Ritiro Spirituale                            GESÙ CI INSEGNA COME RELAZIONARCI CON I L PADRE

 

Parlando prima dei vari livelli di profondità della fede abbiamo visto come il terzo e più profondo livello è quello nel quale ci ha introdotto N. S. Gesù Cristo in quanto Rivelatore e Attuatore della paternità di Dio su di noi.

Ma Gesù non solo ci attua e ci rivela la paternità di Dio sull’umanità, ma anche ci ammaestra, in quanto pienamente uomo come noi, su cosa significhi dire “Padre” a Dio, Lui infatti è il nostro “Maestro” (Mt 23,10 Gv 13,13) e tutto quello che ha fatto l’ha fatto anche perché noi ne seguissimo “le orme” (1Pt 2,21; Gv 13,13-15).

Cerchiamo quindi nella vita e negli insegnamenti di Gesù come Lui si è comportato nei confronti del Padre e cosa ha insegnato su di Lui con il suo Vangelo.

La prima cosa che Gesù ci ha insegnato è che dobbiamo “occuparci delle cose del Padre nostro(Lc 2,49) e ce lo insegna a 12 anni quando spiega questo a sua Madre e Giuseppe che lo cercavano “angosciati” da tre giorni. Maria e Giuseppe “non compresero le sue parole”. Com’è difficile per i genitori capire questo! Che cioè i propri figli non sono propri, ma di Dio e che non possono quindi inscatolarli nei loro programmi e desideri. Il sogno del mio povero papà era quello di avere un figlio maschio e ufficiale di una qualche arma dell’esercito! Che delusione quando questo sogno si infranse sul mio desiderio di farmi prete, eppure lui – che non era certo un uomo di Chiesa – seppe mettersi da parte con tanta umiltà e pagarmi anche la retta del seminario e tornare a lavorare dopo che si era messo a riposo per l’età.

Su questo insegnamento di Gesù penso che debbano tanto riflettere coloro che tra voi vivono la responsabilità di essere genitori, interrogandosi su quanto hanno fatto perché i propri figli si aprano a quel progetto che Lui ha su di loro da sempre, avendoli dapprima pensati e quindi creati attraverso la loro collaborazione.

Poi Gesù ci ha insegnato che non dobbiamo mai pensare che Dio Padre non si interessi di noi, che ci abbia creati e poi abbandonati al nostro destino. Il suo insegnamento su questo punto è come al solito semplice, preciso e alto: “Il Padre vi ama (Gv 16,27)… Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia. Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati; non abbiate dunque timore: voi valete più di molti passeri! (Mt 10,29-31)… Il Padre tuo vede nel segreto (Mt 6,4.6.18) [vede la tua vita, le tue sofferenze, le tue preghiere, le tue difficoltà]… cercate la sua giustizia e il suo regno e Lui non vi farà mancare niente (Mt 6,33) infatti chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chi chiede ottiene, chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto. Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra? O se gli chiede un pesce, gli darà al posto del pesce una serpe? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono! (Lc 11,9-13).

Gesù ci ha insegnato che questo Padre non ci ama perché siamo buoni, bravi e obbedienti, ma ci ama perché è nostro Padre e ci ha invitato a comportarci come Lui, appunto perché è nostro Padre:

Mt 5 [43]Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; [44]ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, [45]perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. [46]Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? [47]E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? [48]Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.

Gesù ci ha insegnato che questo Padre ci invita a ritornare a Lui se con il peccato abbiamo preso la strada della fuga da Lui. È bello vedere come in modo mirabile Gesù riassume nei suoi insegnamenti quanto avevano già detto i profeti a riguardo di questo ritornare a Dio.

Is 31,6 - Ritornate, Israeliti, a colui al quale vi siete profondamente ribellati.

Ger 3,14 - Ritornate, figli traviati - dice il Signore - perché io sono il vostro padrone. Io vi prenderò uno da ogni città e due da ciascuna famiglia e vi condurrò a Sion.

