il secondo, gli operai della vigna (Mt 20,11-12); in entrambi i casi le persone si sentono non-amate perché trattate materialmente in modo inferiore ad altre che ricevono di più di quanto loro hanno ricevuto.

*** Parabola degli operai mandati nella vigna ***

Mt 20 [1]"Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all'alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. [2]Accordatosi con loro per un denaro al giorno, li mandò nella sua vigna. [3]Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano sulla piazza disoccupati [4]e disse loro: Andate anche voi nella mia vigna; quello che è giusto ve lo darò. Ed essi andarono. [5]Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre e fece altrettanto. [6]Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano là e disse loro: Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi? [7]Gli risposero: Perché nessuno ci ha presi a giornata. Ed egli disse loro: Andate anche voi nella mia vigna. [8]Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: Chiama gli operai e dà loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi. [9]Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. [10]Quando arrivarono i primi, pensavano che avrebbero ricevuto di più. Ma anch'essi ricevettero un denaro per ciascuno. [11]Nel ritirarlo però, mormoravano contro il padrone dicendo: [12]Questi ultimi hanno lavorato un'ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo. [13]Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse convenuto con me per un denaro? [14]Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare anche a quest'ultimo quanto a te. [15]Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono? [16]Così gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi".

 

Ecco qui possiamo avere un bel punto di meditazione: la misura dell’amore non è nelle cose che si danno. Il papà buono amava anche l’altro figlio, e come se l’amava, ma per questo non aveva fatto nessuna festa né ucciso nessun vitello grasso; il padrone della vigna voleva bene tutti i suoi operai, in particolare quelli che più avevano lavorato “sotto il peso della giornata e del caldo”, ma li pagò proporzionalmente molto meno degli altri.

In entrambi i casi sia il papà buono che il padrone buono vengono accusati di essere ingiusti e quindi cattivi, cattivi, e invece sono buoni, molto buoni. Questa è l’accusa che così tanto spesso facciamo a Dio: “Il modo di agire del Signore non è retto” (Ez 33,17).

In entrambi i casi poi, sia nel fratello del figliol prodigo che negli operai della vigna, queste persone partono da un punto di partenza assolutamente sbagliato: il diritto.

Il fratello si sente di avere diritto ad avere di più perché non se ne è andato fuori casa e non ha sprecato il denaro con le prostitute come il fratello; gli operai si credono in diritto di avere di più perché hanno lavorato di più.

Questo atteggiamento è fondamentale sbagliato, esso porta al non-amare, alla chiusura all’amore. Pretendere qualcosa per sé è proprio del non-amare, perché l’amore non pretende che di donarsi, non di possedere.

Pensate un po’, se quel giovane avesse voluto bene, ma veramente bene a suo fratello, non sarebbe stato contento di vederlo festeggiato?

E se quegli operai avessero voluto bene, ma veramente bene agli altri operai, non avrebbero dovuto gioire perché essi avevano ricevuto tanto quanto loro?

Il loro non-amare invece si rivestirà di giustizia e si ergerà a giudice implacabile di chi invece sta amando. E’ così con Dio l’amore con cui ci ama viene dall’uomo equivocato con ingiustizia e condannato.

Il tutto è partito, sia nel fratello del figliol prodigo che negli operai della vigna dal loro arrogarsi dei diritti, dei meriti: noi abbiamo diritto, abbiamo dei meriti, perché sono stato bravo stando sempre a casa,… perché abbiamo lavorato… noi meritiamo di essere trattati meglio…

Ecco anche come si nasconde nella vita spirituale una sottile insidia diabolica che fomenta in noi la superbia: pensare di avere dei meriti perché veniamo alla S. Messa, perché preghiamo, perché non ammazziamo e non rubiamo come tanti altri…

*** Il fariseo e il pubblicano ***

Lc 18 [9]Disse ancora questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri: [10]"Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l'altro pubblicano. [11]Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra : O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano. [12]Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo. [13]Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore. [14]Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell'altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato".

Ora vi invito a riflettere: quali meriti e quali diritti noi abbiamo davanti a Dio?

Fermiamoci anche sulla domanda del padrone buono degli operai della vigna: “Ma non è che forse, voi mi dite ingiusto, ma me lo dite solo perché siete gelosi? cioè solo perché non amate?”

Bisogna andare in profondità per scoprire le radici nascoste del non-amore in tante nostre scelte e tanti nostri atteggiamenti apparentemente motivati dalla giustizia, dal “è giusto così” che in realtà nasconde una nostra incapacità d’amare o chiusura all’amore.

 

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