Ger 3,22 - Ritornate, figli traviati, io risanerò le vostre ribellioni.

Ger 6,16 - Così dice il Signore: “Fermatevi nelle strade e guardate,informatevi circa i sentieri del passato, dove sta la strada buona e prendetela, così troverete pace per le anime vostre”. Ma essi risposero: “Non la prenderemo!”

Gl 2,12 - Or dunque - parola del Signore - ritornate a me con tutto il cuore, con digiuni, con pianti e lamenti.

Gl 2,13 - Laceratevi il cuore e non le vesti, ritornate al Signore vostro Dio, perché egli è misericordioso e benigno, tardo all'ira e ricco di benevolenza e si impietosisce riguardo alla sventura.

Ml 3,7 - Fin dai tempi dei vostri padri vi siete allontanati dai miei precetti, non li avete osservati. Ritornate a me e io tornerò a voi, dice il Signore degli eserciti.

Gesù infatti inizia la sua predicazione pubblica con queste parole: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo” (Mc 1,15) e manifestò nella sua Persona l’amore misericordioso e accogliente del Padre del cielo che ha pietà dei suoi figli ricercando le sue “pecorelle smarrite” dicendo chiaramente che Lui “non è venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi”(Lc 5,32),  “è venuto a cercare e trovare chi era perduto”(Lc 19,10).

Gesù è così impegnato in questa ricerca delle “pecorelle smarrite” che i suoi nemici lo chiameranno con disprezzo “ mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori” (Lc 7,34). Ma così facendo Egli manifesta quella bontà paterna di Dio che era già stata preannunziata dai profeti, bontà e compassione di Dio che è Pastore buono del suo popolo:

“Perché dice il Signore Dio: Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura. Come un pastore passa in rassegna il suo gregge quando si trova in mezzo alle sue pecore che erano state disperse, così io passerò in rassegna le mie pecore e le radunerò da tutti i luoghi dove erano disperse nei giorni nuvolosi e di caligine. Le ritirerò dai popoli e le radunerò da tutte le regioni. Le ricondurrò nella loro terra e le farò pascolare sui monti d'Israele, nelle valli e in tutte le praterie della regione. Le condurrò in ottime pasture e il loro ovile sarà sui monti alti d'Israele; là riposeranno in un buon ovile e avranno rigogliosi pascoli sui monti d'Israele. Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare. Oracolo del Signore Dio. Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all'ovile quella smarrita; fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia”. - Ez 34,11-16

Gesù parlando palesemente di se stesso come il “Buon Pastore”che “conosce e ama le sue pecore”  (Gv 10)  e che va in cerca di quella smarrita (cf Lc 15,4-7) ci rivela l’amore paterno del Padre su ciascuno di noi, ma in particolare Egli ci fa conoscere questo commovente e divino amore attraverso la “parabola del padre buono”, più conosciuta come “parabola del figliol prodigo”(Lc 15,11-32) che riassume e sintetizza la storia di ogni persona umana che in seguito al peccato si è allontanata da Lui.

Qui volevo aprire una piccola parentesi. Se noi andiamo a rileggere la nostra storia e andiamo a vedere quei momenti o forse quegli anni in cui ci siamo allontanati da Lui e cercheremo di capirne il perché, forse troveremo diversi motivi apparenti: il parroco ne combinava di tutti i colori, l’ambiente della parrocchia era molto chiuso o altri motivi simili, ma se andiamo a scavare sotto sotto, il vero motivo per cui una persona si allontana da Dio e dalla “Casa di Dio che è la Chiesa del Dio vivente”(1Tm 3,15) ha un nome molto semplice che dice tutto: “il peccato”, se noi ci allontaniamo o ci siamo allontanati da Dio è solo perché il peccato ci ha sedotto e abbiamo visto come “piacevole e desiderabile” (Gen 3,6) ciò che in verità tale non è perché ogni volta che lo gustiamo ci ritroviamo “nudi” (Gen 3,7).

 

Gesù poi ci ha insegnato, consapevoli di questo amore del Padre, a cercare e fare sempre la sua volontà, Gesù è stato il Figlio sempre ubbidiente, di ubbidienza amorosa:

“Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli; rivoltosi al primo disse: Figlio, va' oggi a lavorare nella vigna. Ed egli rispose: Sì, signore; ma non andò. Rivoltosi al secondo, gli disse lo stesso. Ed egli rispose: Non ne ho voglia; ma poi, pentitosi, ci andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre. - Mt 21,28-31

Gesù è il terzo figlio che la parabola dei “due figli” nasconde il “cui cibo era la volontà del Padre e compiere la sua opera”(Gv 4,34) e già quando venne a questo mondo con l’incarnazione disse:

Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: Ecco, io vengo - poiché di me sta scritto nel rotolo del libro - per fare, o Dio, la tua volontà.-  Eb 10,5-7; Sal 40,7-9.

Gesù è così affascinato, preso, attirato dalla volontà del Padre ed è così lieto, felice, compiaciuto di vedere le persone che si impegnano con amore a farla, che si sente fratello e figlio di chiunque la fa:

“Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?”. Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: “Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre”. – Mc 3,33-35.

Gesù poi ci ha ancora insegnato a pregare il Padre non con una moltitudine di parole, ma con l’affetto del cuore e il desiderio di vivere fino in fondo nella sua volontà e ci ha lasciato nella preghiera del “Padre nostro” un piccolo compendio di cosa implichi essere figli di questo Padre e vivere da tali:

“Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate. Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome; venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra.Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male. Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe”. – Mt 6,7-15

Essere figli di questo Padre buono significa quindi riconoscersi come fratelli e sorelle e perdonarsi, insegnamento semplice, preciso, profondo che ha voluto fosse ben impresso nei nostri cuori morendo perdonando chi lo aveva messo in croce: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34).

Gesù ci ha insegnato – infine – la fedeltà al Padre, l’ubbidienza amorosa al Padre anche quando essa ci costa. Ci ha invitato a fidarci del Padre anche quando ci porta nella “valle oscura”(Sal 23,4) della prova, quella dura che ti fa “sudare sangue” (Lc 22,44) e ad alzarci ed andare fermi incontro alla croce anche quando l’“anima è turbata”(Gv 12,27) e “triste fino alla morte”  (Mt 26,38) e allora che il Figlio si affida totalmente al Padre in un gesto di assoluta consegna di sé all’amore

"Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io,
ma come vuoi tu!" –
Mt 26,39

"… non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu" - Mc 14,36

"… non sia fatta la mia, ma la tua volontà" - Lc 22,42

Questo gesto troverà la sua pienezza di espressione sulla croce quando Lui, il Figlio di Dio, griderà: “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato” (Mc 15,34).

In quell’abbandono del Padre Gesù esperimenta,

1.       in quanto Dio, l’amore più grande che Dio possa mai dare all’uomo;

2.       in quanto Uomo, l’amore più grande che un uomo possa mai dare a Dio.

L’AMORE PIÙ GRANDE CHE DIO POSSA MAI DARE ALL’UOMO.

In quanto Gesù è il Figlio Dio, Dio stesso nell’Unica e Indivisa e SSma Trinità, morendo, Lui che, essendo la “Vita” (Gv 14,6) non poteva morire (cf Gv 10,18), ci mostra l’infinitudine meravigliosa dell’amore di Dio per noi che si fa uomo come noi per poter morire per noi consegnandosi a noi come vittima d’amore del Padre: Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna (Gv 3,16).

 

L’AMORE PIÙ GRANDE CHE UN UOMO POSSA MAI DARE A DIO

Infatti in quanto Lui è uomo come noi, dà al Padre il massimo dell’amore possibile morendo in croce abbandonato e desolato, senza nessuna consolazione, abbandonandosi completamente alla sua volontà: “Tutto è compiuto” (Gv 19,30), cioè: “Padre, ho fatto tutto quello che Tu volevi, mi  sono lasciato metter in croce in questo mare di dolore, come tu mi hai detto di fare, ecco, ho fatto tutto quello che Tu volevi e ora ritorno a Te”.

Morendo dicendo “Tutto è compiuto” e “Padre, nelle tue mani affido il mio spirito” (Lc 23,47), Gesù ci fa comprendere pienamente che il suo grido precedente - “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato” – non era un grido di disperazione, esso infatti è una citazione dell’inizio del Salmo 22 che si conclude nella certezza di un “io vivrò per Lui” (Sal 22,30) che vince l’ineluttabilità della morte e già prospetta la risurrezione vittoriosa del Crocifisso.

Gesù Crocifisso esperimenta lì sulla croce l’abbandono psicologico del Padre, non ha nessuna consolazione psichica e umana della presenza del Padre, ma Lui è il Figlio che sa di essere “una cosa sola” (Gv 10,30) con il Padre e si abbandona totalmente nelle sue mani che non vede né sente.

Con questo grido Gesù entra nell’intimo del cuore di ogni persona umana che esperimenta l’angoscia del fallimento, della solitudine, della morte e illumina questa terribile esperienza con la luce e la forza di chi, essendo il Figlio, sa che il Padre è sempre con Lui anche in quell’ora tremenda dove sembra essere assente (cf Gv 10,30; 14,11; Lc 15,31).

Il suo gridare“Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato” non è un gridare da disperato, ma da Figlio che fa suo il grido dell’umanità crocifissa che non trova un “perché”, un senso al proprio soffrire e morire per mostrare ad essa, in Lui stesso, nel suo essere il Figlio che il Padre ha abbandonato sulla croce, il senso profondo di ogni vita umana crocifissa. Per questo tutti i crocifissi delle vicissitudini della vita, crocifissi dalle sciagure, dalle malattie, dal lutto, dalla solitudine, dalla miseria, dalle ingiustizie e dalle guerre potranno trovare in Lui, in Gesù crocifisso e abbandonato sulla croce dal Padre, un perché e un senso all’apparente insignificanza, all’apparente inutilità e all’apparente fallimento della propria vita crocifissa e trasformare in amore quanto prima si subiva con frustrazione o al massimo con rassegnazione, attraverso la consegna di sé nelle mani del Padre, vivendo così nella propria carne la passione di Gesù.

È solo Lui, Gesù Crocifisso, che può rivelarci il mistero racchiuso nel non-senso della sofferenza e del fallimento di una persona umana, mistero espresso da due parole AMORE e REDENZIONE.

·         L’AMORE esprime il significato primario in quanto dolore e vita che si consegna al Padre nell’abbandonarsi a Lui che si sa presente anche senza vederLo né sentirLo.

·         La REDENZIONE esprime l’amore per i fratelli a pro dei quali si attua la consegna di sé al Padre.

Amore e Redenzione rappresentano quindi i due bracci di ogni croce che inchiodandoci ci innalza al Padre e ci fa spalancare le braccia ai fratelli.

È in questa consegna amorosa che il Figlio di Dio, Gesù, attua morendo in croce che ci viene mostrato il significato profondo della vita dell’uomo, Gesù sulla croce attua la consegna piena, totale, assoluta: consegna di sé nelle mani del Padre e nelle mani degli uomini, morendo in croce mandato dal Padre a salvare l’umanità!

Le ultime parole di Gesù Crocifisso sono espressione di questa realtà così immensamente ricca di significato: - Gesù, gridando a gran voce, disse: "Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”. Detto questo spirò. – Gesù muore insegnandoci a vivere nella consegna continua della nostra vita al Padre nell’amore dei fratelli per i quali Lui muore crocifisso.

È proprio in questa “consegna” il segreto del senso, del significato, del valore dell’esistenza umana anche quella più immersa nel mistero del non-senso della sofferenza, del fallimento e della solitudine, è lì in questa “consegna” che la persona umana trova un senso nei suoi non-sensi che attanagliano la propria esistenza, è lì in questa “consegna” che trova una risposta quel grido che Gesù ha fatto suo, proprio lì mentre moriva abbandonato dal Padre: “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato”.

È proprio nell’esperienza della morte vissuta come “consegna” della propria vita nelle mani del Padre senza esperimentare il suo soccorso ben sapendo che “dopo il mio intimo tormento vedrò la luce…perché ho consegnato me stesso alla morte” (Is 53,11-12), è proprio in questa “consegna” di sé nelle mani di un Padre che non si vede né si sente, ma che ci guarda con amore, che gli uomini esperimentano la salvezza e la meravigliosa realtà di essere figli di Lui che ha “consegnato” loro il suo Figlio Unigenito perché imparassero da Lui a “consegnarsi” come Lui nelle sue mani ben sapendo che il soccorso verrà: “Di questo gioisce il mio cuore, esulta la mia anima, anche il mio corpo riposa al sicuro, perché Tu non abbandonerai la mia vita nel sepolcro, né lascerai che il tuo santo veda la corruzione. Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena nella tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra” (Sal 16,9-11).

Consegnandosi alla morte di croce, Gesù ci insegna ad assumere tutte le nostre situazioni di morte per immetterci il senso profondo di un amore grande e potente che vince anche la morte. Ogni nostra piccola o grande situazione di morte diventa quindi un’occasione posta nelle nostre mani dal Padre per essere trasformata in amore attraverso la nostra “consegna” nelle sue mani sull’esempio del nostro Maestro e Signore, Gesù Cristo.

Così facendo, assumendo tutte le situazioni di morte della nostra vita e trasformandole in amore che si consegna e si dona al Padre e ai fratelli, noi partecipiamo alla morte redentrice di Gesù e completiamo “quello che manca alla sua passione a pro del suo corpo che è la Chiesa” (Col 1,24).

Attenzione, non si tratta solamente di imitare gli atteggiamenti di Gesù Crocifisso che si consegna al Padre, in realtà non si tratta di due passioni, due crocifissioni distinte, la nostra e la Sua, ma è la Sua crocifissione che continua nella nostra, perché ognuno di noi e come un prolungamento della Sua incarnazione e quindi noi, con la nostra crocifissione, portiamo a completamento la Sua passione a pro della redenzione dell’umanità (cfr. Col 1,24). In altre parole la passione Cristo continua lì dove c’è un altro povero crocifisso o un’altra povera crocifissa che consegna la sua sofferenza al Padre.

 

Ecco, carissimi fratelli e sorelle, concludiamo questa nostra piccola carrellata su quello che di più importante il Signore Gesù, nostro Maestro e Signore, ci ha insegnato su Dio, “Padre suo e Padre nostro(Gv 20,17) innanzi tutto con l’esempio della sua vita donata, “consegnata a suo Padre e ai suoi fratelli”.

Amen.

 

 

 

 

 

DOMANDE PER LA RIFLESSIONE PERSONALE E COMUNE

1.       Ho mai riflettuto seriamente sul progetto che Dio Padre ha su di me, sui miei cari, sui miei figli?

2.       Il mondo insegna il “dare per avere”, il Padre invece ci ama senza alcun motivo di tornaconto, ci ama non perché siamo buoni, bravi e belli, ma ci ama semplicemente perché è Padre. Questo suo stile d’amore, questa sua modalità d’amarci è anche il modo come io amo i fratelli? Cioè senza altro motivo che sono miei fratelli?
Esperimento nella mia quotidianità la gratuità del mio amore verso gli altri o pretendo amore e riconoscenza per l’amore che do?

3.       Cosa vuol dire nella mia vita personale, cosa vuol dire per il mio cuore la parola “Conversione”?

4.       La “legge del perdono” è stata assimilata bene dalla mia persona e ha determinato il mio stile di vita e di relazionarmi con gli altri?

5.       Come leggo la sofferenza, la morte e tutto ciò che rende amara e triste l’esistenza umana? So guardarle con la “sapienza della croce di Gesù”?

 

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